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giovedì 4 giugno 2009

profetismo contestuale nella Firenze di Lorenzo dei Medici

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SAVONAROLA E I SUOI TEMPI

di Gennaro di Jacovo

INTRODUZIONE - Nei precedenti saggi sulla profezia medievale (Rivista Letteraria Alla Bottega Milano Direttore Pino Lucano anni 1972 1978 - 6-XII) e sulla predicazione profetica savonaroliana (4-XIII e 5-XIII) si intendeva mostrare come il «profeta disarmato» intendesse proseguire, più o meno consapevolmente, l'opera sociale e religiosa dei profeti medievali, nel suo continuo richiamarsi al lin-guaggio simbolico biblico, al fine di indurre la cristianità ad una radicale riforma di costume e di intenti religiosi.
Nei secoli XII, XIV e XV si era sviluppata una speciale produzione letteraria profetica, in latino ed in volgare, in versi e in prosa, che mirava ad esprimere preoccupazioni individuali o collettive, proiettate nel futuro, o a pronunciare giudizi e manifestare sentimenti particolari sul passato t sul presente, con l'artificio della pi-edizione.
L'ispirazione e l'atteggiamento di questa letteratura profetica «protestataria» è religioso ed ascetico, ma l'intento è essenzialmente politico e polemico.
I compositori di tali scritti erano uomini di parte che divulgavano le proprie idee di opposizione e di critica al «senso comune» camuffandole da profezie, così come molti uomini di scienza oggi «profetizzano» le sciagure che incombono sull' umanità, ponendosi da una parte in una posizione antiscientista, ma rivestendo dall'altra le proprie previsioni di quell'alone di sacralità di cai si serve la scienza ufficiale. Così i profeti e gli eretici medievali si ponevano contro la Chissà non per distruggerla, ma per rinnovarla, per rigenerarla.

Questo dissenso protestatario anonimo (si temeva la reazione ecclesiastica) si indirizza pre-valentemente in due sensi. Uno, pessimistico, prevede una catastrofica serie di eventi che pre-cederà e provocherà la fine del mondo. L'altro, ottimistico, interpreta i mali e le sventure come premonitrici di un benefìcio rinnovamento ge-nerale.

Quest'ultima tendenza finisce col prevalere, essendo trascorsi senza grossi sconvolgimenti gli anni fatali della «fine del mondo» preannunciati dai profeti «pessimisti».

Possiamo dire, a tal proposito, che la persuasione dell'imminente fine del mondo e dell'avvento dell'Anticristo è una costante di tutto il Medio Evo.
L'aspettativa dell'Anticristo si fa addirittura ossessionante, col propagarsi degli scritti autentici e di quelli apocrifi di Gioacchino da Fiore (fine del secolo XII). Nell'anno fatale, il 1260, tanto atteso e temuto dai gioachimiti, non si verifica però nes¬suno dei sogni previsti dal «calavrese abate Giovacchino, di spirito profetico dotato», come ce io presenta Dante.

Tanto che non pochi in avvenire dubiteranno della capacità profetica dell' abate, e San Tornmaso la negherà decisamente.

Gli Spirituali prima ed i Fraticelli dopo, eredi di quelli nella lotta per la povertà, continuano la tradizione gioachimita.
L'aspettazione di questi profeti è accolta e divulgata anche da numerose sette ereticali, sorte dappertutto in Europa alla fine del '200, nonostante le dure repressioni ecclesiastiche, e miranti al ritorno ad una vita evangelica.
Questo nuovo indirizzo, che prima abbiamo chiamato genericamente «ottimistico», innesta nuova linfa al tema centrale della produzione profetica.

Sarebbe, sì, venuta una catastrofe senza precedenti, ma solo per annunziare l'inizio di un'era nuova, di una nuova vita dominata dalla giustizia e dalla felicità.

Un essere misterioso, un Restauratore del mondo, avrebbe legato le due età, concludendo la prima e iniziando la seconda con la potenza delle armi o con il fascino della, predicazione.
L'umanità, quindi, non avrebbe chiuso i suoi giorni con l'arrivo dell'Anticristo, ma anzi avrebbe iniziato una nuova era, purificata e rigenerata. L'abate Gioacchino accenna qualcosa di simile, ma per lui la miracolosa missione sarà compiuta da un «Riparatore» che uscirà da un ordine di santi monaci eremiti contemplativi.

L'aspettazione è condivisa da laici e religiosi, per quanto sia possibile questa distinzione nel M. Evo.
Per Dante, anche lui «profeta» (cfr. il canto di Cacciaguida, Par. XVII vv. 124 segg.), il personaggio simbolico sarà un Imperatore. Per i seguaci di Gioacchino questo personaggio sarà un papa: il Pastor Angelicus. Non valgono a spegnere le varie aspettative i rispettivi insuccessi di Arrigo VII e Pietro Angelerio da Morrone.

Furono ancora i Fraticelli a mantenere viva l'attesa di un Papa Angelico fino al XIV secolo.
Tale tema messianico, di origine antichissima (si pensi anche al "puer" delia IV ecloga di Virgilio), diventerà uno dei temi centrali della predicazione profetica di Gerolamo Savonarola.

Questo predicatore di riforme «ricicla», quindi, i temi centrali sociali, religiosi e profetici tipici della letteratura escatologica che lo precedeva, proseguendo nel
'400 lo spirito degli eretici medievali, in quel suo continuo richiamarsi ad un'immediata rivelazione di Dio.
Dagli eretici medievali deriva anche l'amore, della Bibbia ed il principio che ogni fedele sia un poco il teologo di se medesimo (v. Luigi Russo).

La sua è una polemica per una vita religiosa più intensa e viva, per il trionfo di una Chiesa più spirituale e meno legata agli interessi materiali.
Preparatore di vita e di riforme religiose, dunque, testimone del disagio spirituale dei tempi suoi, di cui si fa ammonitore e correttore.

Profeta disarmato, insomma, destinato non tanto a precorrere Lutero, quanto ad affermare su un piano sociale il travaglio esistenziale dell'uomo rinascimentale, combattuto fra l'essere e il dover essere.
Questo conflitto trova, in Savonarola e Machiavelli la personificazione delle opposte posizioni, ove si accetti una simile interpretazione delle due personalità.

Savonarola è per gli storicisti un rappresentante del Medio Evo crociato e ohiesastico, capace anche di superare questa dimensione, mentre Machiavelli rappresenta l'uomo moderno, ratiocinante.
Per gli spiritualisti, il segretario fiorentino è solo un pensatore profondo e scaltro ed il Frate un eroe sempre attuale della religione.

In definitiva — secondo Russo — i due non sarebbero rappresentanti di due età diverse, ma di due momenti o atteggiamenti sempre presenti nell'animo umano: religione e ragione, entusiasmo e scienza, poesia e storia. In Savonarola la spiritualità e l'etica medievali ritornano non come cose morte ed anacronistiche, ma come perenni ed attuali esigenze dell'umana vicenda, essenziali componenti dialettiche del divenire storico.

Lo storico e il profeta, dunque, sono due temperamenti antitetici, diversi per natura e per posizione, estremi nelle conseguenze a cui giun¬ge il loro discorso. L'uno, rappresenterebbe la politica pura, l'altro la religione pura.
E -tuttavia, sono figli dello stesso tempo, non solo, ma anche partecipi — anche se assai di rado — l'uno della natura dell'altro.
Così il Frate analizza ed opera tenendo presente la realtà «effettuale», mescolandosi alla politica del secolo.
Dal canto suo, lo storico assume di tanto in tanto le vesti del profeta, specie alla fine del Principe, arrivando a condividere il sogno degtó eretici e dei profeti medievali, ove dice ... «acciò che l'Italia dopo tanto tempo vegga uno suo redentore»: siamo nel tema entusiastico ed irrazionale dell' aspettazione di un personaggio carismatico e mitico, capace ii dare all'Italia un asse to forte ed unitario.
La logica ed il mito vengono a coincidere, arrivando ad un medesimo risultato: la ... teia mania di Savonarola, quindi, non doveva essere altro che la forza della, fede, la presenzia dell'ideale e dell'utopia.

Qualcosa dei genere provano tutti coloro che, pur avendo costruito i loro sistemi politici o filosofici sul più assoluto rigore logico, vuoi perché vogliano vederne i risultati sia pure immaginari, vuoi perché vogliano dare un corpo materiale e tangibile alle loro teorie, inventano o s'immaginano la materializzazione pratica di quelle, proiettandola in un personaggio, in una sistemazione, in uno "status" sociale di là da venire.
Di questa platonica «teia mania» (follia divina, propria dei poeti e dei profeti, ispirati dal Dio per mezzo delle Muse (Fedro, 245 a - Jone, 533d - 535a), sia Savonarola che Machiavelli in misura diversa fanno uso, ma ambedue tengono a precisare come la loro, analisi sociale, etica e politica sia basata sulla osservazione rigorosa e attenta della realtà.

Ambedue avevano assimilato perfetta¬mente la lezione di Socrate, mediata da Piatone, che diffidava assai di ogni tipo di conoscen¬za estranea alla comprensione logica, alla co¬scienza.
In questo modo il «Riparatore» di Gioacchino da Fiore, imbolo di un malessere sociale e re-ligioso, ma fondamentalmente frutto di un atteggiamento irrazionale ed entusiastico, viene recuperato in una prospettiva logica e razionale, pur conservando una carica profetica avve¬niristica, attraverso la mediazione del «Pastor Angelicuss dei fraticelli e del «Veltro» di Dante, fino al «redentore» machiavellico.

Quest'ultimo, non più iniziatore di un'era lelice universale, ma solo di un'epoca più stabile politicamente per le sorti italiane.
In Savonarola, questo rappresenta uno dei temi costanti: aspetta un «Papa Santo» che dia inizio al processo di rigenerazione della società civile e religiosa.
Nel ridimensionamento di questo mito operato da Machiavelli è la barriera che separa, ma non divide, lo storico dal profeta.

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§§ § ... E tuttavia, non è sufficiente questo per dire che l'uno è attaccato al passato e l'altro al futuro, che il pri¬mo è medievale e l'altro moderno.
O non si potrebbe parlare nemmeno oggi di internazionalismo e di unioni sovranazionali, che, nel campo dell'utopia, rappresentano la versione attuale dell'ideale imperiale medievale e dantesco.
Quanto di medievale sopravvive in Savonarola, lo ritroviamo, abbiamo visto, anche in personalità come quella di Machiavelli.



ISTANZE DI RINNOVAMENTO RELIGIOSO -L'Italia del '400 è interessata da uno straordinario fenomeno di rinnovamento spirituale.

E' diffusa l'ansia per una revisione profonda della vita umana, della società, di tutte le strutture e le istituzioni economiche, religiose e politiche.
In terra toscana questa spiritualità innovatrice è particolarmente sensibile, esprimendosi con l'ideale di rinascita civile e religiosa.
Lo sviluppo degli ordini mendicanti, Domenicani e Fran¬cescani, è favorito dalla relativa decadenza dei movimenti benedettini e dalia tendenza dei mona¬steri ad una certa staticità.
I due ordini mendicanti, rappresentanti l'ala irmovatnee o almeno più avanzata del clero, debbono tuttavia combattere solo le opposizioni esterne del clero stesso, attestato su posizioni statiche e conservatrici, ma anche le tendenze interne favorevoli alla chiusura della fase eroica dell'esordio nonché ad un certo accomodamento in chiave conformistica col vivere del mondo, mediante il temperamento dei rigidi statuti originali.

Ma già alla fine del '300 in seno ai suddetti due ordini si sono formate correnti che diffondono il proposito di osservare pienamente le «regole» e di riassumere gli impegni sociali e religiosi tracciati dai fondatori, e di avviare la riforma che doveva ampliarsi dai due ordini e investire tutta la società di un rinnovato lievito evangelico.
Questo accadeva ai tempi dello scisma d'occidente, che denuncia il declino spirituale del papato e favorisce la riaccensione delle speranze. degli ideali, dei propositi di rinnovamento.

In Italia efficace e valida era stata l'azione domenicana.
In Toscana l'azione di Giovanni Dominici fu una continua spinta riformistica del centro fiesolano contro le posizioni conservatrici del centro di anta Maria Novella. L'azione riformistica aveva condotto a percorrere la duplice strada del rinnovamento degli Statuti dell'Ordine e dell'impegno nella società con la predicazione e la fondazione di conventi nuovi.
In questo periodo risorge il convento di San Marco.
Il movimento riformista domenicano denunciava il suo programma di riforma religiosa opponendosi a qualsiasi forma di temporalismo ecclesiastico.

Dal 1445 il convento di San Marco avvia il distacco dalla «provincia» romana, conservatrice, per avvicinarsi a quella lombarda, più aperta alle istanze di riforma e di rinnovamento.

Questa azione di critica attiva nel clero e nel¬la società spinge l'ordine domenicano ad una presenza, ad una testimonianza nell'ambiente sociale e civile.
La riforma religiosa diviene esigenza di conseguente riforma civile.
E' in questo ambiente sociale e politico, dominato dal potere religioso accentrato nelle mani di un papa più che mai dedito a interessi temporali, dalla decadenza di un clero corrotto e mondano, da costumi prossimi alla rilassatezza pagana, che nasce forte la volontà di rinnovare e di riformare e trova, infine, il suo uomo ambiente in Gerolamo Savonarola.

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Savonarola nasce il 23 settembre 1452 a Ferrara.
Fin da giovane prova disgusto per la perversità dei costumi umani. A tal proposito Si conservano sue poesie relative a quel periodo giovanile.
A Ferrara, a 23 anni, studia medicina e pare avviato ad una tranquilla carriera, di medico, sulle orme del nonno Michele, archiatra alia corte d'Este. In quel momentoera lontano dall'idea di farsi frate: «Io dissi mille volte al
secolo che io non mi farei frate».

Dirà, nella terza predica su Ezechiele: ... «Ben mi dolgo cheda principio non credevo, e posso dirvi come Agostino: io ero cieco e amavo la cecità, e l'amaro mi pareva dolce; ero servo e amavo la servitù, dico del peccato. Io me ne andavo all'inferno, amavo il mondo e la carne e te non conoscevo, Signore mio, però ti ringrazio che m'abbia illuminato».

Era, questa di Savonarola, probabilmente la «crisi» comune alla maggior parte dei giovani. In questi anni di travaglio interiore, egli cerca¬va una via, una linea da seguire e un senso da dare alla sua vita.

E' come una barca senza vela e lamenta in uno scritto del periodo la con¬fusione che vedeva intorno a lui: ... «Vedevo molti che avevano in bocca Giove, Giunone, Venere e Cristo insieme.
... Io stavo stupefatto. Guardavo i prelati e non sapevo discernere se erano signori o sacerdoti. Per la qual cosa stavamo in grandis. sime tenebre».

La memoria degli anni giovanili sarà sempre viva in Savonarola. Sbocco di questa crisi, di cui fa parte il suo amore fallito per Laudomia Strozzi, è la decisione improvvisa, e tuttavia intuita dalla madre, di partire nottetempo per Bologna. Qui, nel chiostro di S. Domenico, dopo aver preso l'abito domenicano, per volere dei suoi superiori studia filosofìa e teologia, prepa-randosi alla sua futura opera di predicazione. Dopo quattro anni di studi torna a Ferrara per un anno; quindi viene eletto all'ufficio di lettore nel convento di S. Marco a Firenze.


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FIRENZE NEL '400 - Nei tempi in cui vi mette piede il Frate, Firenze è la più ricca, colta ed elegante città d'Italia.

L'avvento del nuovo spiri¬to umanistico è già stato delineato ed assunto nella coscienza della città, anche se solo nei decenni futuri si realizzerà in tutte le sue mani¬festazioni caratteristiche.

L'incremento economico e commerciale e lo splendore, delle arti fanno di Firenze, sotto la guida politica dei Medici, un modello culturale per tutta l'Europa.
Il periodo rinascimentale, visto nel suo insieme, mostra tuttavia alcuni aspetti interessanti, contrari all'opinione comune corrente.
In una sua analisi storico-economica il Lopez parte dalla constatazione della differen¬te relazione fra «economia» e «cultura» nell'Alto Medio Evo e nel Rinascimento.

Questo storico individua nell'Alto Medio Evo un periodo di evoluzione demografica, di costante progresso tecnologico, di espansione commerciale, e paragona la «rivoluzione commerciale» del Medio Evo alla «rivoluzione industriale» del XVIII secolo.

Protagonista di questa rivoluzione è la borghesia, una nuova classe dirigente selezionata in ba¬se al censo, antagonista della vecchia nobiltà feudale.
In ogni campo dell'attività umana si ha uno sviluppo analogo e conseguente, tanto che questi cambiamenti sociali, economici e culturali del Medio Evo rappresentano l'indispensabile preparazione al Rinascimento.

Questo è a sua volta, contrariamente a quanto si crede, un periodo di ristagno e di depressione demografica, economica e commerciale.
Si perfezionano gli strumenti di produzione medievali, si diffondono le innovazioni tecnologiche di quel periodo che qualcuno ancora considera oscuro e barbarico, ma so-stanzialmente non si scopre nulla di nuovo.

Lo stesse Leonardo — il più emblematico fra i geni rinascimentali — resta un "profeta tecnologico" isolato ed incomprensibile ai contemporanei.

Con la restrizione degli orizzonti politici, tipica del Rinascimento, con l'aumento dei gravami fiscali e la restrizione dei mercati, i cui benefici sono monopolio di una classe nobile-borghese sempre più ristretta, si tocca il fondo della de-pressione, a cui segue un periodo di stabilizza-zione e di assestamento.

Tale depressione avreb¬be causato la corrente «pessimistica» di Machia¬velli, Leonardo da Vinci e Savonarola.
Inversamente proporzionale allo sviluppo economico, appare quello artistico ed artigianale, tanto da far parlare il Lopez di aumento del «valore» di mercato della cultura umanistica col declinare dei tassi di interesse.
Secondo questa interpre-tazione, lo sviluppo culturale ed artistico sarebbe l'esito delle operazioni di «investimento» fatte da uomini d'affari e di stato che comprano e ricercano oggetti d'arte, incrementandone la produzione.

Capitale morale di questo fenomeno di portata europea è Firenze, come già accennato. In questa «capitale» internazionale della cultura, la repubblica mantiene solo formalmente le pro¬prie istituzioni, sotto una signoria che riesce a realizzare la politica economica delle oligarchie commerciali senza perdere un certo contatto con gli strati popolari.
La Firenze sacra, nella metà del '400, vive del connubio di una componente popolare con una signorile e aristocratica. Da una parte la semplice linearità della parola di S. Antonino, dall'altra l'intensa concéntrazione culturale dell'accademia Platonica di Marsilio Ficino e Fico della Mirandola.




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SAVONAROLA E FIRENZE - La partecipazione popolare alla vita pubblica, con le sue componenti sacre e civili, è attiva e intensa.

Quando viene nella città per la prima volta, il Frate trova una società laica e religiosa estremamente mobile, inventiva, agile, attenta e priva di pregiudizi, ma pur tenacemente attaccata alle prò prit tradizioni.
Nel giudizio ancora approssimato del giovane predicatore ferrarese, quella inventiva, quella sicura presenza nel mondo, quella liberalità, presentavano aspetti pericolosi di abito terrestre, di compiacenza mondana.

Egli avverte i rìschi ed i limiti dell'umanesimo nella tendenza ad eleggere l'uomo a centro e misura di tutte le cose, tendenza che facilmente conduce alla compiacenza verso la ricchezza, i piaceri, le "vanità" di questo mondo e verso il rifiuto dell'ideo¬logia sociale e dell'aspetto soprannaturale del messaggio di Cristo.

Le sue prime prediche non hanno successo perché è tumultuoso e violento nel parlare e, cosa assai importante per i fiorentini, perché è caratterizzato da un accento sgradito ad un uditorio avvezzo a ben altre eleganze stilistiche e linguistiche.

Egli era ancora iontano dall'aver preso contatto con le disponibilità spirituali della società fiorentina.

Dal 1483 al 1489 è lontano da Firenze.
Questo periodo gli serve probabil¬mente per elaborare il suo tema riformistico: il rinnovamento parallelo della società cristiana e dello stesso ordine politicò; una riforma, quindi, religiosa e politica, di fede e di costume.

Nel 1485 lo troviamo a San Gimignano, dove predica proponendo questo argomento ...
«che la Chiesa aveva a essere flagellata, rinnovata, e presto».

Per la morte del padre Niccolo, scrive alla madre pregandola di e il figlio frate
ormai «perduto» per la famiglia terrena e vota-to alla partecipazione a quella divina.

E' il segno della sua scelta definitiva.
Non si considera ancora un "profeta". Nelle sue prediche, fino al '92, ricopre la sua lluminazione proifetica con le parole delle Sacre Scritture ...«non sum Propheta!»: «Sappiate — dice — che io non vi dico ciò come profeta, ma congetturando dal¬la Scrittura che la Chiesa aspetta un grande flagello».

E' un accenno esplicito alla negazione del «furor» come componente primaria della profe¬zia ed una altrettanto chiara affermazione della base essenzialmente biblica e scritturale della sua predicazione profetica.

Nelle sue prediche è sempre presente la minaccia di una punizione come elemento costante di monito.
Questo «flagello», come lui amava dire, era prevedibile per varie ragioni, che sono anche le ragioni della sua accusa, squalifica e condanna della società: le nequizie degli uomini, il fatto che Dio manda cattivi pastori alla chiesa, il fatto che Dio manda la profezia, il venir me¬no dei buoni alla loro condizione di uomii' scadimento della fede, il dispregio dei Santi, lo scadimento del culto.

Nel 1487 viene eletto «maestro degli studi» nello Studium di S. Domenico a Bologna, dove aveva studiato.
Si trattiene quindi a Ferrara per due anni, poi predica l'Avvento a Brescia, ove sperimenta il suo nuovo stile, sviluppato in anni di pratica e di meditazione.



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SAVONAROLA E I SUOI TEMPI
autore:
Gennarino di Iacovo

2^ parte


TEMI RELIGIOSI E SOCIALI DELLA PREDICAZIONE SAVONAROLIANA - Intanto Lorenzo dei Medici, per compiacere Fico della Mirando¬la, nel 1489 chiede all'Ordine che Savonarola venga inviato a Firenze.

Questo fa ritorno nella città nel maggio del 1190.
Nell'agosto dello stesso anno tiene Te « Prediche dell'Apocalisse » in S. Marco, iniziando la sua attività di implacabile accusatore del sistema politico basato su rigidi principi oligarchici vigente nella città in particolare, eà in generale del malcostume dilagante nella chiesa e nella società.

La sua predicazione si ricollega nei titoli ai cicli e alle stagioni dell'anno liturgico: Avvento, Quaresima, Pasqua e Pentecoste.
Le sue prediche si fanno sempre più ricche, ampie 3 siste¬matiche, fino a divenire una parola assidua, un discorso unitario, legato, continuo.

Il fondo biblico rimaneva per il richiamo costante alla Scrittura, al tono avvenirìstico e pro-fetico proprio dei testi sacri.
La sua fantasia, piena di ricordi biblici, non doveva cessare mai di elaborarli e di esaminarli.
Ma non basta una veste stilistica sacra ed una sia pure notevole carica mistica per fare di un
un profeta.

Ad una natura da mistico, da « veggente » sensibilissimo, il Frate aggiunge un attento e pratico senso della realtà.
E non può, del resto, essere profeta e annunziatore di cose future chi non conosce a fondo il presente in tutte le sue componenti.
Gran parte delle sue previsioni,come quelle intorno alla discesa di Carlo Vili e all'espulsione dei Medici, si dovevano, più che alla sua natura profetica, alla pro¬fonda conoscenza che egli aveva delle circostan¬ze attuali della politica fiorentina e italiana più in generale. E se nei suoi vasti disegni pensava alla Chiesa tutta, che avrebbe dovuto tornare alla semplicità ed alla severità degli antichi costumi, non trascurava la sorte dei singoli stati, non meno bisognosi di riforme che la Chiesa stessa, ove per « riforme » non si intenda semplice miglioramento formale; ma sostanziale e rivoluzio¬naria rigenerazione.
Lorenzo dei Medici vedeva con apprensione il Frate conquistare gli strati malcontenti della città.
Il « predicatore dei disperati », che tutto vo¬leva giudicare, che criticava il papa ed il siste¬ma ecclesiastico per la loro dissolutezza, lo insospettiva e preoccupava, anche perché era in buoni rapporti con il papa ed aveva un figlio por-porato.

In effetti la predica del "Frate, in questi anni per lui cruciali, presenta una implicazione « politica » sempre più marcata e impegnata.
La carenza di fede, la decadenza dei costumi, le sven¬ture presenti e future venivano di contìnuo chia¬mate in causa con appelli e attribuzioni precise di responsabilità.

Quello del Predicatore diviene un appello forte e incessante alla penitenza, una denuncia acre» violenta a volte, della corruzione dei costumi,della ricerca sfrenata di beni individuali e anii-comunitari.

Al cospetto del regime mediceo, mondano e « secolarizzato M, di fronte ad un ambiente aperto da un lato al paganesimo dei canti carnascialeschi e dall'altro alla mistica vena delle liriche religiose, teso alla soddisfazione materiale, immerso nella ricerca del successo economico, Savonarola grida l'esigenza di un radicale cambia mento etico e politico, religioso e sociale, sulla linea dell'insegnamento di Cristo.

L'esigenza di rinnovamento, uscendo dal recinto stretto dei cenobi, delie chiese e dei circoli culturali neoplatonici, investiva la massa, pas¬sando ad un piano pubblico, vasto, collettivo.



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LA REAZIONE MEDICEA - Nella Quaresima del 1491 il Frate predica per la prima volta nel Duomo di Firenze.
In S. Maria del Fiore assistono alle sue prediche più di diecimila persone.
Alcune di esse trascrivono le prediche con una specie di rozza tachigrafìa e provvedono a diffondere in città i manoscritti.

Lorenzo il Magnifico comprende che si sta formando un vero e proprio « partito » nella scia del « predicatore dei disperati », come lo chiamava la gente da qualche tempo.
I niù fedeli seguaci suoi, infatti, sono i poveri, che si sentono traditi dagli uomini della chiesa, preoccupati solo del proprio benessere.

Il « popolo minuto », su cui gravano le manipolazioni finanziarie dei Medici, e chiunque si senta sdegnato per la generale corruzione e dominato da un ansioso e indefinibile senso di attesa per un radicale cambiamento, fa sua la parola del Profeta.
La cosa che infastidisce di più Lorenzo è la polemica fratesca contro gli ...
"intellettuali che formano la medicea « fabbrica del consenso », ornamento e nello stesso tempo parte integrante del suo modo di governare.

Senza considerare che l'attacco alla corruttela dell'ambiente ecclesiastico colpisce soprattutto il papa, Innocenzo VIII, con lui imparentato.

Ma il Magnifico non vuole ricorrere alla maniera forte, perché, oltretutto, ha stima del Frate.
Cerca prima di arrivare ad un compromesso.
Fallito questo tentativo, lo fa ammonire perché parli poco « de futuris », facendogli anche capire che potrebbe farlo allontanare dalla città.

« Io sono forestiero — gli fa sapere quello — e nondime¬no resterò qui, mentre egli se ne andrà prima di me ».
E' una risposta profetica.
Lorenzo morirà un anno dopo (1492).

Comunque, scoraggiato anche dalle critiche che i frati stessi gli rivolgono, Savonarola decide dì cambiare i temi centrali delle sue prediche.
Medita per un certo tempo (siamo alla Quaresima del 1491) e infine decide di perseverare nella linea già tracciata, pronunciando una « spaventosa predicazione » in cui attacca Lorenzo direttamente, denunciandone gli abusi amministrativi.
Di nuovo gli si minaccia la cacciata da 'Firenze.
Ma di nuovo il Magnifico non vuole usarere le maniere forti.

Preferisce dare incarico al predicatore Mariano da Genazzano di controbattere le accuse del Frate dal pulpito del monaste¬ro di S. Gallo, di cui era rettore.
Ma fra' Mariano, predicatore eccellente, scopre troppo il gioco e finisce con l'infastidire l'uditorio.

Nello stesso anno Savonarola viene eletto priore di S. Marco (1491).
Lorenzo moriva l'anno appresso.
Nel periodo immediatamente successivo gli sforzi del Frate si concentrano nel tentativo di rendere il convenvo di S. Marco indipendente dalla Congregazionj Lombarda.

Piero dei Medici — figlio e successore di Lorenzo — appoggia questo tentativo, perché la cosa lo avreb¬be favorito nelle sue aspirazioni ad un governo regionale. Grazie all'appoggio del cardinale Carafa, il Generale dell'Ordine — Gioacchino Tor-riani — acconsentì alla richiesta.

In seguito Sa-vonarola avrebbe voluto creare intorno a S; Marco una nuova Congregazione, nucleo e centro ispiratore della riforma religiosa e politica da e-stendere a tutta l'Italia.

Ma proprio in questo periodo si rompe il delicato equilibrio politico italiano. Carlo VIII, assunto il governo di Francia, piuttosto che verso i confini orientali e i do¬mini ereditali della casa di Borgogna (obiettivi territoriali principali di Luigi XI), preferisce concentrare le sue forze militari nella conquista del lontano regno di Napoli, che l'estinzione della casa d'Angiò lasciava in credila alla monar-chia di Francia.
Dall'Italia giungono al monarca francese le esortazioni di Ludovico il Moro, Signore di Milano, desideroso di sbarazzarsi di Ferdinando D'Aragona, cne difende i diritti dell' erede legittimo al Ducato di Milano, Gian Galeazzo Sforza.

I nemici di Alessandro VI (Rodrigo Borgia) aspettano dal canto loro aiuto contro il funesto papa, e tra questi spiccano il cardinale Giuliano della Rovere e lo stesso Savonarola.
In Firenze Piero, ben disposto verso gli Aragonesi, perde frattanto il favore che Cosimo e Lorenzo avevano guadagnato alla casata dei Medici.
A¬menta, invece, il prestigio di Savonarola.

I conventi di S. Domenico in Fiesole, S. Caterina in Pisa e S. Maria del Sasso in Prato vengono uniti a S. Marco: nasce così la Congregazione Toscana, detta poi di S. Marco, con il Frate come Vicario Generale.

Carlo VIII inizia la sua discesa indisturbata verso Napoli e Piero dei Medici gli consegna in atto di resa le chiavi delle fortezze più importanti dei domini fioren¬tini, assentandosi dalla città per andargli incontro.

Il popolo lo scaccia dalla città, non appena fa ritorno a Firenze.
In questo frangente, Savonarola evita che si infierisca contro la corrente dei Bigi o Palleschi, favorevole ai Medici.
Ma questa clemenza, l'inclinazione verso il popolo, l'ingerenza nella politica cittadina da parte del Frate ed il crescere del suo seguito, condizionano la formazione di due correnti, l'una a lui fa-vorevole, detta dei Frateschi o Piagnoni, e l'altra contraria, detta degli Arrabbiati, appoggiata e incoraggiata dai Palleschi.



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LA REPUBBLICA SAVONAROLIANA - Non secondaria causa del diffondersi e manifestarsi di una forte opposizione al Frate risulta essere la indecisa e disgraziata politica di Carlo Vili nei confronti di Firenze. Il re, invocato nelle predi-che de! Savonarola coma un Ciro novello destinato a instaurare una nuova era, per abbattere la Signoria Medicea e ristabilire un regime repubblicano, fa di tutto, una volta venuto, per irritare i fiorentini.

Tuttavia l'opera diplomati¬ca del Predicatore favorisce un accordo tra Firenze ed il re, che aveva già più volte minaccia¬to la restaurazione della Signoria Medicea e ri¬chiesto contributi finanziari cospicui alla città.

Purtroppo Pisa, approfittando del passaggio del re, si ribella al dominio di Firenze.
Superati i malintesi e gli incidenti, il 25 novembre 1494 Carlo VIII e i rappresentanti delegati della Repubblica fiorentina firmane i patti di accordo opportunamente modificati.
Savonarola parla personalmente al re, che aveva per lui grande rispetto, e porta tutta la faccenda ad una soluzione soddisfacente per la repubblica fiorentina.
Proprio in questo periodo il predicatore Domenico da Ponzo viene chiamato a predicare in Firenze dagli oppositori del Profeta, che si sentivano più forti a causa della perdita di Pisa e del caotico svolgersi di tutta la vicenda che aveva provocato il grave scacco al prestigio cit¬tadino.

Ma nonostante l'opposizione, il peso dei frateschi nella vita pubblica tendeva a salire.
E' evidente la volontà di attuazione graduale della riforma savonaroliana nel suo impegnarsi sem¬pre più deciso nella vicenda politica del « reggi¬mento della città ».

Nel 1495 il Frate, nelle prediche dell'Avvento sopra Giobbe, insiste sulla necessità di placare gli animi e preparare la via della pace in Firenze, ravvivando i traffici per dar lavoro ai popolo mi-nuto, largheggiando con le elemosine, fondendo gli ori e gli argenti delle chiese per farne pane per i poveri ed i disoccupati.

Nelle prediche della Quaresima affronta il problema della guerra che i « tiepidi », cioè i cattivi prelati e religiosi, andavano preparando contro di lui.

Questa sareb¬be stata più pericolosa di quella, aperta e palese, degli Arrabbiati, poiché aveva radice nell'ambiente ecclesiastico più riservato e impenetrabile e si alimentava di timori, sospetti, gelosie di vecchia data.

Il Frate avverte la presenza oscura di questa guerra sotterranea, ma non per questo smette di condannare e fustigare i « tiepidi ».

Intanto Carlo VIII viene abbandonato da Ludovico il Moro, che assieme a Ferdinando il Cattolico, Massimiliano d'Asburgo, Venezia e Alessandro VI forma una lega contro il re di Francia.

Alle inimicizie di ordine religioso e sociale contro Savonarola si aggiungono ora forti pressioni perché entri in questa lega antifrancese.

A Firenze, il Duca di Milano conta sull'opera diplomatica e spionistica di Somenzi, suo agente, che provvede ad allacciare rapporti con i « tiepidi » in vista di un'azio¬ne coordinata contro il Frate, uomo da eliminare per guadagnare Firenze alla lega.

Le accuse rivoltegli sono di aver tassato di una decima il clero, di aver soppresso la proprietà privata dei monaci, di aver proposto di fondere gli ori e gli argenti delle chiese per farne pane per i poveri. Sono accuse inconsistenti, ma il fattore politico, e cioè la posizione di Firenze incline ad appog¬giare Carlo Vili e a non entrare nella lega, le ag¬grava.

All'azione di diffamazione interna dei Palleschi, e soprattutto degli Arrabbiati, si aggiungevano le inimicizie, ben più feroci e più organizzate nel metodo, vestite di panni religiosi e imbevute di deteriore macchinazione politica. Savonarola è ora un personaggio centrale della politica ita¬liana, e le accuse contro di lui cominciano a giungere al papa Alessandro VI, già infastidito dalla sua insistente voce accusatrice che attacca spesso direttamente la corte papale dei Borgia.

Carlo VIII intanto, con inaudita facilità, conquista il regno di Napoli, ma si vede costretto, minacciato dalla lega formatasi contro di lui, a riguadagnare rapidamente la via delle Alpi.
Durante il viaggio verso la Francia si ferma a Roma, ma il papa si guarda bene dal farsi trovare nella sua sede: prudentemente si è allontanato da Roma.

Il re prosegue verso il Nord.
Si ferma a Siena, ove Savonarola riesce a parlare con lui incontrandolo a Poggibonsi.
Qui, il re mostra venerazione e rispetto per il Frate, promettendogli non solo che non sarebbe passato per Firenze, ma che avrebbe anche restituito alla città le fortezze imprudentemente consegnategli da Piero dei Me¬dici.

In questo momento il prestigio di Savonarola in Firenze diviene grandissimo, tanto che persi¬ne gli Arrabbiati non si fanno più sentire.
La riforma politica e di costume progredisce parallelamente a quella culturale.

Nel convento di S. Marco era nata l'Accademia Marciana, fondata da Pico della Mirandola e dal Poliziano, ove si coltivavano studi letterari e filosofici. L'economia si rinvigoriva, il commercio era in espansione.


Carlo VIII, però, non tiene fede alla promessa di restituire Pisa e le altre città. Così l'opposizione riprende vigore. Perso il regno di N¬poli, ripreso da Ferdinando II d'Aargona, il re di Francia riesce a raggiungere le Alpi dopo aver fronteggiato l'esercito della lega a Fornovo sul Taro (1495).




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ALESSANDRO VI E SAVONAROLA - In questo periodo il Frate è malato, ma continua a predicare dal pulpito: « Frate, frate, tu cerchi un altro male che il medico non ti potrà guarire ».

Il 21 Luglio 1495, Alessandro VI gli ordina di recarsi a Roma.

Anche se il breve (lettera ponti-ficia) del papa contiene degli elogi, risponde di non poter obbedire per due ragioni: la prima è la malattia che lo affligge, la seconda il timore di essere ucciso per via: timore fondatissimo, avendo già subito un attentato alla vita.
E' in questo periodo che sono stampate le sue profezie sotto il titolo Compendio di Rivelazione.

Contemporaneamente Carlo VIII firma a Torino con ambasciatori fiorentini un documento con cui si impegna di restituire a Firenze le città date in pegno da Piero. Verrà però restituita solo Livorno.

Il 9 Settembre del 1495 arriva a Firenze un altro breve del papa, di tutt'altra pasta del pre-cedente.

Il Frate viene accusato di propagazione di eresie, errori dogmatici, sciocchezze ed in più di disobbedienza al pontefice, avendone ri-fiutato l'invito a rectusi a Roma. Risponde con una lettera monumentale in data 29 Settembre, confutando le accese contenute nei breve, che presentava « non meno di 14 errori e non più di 18 », e indirizzato « al Priore e al Convento ; e « di eretica perniciosa dottrina ».

La scomunica è estensibile a quanti ascoltino le sue prediche o con lui conversino, o in aleuti modo io favoriscano.

Savonarola, accusato anche di clisobbedienza, in merito ai decreto di scioglimento della Congregazione di S. Marco, decreto che prevedeva la scomunica in caso di opposizione, risponde al papa con una lettera di autodifesa. li pontefice ed il Carafa, ora nemico del Frate, sembrano sul momento positiva-mente colpiti dalla lettera.

Nella vicenda, la Signoria appoggia il Frate, perché è ancora gelosa della sua autonomia politico amministrativa, tantio è vero che nega il salvacondotto al messo incaricato dal papa della consegna dei brevi di scomunica.
Quando i brevi giungono a Firenze, solo cinque chiese li pubblicano.

In una epistola « contro la scomunicazione surrettizia nuovamente fatta » indirizzata « a tutti i cristiani e diletti da Dio », in data 18 Giugno, Savonarola mostra la scomunica non essere valida, perché fondata su falsi presupposti avanzati dai suoi nemici, e cioè sopra un'assurda accusati di eresia e sopra una inesistente disobbe-dienza: disobbedienza non reprensibile, se pur vi fosse stata, perché la Congregazione Tosco-Romana non era stata costituita per zelo di religione, ma per perseguitare lui solo.

Ludovico il Moro, fattasi leggere la scomunica e la dnifesa del Frate dai suoi ambasciatori venuti da Firenze e da Ferrara, dice coi suoi consigUeri « che mai videro la più sciocca cosa ».

Ma Frate Vincenzo Bandelli, teologo e futuro Generale dell'Ordine, pur essendo solito non contraddire il Duca, dice « esser bone ragioni » quelle ad¬dotte dallo scomunicato.
A Firenze i Piagnoni, considerando invalida la scomunica, continuano a frequentare le funzioni e le prediche del Frate in S. Marco.

La condanna papale è invero arma potente in mano agli Arrabbiati, data loro dalla massima autorità religiosa del mondo cattolico alla fine di una lotta prima grossolana, poi sempre più insidiosa e sottile, condotta ed appoggiata da chi, sentendosi pubblicamente accusato, aveva fatto della distruzione del Profeta la ragione della propria tranquillità, la condizione necessa¬ria per la propria conservazione.

Popò dopo questi fatti, muore il primogenito di Alessandro VI, che ne resta terribilmente scosso, tanto che pare voler mutare vita e iniziare la riforma della chiesa, e si mostra anche ben disposto nei confronti di Savonarola, che da parte sua gli fa sapere che intende aiutarlo nell'opera di rinnovamento dell'apparato ecclesiastico.

Il papa arriva persine a dire, alla presenza del cardinale di Perugia, che gli dispiaceva la pubblicazione della scomunica « et erat omnino praeter mentem suam ». Ma « deposta prima la buona intenzione e poi le'lacrime, torna a far peggio di prima ».
Durante la sua « crisi di rettitudine » ha anche deputato 6 cardinali « pro reformanda Ecclesia ».


La causa del Savonarola è affidata a questi sei cardinali riformatori.
A poco a poco i rap¬porti fra Alessandro VI ed il Frate tornano a farsi tesi.

Questo riceve un nuovo invito a recarsi a Roma per render conto del suo operato, assieme alla formulazione di alcune condizioni che, se rispettate, avrebbero permesso la revoca della scomunica-


Gli Arrabbiati in questo periodo accolgono la sfida della 'prova del fuoco' avanzata da Fra Domenico, seguace di Savonarola, come una buona occasione per screditare il Frate: hanno buon fiuto.

Le motivazio¬ni della prova sono queste: « Che la Chiesa ave¬va bisogno di rinnovazione; che sarebbe stata flagellata e rinnovata; che pure Firenze sarebbe stata flagellata, ma per poi rinnovarsi e rifiorire; che tutto ciò sarebbe stato in quei tempi; che la scomunica non era valida e chi non la osservava non faceva peccato».

Dispiace a Savonarola che la semplicità di Fra Domenico sia caduta nel trabocchetto: le sue idee di rinnovamento, di riforma, saranno sottoposte all'esame consistente in una prova di carattere decisamente medievale, risalente ad usi barbari¬ci ormai superati.

Ma ormai gli avvenimenti non sono più con-trollabili.

In luogo della legge e del ragionamen-to, nella città regnano l'odio di parte ed una specie di invasamento collettivo che richiede una soluzione emotiva e spettacolare alla vicenda.

Tutta la città vuole l'esperimento; tutte le fazioni sono d'accordo.
I preliminari sono estremamente confusi.
A questo punto Fra Francesco dichiara di voler sostenere la prova con Savonarola. Nessun altro può sostituire Fra Domenico, che ha personal-mente accettato la sfida. Come se non bastasse, un altro frate di S. Marco, Mariano Ughi, lancia « in proprio » una sfida personale, dichiarandosi disposto alla prova del fuoco in difesa delle tesi savonaroliane, contro qualsivcglia dei Minori Francescani.

Alla fine di questa fanatica contesa, restarono sul campo Fra Domenico Buonvicini, seguace di Savonarola, e Fra Giuliano Ronconelli, designato da Francesco di Puglia a scendere in campo al posto di Fra Mariano.

Il bello è che Fra Giuliano è assente dalla città ed ignora ogni cosa.
Certamente, Savonarola si mostra stranamente indeciso in tutta questa faccenda, forse per un residuo di credulità in una simile prova, o forse per un momento di stanchezza nel pieno di una lotta tanto aspra condotta al limite dì ogni umana resistenza.

Le condizioni della prova erano che il principale attore della parte perdente 8 tutti i suoi seguaci avrebbero dovuto lasciare la città.

Se fossero bruciati ambedue gli sfidanti, solo il Frate sarebbe stato bandito.
La prova però non viene effettuata per l'assenza di Fra Giulilano, che indugia e non si decide a presentarsi sul luogo della sfida.
Per tutto il giorno i Minori Francescani con vari pretesti ritardano l'inizio della prova. Infine, quasi sul far della sera, una violenta grandinata spinge tutti a casa. ...

Anche se i Francescani hanno cavillato' dal mattino fine a sera, mentre tutto era pronto per la «prova del fuoco», agli occhi del popolo Savonarola appare il perdente, giacché ognuno si aspettava un suo plateale prodigio, un evento spettacolare e miracoloso. § §§
§§ §
La delusione per lo spettacolo mancato sarebbe stata presto ripagata.

Privato della predicazione, colpito dai brevi papali, osteggiato dalla Signoria, perduto il favore del popolo come per Caio e Tiberio Gracco, senza alcuna colpa, con quel 'martirio' del resto che lui ha sempre previsto, e che aspetta come il completamento fatale della sua vita di Profeta.

Invano Luca degli Albizzi cerca di persuadere i Piagnoni ad organizzarsi per la difesa.

Il mese di Aprile trova così i Piagnoni del tutto impo¬tenti e privi di qualsiasi capacità di azione.

Nella messa della Domenica dell'Ulivo, il Frate, sentendo prossima la morte, dice:
« Signor mio, ti ringrazio perché in questi tempi tu ini vuoi fare a tua
similitudine ».

La certezza del martirio, come già si è detto, era sempre stata presente in lui.

Già nell'estate del 1496, rifiutando l'abito cardinalizio, aveva detto: ...
' Un cappello rosso io voglio, quello dei martiri ».

Nell'ultima fase della sua attività profetica, quella della «voce di Lazzaro », egli è convinto più che mai dellla sua prossima fine.

§

Nella settimana di Passione, mentre la folla riaccompagna Fra Mariano Ugni in S. Marco, dopo la predica in S. Maria del Fiore, un certo Antonio Alamanni batte sulle panche della chiesa gridando: « Andatevene con Dio, Piagnoni! ».

Scoppia un tumulto nel tempio e si forma un'accozzaglia di facinorosi che giunge a S. Marco.
Vengono uccisi un giovinetto ed un uomo.
Verso le 22 la Signoria comunica al Frate l'ordine di uscire dalla città entro dodici ore, provvedendo ad informarne il papa.
Gli Arrabbiati assediano S. Marco.
I Piagnoni, disorganizzati, nulla fanno per difendere se stessi ed il loro Predicatore, ma se ne stanno chiusi nelle chiese.

La Signoria, naturalmente, lascia che le cose procedano da sé, permettendo ogni eccesso agli Arrabbiati.
Poche decine di animosi, intanto, difendono S. Marco lanciando tegole dai Letto.
Gli assediati sono vanamente fiduciosi nell'intervento di una Signoria che ormai era tutt'uuo con quelli che stavano per appiccare il fuoco alle porte del convento.

Francesco Valori, uscito per chiedere rinforzi, si rifugia in casa.
Qui gli Arrab-biati lo uccidono insieme alia moglie.

Un bando della Signoria dichiara « ribelli » tutti i laici assediati nel convento.

Durante l'assedio, Savonarola prega in sagrestia, e quando S. Marco viene occupato riceve l'ordine eli presentarsi nel palazzo della Signoria.

Poco prima aveva escluso la possibilità di. darsi alla fuga per rifugiarsi presso il re di Francia,Carlo VIII.

In questa occasione, poiché il Frate sembra esitare di fronte alla proposta di fuggire, gli si avvicina Fra Malatesta, che gli dice: « Non deve il pastore metter la vita per le sue pecorelle?».

Al frate che ha parlato, alcuni dei confratelli rimproverano subito un atteggiamento torbide e infido.
A lui sembra riservata la parte di Giuda nella passione di Savonarola.
Ma questo prende le sue parole come la voce stessa della coscienza: lo abbraccia, e si preparia a seguire i messi del governo, non senza aver prima ricevuto i Sacramenti.

Fra Domenico e Fra Silvestre lo seguono in Signoria, fra gli insulti della folla.
V'è anche chi. dopo averlo percosso, gli grida:
... « Profetizza chi ti ha battuto! », come fu fatto a Cristo.

E con la storia del Figlio dell'Uomo la vicenda savonaroliana sembra avere davvero molto in comune, specialmente nelle fasi finali, il tradimento, l'abbandono e lo smarrimento, la perdita dei consensoo, il fanatismo della folla, il crudele martiro
e l'assassinio ammantato di jus.

Il 9 Aprile si riuniscono gli Otto di Pratica (organo consiliare esecutivo della Repubblica preposto alla cifesa ed alia politica estera).

Non si ode una sola vece favorevole all'imputato.
In pochissimo tempo tutta Firenze si è fatta nemica del Predicatore.
I pochi che gli sono ancora fedeli, non osano fiatare.

Non appena Arrabbiati, Palleschi e Compagaacci hanno messo mano ai bastoni, tutti i frateschi hanno perso l'uso della parola e molti di essi, addirittura, hanno cambiato parte.

Quando vengono rieletti i magistrati cittadini (Otto di Pratica, Priori delle Arti, Capitano dei Popolo, Gonfaloniere di Giustizia, Podestà: tutti scelti nall' ambito del Consiglio Maggiore o Grande.

Un altro Consiglio detto "degli Ottanta" viene eletto dal Consiglio Grande ed ha la funzio¬ne di esaminare ed approvare i provvedimenti presi dalla Signoria.
In tempo di guerra assume i pieni poteri una magistratura nominata dal Consiglio Grande: i Dieci di Balia), questi risultano essere tutti Compagnacci o Arrabbiati.

Si decide di esaminare i tre frati in città e di non inviai li a Roma.
Savonarola viene interrogato lo stesso giorno da una commissione di quattordici cittadini verbalmente eletti, e quindi tutti ostilìssimi a lui.

Egli « stava costante e molto animosamente con arroganza rispondeva ».
L'atto ufficiale ammette che in questa occasione gli vengono dati « in due volte tratti tre e mezzo di fune ».

E' applicata quindi ia tortura.
Non era permesso torturare un ecclesiastico, tuttavia, trattandosi di un certo tipo di ecclesiastico, il papa avrebbe ben mostrato tutta la sua clemenza per i torturatori.

I comirissari inquirenti sono eletti il giorno seguente, in numero di diciassette.
« Tutti i più fieri degli inimici sua », scrive il Guicciardini,

Ciò basterebbe a invalida¬re il « processo ».

Il giorno 10 Aprile, torturato con quattro grandi strappate di corda, grida:
...« posatemi, che io vi scriverò tutta la vita mia! ».

La scrive, ma poco se ne rallegrano gli esaminatori, che anzi occultano quelle confessioni autografe.
Frattanto i frati di S. Marco lo rinnegano; gli esaminatori, però, nulla trovano di imputabile in lui.
Si continua ad applicare la tortura, fino al punto che neve essere imboccato perché possa in qualche modo nutrirsi.
Dagli atti ufficiali del processo non risulta che sia stata usata ia tortura, tranne per i tra tracci 3 mezzo del 9 Aprile.
Tuttavia Somenai, agente di Ludovico il Moro e avversario del Frate, attesta « quattro grandi tratti » dati il 10, e si sa per alfre fonti che ne vengono dati
« quando quattro e quando sei » altre volte.
Savonarola cede alla tortura, e farebbe mera viglia il contrario.

Le Dichiarazioni così estorte gli furono apparentemente da lui ratificare sotto minaccia di altre torture, vengono opportunamente manipolate.
Interpolazieni e manipolazioni sostanziali.

Il giorno diciotto ser Ceccone, il notaio che redige i verbali, legge in presenza del Frate il testo processuale cosi « formato e ordinato ». e questo gli predice la morte, ove osi pubblicarlo: « Se tu pubblichi questo, morrai fra sei mesi! ».
Ser Ceccone — che in effetti morì dopo sei mesi circa — gli mostra le ratifiche, che da sole po¬trebbero infamarlo presso il popolo.
Minacciato di nuove torture, sottoscrive la confessione completa.
Due canonici e sei frati di S. Marco convalidano il testo.
Incontrandoli, il Frate raccomanda loro di seguire sempre i suoi insegna¬menti.
Ha ormai perso — dice — lo spirito di profezia, che ha dovuto rinnegare oppresso dalle torture.

... « Ex ore tuo credidi, ex ore tuo discredo », gli risponde Fra Malatesta,

II testo viene letto nella sala del Consiglio in sua assenza, per paura che ritrovi il suo « spirito » e parli al popolo riportandolo dalla parte sua.

Sul testo, inviato al papa, gli esaminatori annotano: « A fatica e a forza, con molta ricerca, abbiamo estorto (!) poche cose». Alessandro VI, già informato tempestivamente della cattura del Frate, non aveva nascosto la sua soddisfazione, e in un breve spedito alla Signoria il 12 Aprile aveva espresso il desiderio di averlo a Roma. Aveva anche inviato una Bolla di indulgenza plenaria per tutti i Fiorentini. La Signoria però., fedele alle sue idee autonornistiche, aveva riba¬dito l'intenzione di processare in città l'imputato.

Si rende tuttavia necessario un secondo processo, per « estorcere » qualcosa di più consistente.
Gli slogano il braccio sinistro a forza 'li torture, e ciò olire le- possibilità di infliggsrg-i nuovi tormenti.
Il testo risultante vie/ie mani¬polato da ser Geccone con più raffinate astuzia.
Si lasciano spazi vuoti e si annotano aggiunte e postille dopo che il prigioniero, stremato dai tor¬menti, ha firmato.

Accanto alla firma viene anche apposta una riserva, per prevenire eventuali osservazioni: « Benché in alcuni luoghi sono al¬cune postille di mano di ser Francesco di sei-Barone ».
In seguito si procede alle manipolazio¬ni con la firma anticipata.
Uno degli esamina¬tori confessa a Jacopo Nardi * « esser vero che del processo di fra Girolamo a buon fine s'era levato qualche cosa, e a quello aggiunto qualche cosa ».
Frattanto più spicciamente sono state condotte a termine le esamine di Fra Domenico e Fra Silvestro.

Le loro deposizioni non aggravano la posizione di Savonarola.

Fra Domenico dice di aver confessato tutto come se stesse per morin , e senza mentire, perché sarebbe stato peccato grave.
In una Pratica del Maggio il governo ribadisce la decisione di non consegnare l'imputato principale al papa.

Alle motivazioni solite, se ne aggiunge una addotta dal Gonfaloniere uscente,

(* Jacopo Nardi - Storico fiorentino (Firenze 1476 • forse Venezia 1565) - Istorie della città di Firenze (dal 1494 al 1532).
Fu seguace del Savonarola ed ebbe larga parte negli eventi politici della sua città, specie durante l'ultima repubblica (1527-1530).
Nel 1533 fu confinato a Livorno. Fu poi a Roma ed a Venezia.

... Il papa si dichiara d'accordo con questa scelta demolitrice antisavonaroliana, considerando anche il fatto che la città non vuole perdere lo spettacolo della morte dei tre frati.
Invia comunque da Roma, su invito della Signoria, due suoi rappresentanti, per esaminare Savonarola ed i suoi due ultimi compagni di viaggio su ma¬terie che sono di competenza della Chiesa.
Così ai due processi laici se ne aggiungerà un terzo ecclesiastico, dall'esito scontato. I due uomini del papa sono Giovacchino Torriani, Generale dell'Ordine, e Francesco Remolines, auditore del Governatore di Roma.
Questi vengono a Firenze «con ordine che si faccia giustizia di essi (i frati) pubblica ».
La sentenza, quindi, è già stata pronunciata da chi li manda semplicemente a ratificarla.

Savonarola ha atteso un segno celeste che rivelasse la santità dell'opera sua e confondesse i veri nemici della Chiesa.
Questo segno forse lo aspettava anche in occasione della prova de) fuoco, prova che, sebbene gli ripugnasse, non aveva avversato con sufficiente energia.
Ma il segno non giunge, ed egli arriva a dubitare delle sue visioni, delle sue parole, della sua opera di Profeta.
Rinnega, sotto il tormento delle torture, la sua missione di Predicatore e Riformatore, il suo « dono profetico », il suo carisma, ma ritrova più tardi la sua salda e serena forrza interiore.

Aveva predetto: « Io starò a quell'ora cheto che tu mi arai in prigione, ed anche non starò allora cheto, perché parlerò allora pure con chi ne porterà da mangiare ».

Qui parla col suo carceriere, infatti, che da avversario gli diviene amico sincero e da malvagio diviene buono e cortese.
Il Frate per lui scrive «Regola del ben vivere ».
Compone pure, nei giorni di carcere, « Expositio ac meditatio in psalmum Miserere », ove si rammarica di aver rinnegato le sue visioni profetiche, così come Pietro aveva rinnegato tre volte Cristo, per paura.
L'esposi¬zione del salmo « In te, Domine, speravi » ha accenti di poetico lirismo e si interrompe a poco dalla fine del salmo: manca il tempo.

Al terzo processo sono, quindi, presentì Torriani e Remonnes.
Le prime domande vertevano sul tema del Concilio: con chi e fino a qual punto ne avesse trattate le pratiche; quali fossero i cardinali implicati nella faccenda; fino a che punto vi avesse avuto parte Oliviero Carafa, protettore dell'Ordine domenicano e implacabile ne-mico del papa.
Gli viene domandato se aveva os¬servato la scomunica e se aveva detto che Alessandro VI non era né vero cristiano né papa: a questa domanda risponde di averlo scritto in una lettera che poi ha bruciato, ma di non averlo' mai detto. Remolines non è soddisfatto delle ri-sposte, ed ordina che sia spogliato e torturato con tratti di fune.

Allora il Frate, inginocchiatosi, ritratta tutte le precedenti confessioni, dicendo di aver negato Cristo per paura di tormenti: '' Ciò che io ho detto l'ho avuto da Dio. Dio, tu mi hai dato la penitenzia per averti negato: ...''

.. Immediata-mente viene di nuovo sottoposto a torture, e nega ancora Dio: tuttavia oltre a questo rifiuto della precedente ritrattazione, da lui non si riesce ad estorcere null'altro che i suoi carnefici possano ritenere importante per giustificare ufficialmente la condanna definitiva dei tre frati.

Il 22 Maggio la esamina è breve e spiccia.
I tre imputati sono degradati il 23 e condannati al giudice secolare come
« eretici e scismatici » e per aver predicato cose nuove.

In realtà nel loro comportamento nessuno degli inquisitori aveva trovato eresia, né scisma, tanto che il suo « complice », Giuliano della Rovere, sarà poco
dopo eletto papa.

Quanto alle ... « cose nuove », il Frate ha predicato che non si deve far commercio dei Sacramenti, e che il pontefice non deve tenere cinedi né concubine, ed altre simili « novità ».


In una pratica, Agnolo Niccolini propone di non ucciderlo, bensì di incarcerarlo perché potesse scrivere cose mirabili; ma i suoi nemici te¬mono che una Signoria a lui favorevole possa li¬berarlo, denunciando tante nefandezze e falsità commesse in quel processo.

Bernardo Rucellai arriva a dire: « Mettiamo tutto il male sopra di questo frate e scarichia¬mone la città ». E Parenti, uno degli Otto di Pra¬tica, storico ufficiale di quel consesso di carnefici: « Nostra intenzione era che di qui vivo non uscisse».

In effetti Rucellai e Parenti sintetizza¬no molto efficacemente il complesso e dram¬matico stato d'animo di una città in preda a istinti incontrollabili ed irrazionali che la spin¬gono ad effettuare un mostruoso sacrificio uma¬no, un tìeV;'.to purificatore. I frati sono condan¬nati a mor!. e. Giorno dell'esecuzione è lo stesso 23 Maggio Savonarola andrà via per sempre da Firenze nel mese in cui vi eia giunto.

I condanati vengono prima spogliati dell'abito.
Gli incaricati, Tommaso Sardi e Sebastiano Bontempi, quasi strappano di dosso l'abito ai tre.

... « Fate piano per i tormenti che ho sofferto » — dice Savonarola, piagato e con un braccio spezzato.
E, rivolto all'abito,
... « O abito santo — dice — quanto ti ho desiderato! Dio mi ti dette e insino a ora ti he conservato immacolato; ~ ora io non ti lascerei, ma tu mi sei tolto! ».

Vengono poi degradati. « Io ti separo dalla Chiesa militante e trionfante! ».

« Solo dalla militante, dalla trion¬fante non spetta a tei », risponde Gerolamo,' cor-reggendo il Vescovo di Vasona, Fra Benedetto Paganotti, brav'uomo, demandato a questo ufficio, sotto pena di scomunica, con un breve « ad degradandos fratres morituros ». Ultima raffinatezza de; papa, questa di far degradare il Pro¬feta da un suo seguace, già ospitato in S. Marco qualche anno prima.

A questo punto Remolines da ai tre condannati l'assoluzione plenaria da parte della « Santità del Nostro Signore ».

Se i tre martiri fossero stati davvero eretici e scomunicati, non avrebbero potuto fruire di nessuna indulgenza se non fosse stato prima tolto l'osta¬colo della scomunica e da essi abiurata l'eresia.

Giungono davanti agli Otto, e qui sanno che saranno impiccati ed arsi.
Prima tocca a Silvetro, poi a Domenico.

Infine a Girolamo.

Prima che gli venga data la spinte, qualcuno grida:
... « Savonarola, ora è tempo di fare miracoli! », così come fu gridato a Cristo:
... « Scendi dalla cro¬ce e crederemo in te! ».

Le ceneri sono gettate in Arno, per evitare che i Piagnoni le conservino.

Savonarola lo aveva profetizzato:

... « Andranno gli empì al santuario, con la scure e col fuoco le porte spezzeranno e abbruceranno, e pigle¬ranno gli uomini giusti e nel luogo principale della città li abbruceranno; e quello che non consumerà il fuoco e non porterà via il vento, getteranno nell'acqua ».


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Emblematico resta il giudizio che Guicciardini esprime sulla sua persona: « Io ne sono dubbio e non ci ho opinione risoluta in parte alcuna; ma bene conchìuggo questo, che se lui fu buo¬no abbiamo veduto ai tempi nostri uno grande profeta; se fu cattivo, uno uomo grandissimo».

Un giudizio possibilista, che in effetti non è nemmeno un giudizio, in quanto manca di certezza.



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NOTE CONCLUSIVE - La parte maggiore degli studi storici e letterali sulla vicenda savonaroliana sì colloca nel secolo scorso, e va detto che spesso gli studiosi dell'argomento sono rimasti legati ad esigenze apologetiche di vario ordine.

Né Francesco De Sanctis contribuisce storica-mente con l'affermazione, divenuta un luogo co-mune: « Savonarola fu l'ultimo raggio d'un passato che tramontava sull'orizzonte; Machiavelli fu l'aurora precorritrice dei tempi moderni.
L'uno, l'ultimo tipo del vecchio uomo medioevale, l'altro, il primo tipo dell'uomo moderno ».

Qui è evidente la particolare tendenza del grande critico ad etichettare uomini e idee, e quella generale, comune un po' a tutti, a voler divìdere la Storia in compartimenti stagni, per eccessi¬vo amore di chiarezza e mania di ordine.

Un'altra bella e fortune La frase dello stesso dice che Savonarola è « una reminiscenza del Medio Evo, profeta e apostolo a modo dantesco ».
Savonarola medioevale, dunque, Machiavelli vero borghese moderno, ed anche lui, a modo suo, profeta, « profeta laico ».


Così anche per Carducci, che insisteva sul medievalismo del Frate:
... « Non sentiva che la riforma in Italia è il rinascimento pagano, che la riforma puramente religiosa era riservata ad al-tri popoli più sinceramente cristiani».

Vale la pe-na riportare le significative parole di Padre Vincenzo Marchese che nell'appendice 23° dell'Ar-chivio Storico Italiano ci presenta singolarmente riuniti in triade Savonarola, Campanella e Bruno.

... « Tre grandi Italiani, usciti in tempi diversi da un chiostro medesimo, ebbero dolorosa la vita, dubbia e combattuta la fama, e due di essi crudelissima la morte.


Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Girolamo Savonarola lasciarono in forse quale fosse più grande e più sventurato.
Tutti e tre nemici di ogni maniera di tirannide, tutti e tre grandi nell'ingegno e nel¬la sventura ebbero a soffrire l'ira di potenti nemici, che dopo aver loro conturbata la serenità della vita ne vollero dopo la morte vituperata la memoria, apponendo ai primi due la taccia di ateismo, ed al terzo quella di violata religione.

Ma se la scoria non potè da ogni colpa purgare la fama di Bruno, ben rivendicò quella di Cam¬panella, e il nome di Fra Girolamo Savonarola, dal patibolo non macchiato, risplenderà eterna¬mente negli scritti del Nardi, del Segni, del Ma¬chiavelli, del Guicciardini., e sarà con riverenza ed affetto ricordato dagli Italiani, finché avran¬no cara la religione e la libertà».


Savonarola, eretico, o santo, precursore o sopravvissuto, a tutta prima pare non conciliarsi con una cultura che lo aveva aspramente combattuto, dopo averlo ascoltato con devoto amore.

Certo una precostituita immagine d'un Rinascimento fiorentino spensierato, pagano, prigioniero dei miti classici e delle feste mondane fa sparire alla vista quella Accademia Marciana che vede riuniti intorno al Frate filosofi « pagani », e da cui una spiritualità e una religiosità nuova sembra venire agli artisti.

Savonarola è in costante, diretto rapporto culturale e politico con il suo ambiente.

«E così, fatto tanto profitto cir¬ca le cose spirituali, non fece ancora minori ope¬re circa lo stato della città e il beneficio pub¬blico »: così illumina il Guicciardini sull'operazione etico-politica tentata dal Profeta.

E la Firenze del '400 non lo sente come un estraneo, come una "vox clamantis in deserto", contraria¬mente a quanto si supponeva nell'800.

«Predicava tuttavolta intorno al fatto dello Stato, e che si. dovesse amare e temere Iddio, e amare il bene comune; e che niuno non volessi più levare il capo e farsi grande.

Sempre favoriva il popolo ».

Così Luca Ganducci fecalizza i punti di contatto fra Savonarola ed il suo tempo, dal momento che il Rinascimento è per eccellenza epoca di aspettazione.
Il senso dei grandi eventi, del tramutarsi del mondo permea il pensiero e lo spirito del tempo.

Gli astrologi e i filosofi, spesso una sola persona come in Marsilio Fici-no, cercano e trovano nelle stelle la conferma e l'annuncio di mutamenti imminenti.

E' un'aria di attesa, quasi una grande vigilia di un "natale" diverso dagli altri. Ma il rinnovamento atteso verrà « dall'alto »: sarà un rinnovamento subito, imposto. Savonarola fa vigorosamente sua la « grande attesa » e la rende popolare e democratica, pubblicizzandola, così che sia anche sce> ta « dal basso », attrae erso una presa di coscien-za che implichi la libera scelta della «peniten¬za » al fine dì evitare il « flagello ». Insornma questo profeta vuole fondere nella forma drammatica del mito l'ideologia cristiana e l'utopia ugualitaria, scelte attraverso una cosciente pre¬parazione dell'opinione pubblica operata sopra un senso comune di base e per mezzo di immagini-simboli noti per appartenere ad un patrimo¬nio comune, ad un codice familiare: le Sacre Scritture ed i temi centrali delle profezie .reli¬giose a sfondo sociale della tradizione profeti¬ca cristiana.

Per questo motivo in lui la "profezia" non è allineata sulla tradizione avveniristico-escatolo-gica, anzi, è in vivo e stretto rapporto col pre-sente, quale momento logicamente analitico dei fattori sociali, economici e politici visti nella prospettiva dei loro possibili effetti consequenzìali.

E' previsione critica affinata da una dura disciplina spirituale e intcriore e basata su una rigorosa disamina dei fatti. La profezia, nella concezione tomista, cui il Frate si attiene, è "direzione degli atti umani", e quindi comporta un' aderenza perfetta alla storia.

Profezia, quindi, che non si affida all'irrazionale entusiastico, quanto piuttosto ad un rigore etico religioso che dovrebbe conciliare e fondere, per così dire, lògos e mito.

Predicatore del futuribile, egli operò proficuamente verso i giovani, sensibilizzandoli al rispet¬to del :ene comune, così da ren lerli spesso suoi collaboratori.

... « Intendi, Firenze, quello che io ti dico: da te uscirà la riformazione di tutta Italia ».

Queste parole, contenute in una predica del 1494, racchiudono il sogno politico suo: fare di Firenze il centro di un rinnovamento de¬mocratico capace di estendersi gradualmente al¬le altre città italiane. Nel realizzare questo programma, guadagna, il consenso degli scontenti, come 3-:à si è osservato, e soprattutto di quelli che si sentivano oppressi dalle spoliazioni medicee » ed estranei alla vita politica e culturale della ristretta borghesia mercantile.

Per creare una mentalità nuova, occorre spazzare via quel¬la dominante, operando una vigorosa rivoluzione culturale.

Per questo comincia a sostenere che la civiltà rinascimentale è, in sostanza, pagana.
Come dire che corrisponde ad un atteggiamento culturale precristiano.
Quello che più lo irrita è il compromesso nascente fra letteratura classi-cheggiante e certi contenuti cristiano religiosi.

Artisti, letterati e predicatori mescolano il sacro con il profano, il sensuale con il mistico, Ovidio con Cristo.

Lo sbigottisce, cioè, la confusione e-norrne che regna nell'animo degli intellettuali, in¬dice di una mancanza di rigore metodologico o di una profonda angoscia, di un grave dissidio fra spìrito e materia, fra pagano e cristiano.


L'Umanesimo è, in effetti, una esaltazione dell'uomo e di tutto ciò che è "umano".

L'attenzione si concentra dall'universale al particolare; i valori umani ed i problemi concreti dell'esistenza prendono il sopravvento su una visione più am¬pia e generale dell'esistenza proposta dal Medio Evo e dalle sue strutture economiche e sociali.

E' ben vero tuttavia che i « padri » dell'Umanesimo, e quindi del Rinascimento, sono quasi sempre dei grandi cristiani.
Vittorino da Feltre, Marsilio Ficino, Enea Silvio Piccolomini (Pio II). ... segue dopo le photos ... ....... § §§
§§ § ...... tendono a sottolineare la continuità ideale che esiste fra le dottrine degli antichi e la cultura cristiana.
Per questi intellettuali i valori rivendi¬cati dalla nuova cultura, proprio perché vera-mente umani, possono essere anche autentica¬mente cristiani.
Ma quando questo atteggiamento culturale rivela caratteri di esasperato individualismo e dì paganesimo pratico, gli spiriti au¬tenticamente religiosi e non disposti al compro¬messo si allarmano: è il caso di Savonarola.

Gli uomini di cultura e gli artisti in genere dell'epoca servono spregiudicatamente padroni diversi e spesso di carattere opposto.
Sembrano non avere precisa coscienza di una funzione so¬ciale dell'arte e della cultura.

L'intellettuale rinascimentale pare completamente in balia delle forze economiche dominanti, e tutta la sua "cultura" non gli consente la minima autonomia, anzi, è la ragione stessa della sua "servitù".

Intellettuale di classe, «organico», fedele al senso comune della classe dominarne, funzionario ed operatore culturale al servino delle caste borghesi, dei ceti mercantili, più o meno imparentati con le aristn-^razie tradizionali.

Questo fenomeno indica come cultura ed economia si vengano a fondere indissolubilmente proprio nell'epoca rinascimentale, costituende un rapporto interdipendente che è alla, base rii ogni potere.

Questa interdipendenza consente un minimo di autonomia, come si è visto, solo ad un livello privato e personale: così Leonardo, l'artista-gonio rinascimentale per eccellenza, cambia sovente "padrone".
Serve prima i Medici, poi la Repubblica fiorentina, quindi il Duca di Milano, e infine Cesare Borgia.
Eppure, a ben guardare, il suo messaggio è unico, costante, univoco: cam¬bia il contesto, ma mittente, codice e messaggio conservano la loro identità.

Questo comportamento a prima vista può ap-parire incostante e superficiale, ina in realtà non fa che confermare l'alleanza fra ar,e e capitale, al di sopra dslle insoddisfazioni e delle discordie degli individui.
Cor.'"inuità nel rapporto di fc ido, quindi, a incostanza, "capriccio" ad un livello personale, individuale.

C'è un'angoscia, una sofferenza, di fondo

l'artista, nell'intellettuale rinascimentale: possiede meravigliosamente il codice espressivo, conosce perfettamente il messaggio ed il destinatario, in fondo però, gli sfugge la vera natura del mittente, ossia di se stesso, e per questo prova un senso di vuoto e di smarrimento che si risolvono in rabbia, perfezionismo, in angoscia che na¬sce dal fatto di non riuscire a spiegarsi la moti¬vazione reale del suo operare artistico culturale.

Non ha precise e coscienti motivazioni politiche, né sociali, né economiche: è veramente privo di certezze interiori consolatorie e rassicuranti.

E' il dramma, soprattutto, di Leonardo e di Michelangelo, perennemente in crisi, sempre lacerati da dubbi e incertezze.

Unici intellettuali veramente consapevoli delie motivazioni del loro messaggio, sono appunto Machiavelli e Savonarola: in misura diversa e per diversi fini, ambedue avevano ben chiaro quale indirizzo dare al proprio discorso, provocatorio e programmatico, sospeso tra crudo reali¬smo e mitica utopia, e destinato comunque, co¬me le invenzioni di Leonardo, a rimanere per il momento privo d'ogni applicazione pratìca.p e v* destinato;-ad- essere riscoperto in epoche succes¬sive, sotto diverse forme.

Uno dei due, ha avuto modo di giudicare l'altro da « spettatore ».

Machiavelli accusa il Frate di aver voluto fare un partito politico della sua grande idea morale, dividendo la umanità « in due schiere: l'una che milita sotto Iddio, f>d è alleila rie! Pia orioni suoi «pprifinr l'aera s'ifto il diavolo, ed è quella degii avversar! ».
Questo dice nella lettera del 9 Marzo 1497 a Riccardo Bechi. Per lui il Frate è un opportunista che « viene secondando i tempi e le sue bugie colorendo ».

Il fatto è che i due sono su posizioni antitetiche, ed entrambe, a modo loro, estremiste: Savonarola, acceso dal fervore profetico, ammonisce gli uomini e non si stanca ci ripetere come dovrebbero essere, Machiavelli, il teorico del realismo politico, mostra agli uomini co.ne in realtà sono, e perciò avversa radicalmente l'in-terpretazione savonaroliana della realtà sociale e politica.

E questo, lo fa in ossequio a tutta la logica del suo pensiero, dal momento che consiglia ai politici la religione come instrumentum regni, mezzo di disciplina dei popoli, e non am¬mette che i principi stessi si sottomettano alla religione, e specialmente disapprova, che pretendano di governare derivando da Dio una forza che solo doveva °ssere riposta nella loro virtù.

Un tale uso della religione era corruzione della sua natura ed originava una dubbia politica.

Savonarola, che vuoi fare politica facendo il profeta. è cattivo profeta, perché politicizza il suo •profetismo, e nello stesso 'empo è infelice politico, perché non arma abbastanza la biin profezia (''profeta disarmato'' ... lo definisce).

A questa analisi dei Eusso risponde Granisci, affermando che l'opposizione Savonarola - Machiavelli non è l'opposizione tra essere e dove, essere, ma tra due dover essere, quello astratto e fu-moso del Savonarola e quello realistico del
Machiavelli, realistico anche se non diventato real¬tà immediata, poiché non si può attendere che un individuo o un libro mutino la realtà, ma solo la interpretino e indichino la via possibile dell'azione.

Crediamo, per concludere queste note sul Savonarola, che sia opportuno citare le parole di un altro grande «profeta», anche lui perseguitato e, in definitiva,
« disarmato », se volessimo valutarlo Col metro machiavellico: Antonio Granisci, che dice del Frate fop. cit. Quad. 15 parag -afo 70, Rinascimento, pag. 1832):

«Chi sostiene che Sa¬vonarola fu "uomo del Medio Evo" non tiene sufficientemente conto della sua lotta col potere ecclesiastico, lotta che in fondo tendeva a rende¬re Firenze indipendente dal sistema feudale chie-sastico ».

Un Savonarola, quindi (A. Gramsci, op. cit Quad. 5 (IX) - paragr. 123; 59 bis), figlio della tendenza « prog., jssiva » del Rinascimento, desti¬nata a soccombere, vinta dalla tendenza « regres¬siva », impersonata da un'aristocrazia staccata dal popolo-nazione. Il popolo già preparava, pe¬rò, la reazione a questo parassitismo nella ri¬forma protestante, nel savonarolismo fiorentino. Le stesso pensiero di Machiavelli è una reazione al Rinascimento, è il richiamo alla necessità nò-litica e nazionale di riiwicinarsi al popolo co¬me hanno fatto le moaarchie assolute di Francia e di Spagna.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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E. Garin, « Quattrocento », Firenze 1954.
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G. Scaltriti, « Savonarola, il vero contestatore », Torino 1970.
L. Russo, « Machiavelli ». Bari 1974.
A. Granisci, « Quaderni dal carcere », Torino 1975.
M.L. Rizzatti, Savonarola. Milano 1973.


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Ideologia e realtà nella poesia satirica classica
Savonarola e i suoi tempi
Appunti sul Mito

pubblicati negli anni 79 \ 80 in
Alla Bottega
via Plinio 38 Milano
Direttore Pino Lucano

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