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lunedì 16 maggio 2011

ruphus samnìs

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Rufus il Sannita

Argos Talasifron Editore

Roseti, giovedì 24 marzo 2011


Il treno sferragliava in maniera assordante mentre si preparava ad affrontare la grande curva prima di Cosa e percorrere sempre meno rapidamente il tratto pianeggiante che portava alla stazione del centro etrusco.

Dai finestrini aperti entrava aria calda nella primavera che avanzava e si vedevano le campagne verdi, gli alberi in fiore e l’azzurro del mare intorno alla collina di Ansedonia.



Rintanato in uno scompartimento Rufus sonnecchiava e guardava l’incanto vegetale dal finestrino spalancato.
Veniva da lontano, dalle montagne del Sannio selvaggio ed ellenizzato, terra dalla doppia anima, dove aveva lasciato un clima più freddo e neve sulle alte montagne intorno.



Il suo Matese, le Mainarde, il Monte Saraceno erano già quasi dei ricordi mentre la sua mente si adattava ad un nuovo e diverso contesto ambientale.

La sua terra, e questo non si poteva negare, era perennemente in guerra, eppure lui sapeva da sempre che amava la pace come nessun’altra.

Le guerre dei Sanniti non erano certamente solo delle guerre interne.

Nel Sannio i residenti avevano in comune la proprietà della terra, si spartivano secondo precisi canoni di giustizia sociale il frutto del lavoro agrario, formavano una federazione di piccoli stati città e armavano un esercito comune che si muoveva ‘dalle balze di Boviano l’Antica’ all’occorrenza e solo in caso di reale pericolo.

Sui monti dell’alto Sannio, presso il Monte Saraceno, o Sarecino, o Caraceno, protetto da morge e alture, era situato un centro sacro, ove i capi religiosi e militari si riunivano per prendere le decisioni politiche di comune interesse.

Rufus era nato proprio in quel centro religioso e sacro a tutto il popolo del Sannio.



I Sanniti erano stati ultimamente attaccati dai Romani, i loro nemici eterni e paradossalmente i loro futuri grandi ospiti, visto che un giorno le genti di Ausonia, o Saturnia, antichi nomi della penisola, avrebbero letteralmente invaso la grande città, non con le armi che lei stessa prediligeva, ma con attività lavorative d’ogni genere.



La contesa verteva sul possesso delle ricche terre campane.

Ai Sanniti, rude gente di montagna, ma autenticamente civilizzata, ellenizzata e conoscitrice delle arti e della letteratura prima ancora di Roma, ancora agreste e incolta, facevano gola le fertili e vaste zone verso gli Aurunci, oltre la fertile ma esigua piana di Venafro. presso Formia e Gaeta.

Occorreva arrivare dunque a Formia, a Gaeta, a Minturno, addirittura a Paestum, Pompei, Ercolano, Neapolis.

Ma Roma decisamente intendeva impedire la sannitizzazione dei campani.

Di qui lo scontro.

La federazione del Sannio aveva scelto lui per una trattativa con gli Etruschi, in vista d’un’alleanza antiromana, o comunque di una intesa ad ampio raggio utile anche per il futuro.

Per questo Rufus viaggiava su quel treno, in una zona del tempo proiettata in avanti quasi da un turbine affettivo bipolare, da una potente esigenza e richiesta contestuale espressa dalla sua gente.

Può accadere di restare presi da un turbine così, sebbene a nessuno che sia accaduto convenga raccontarlo, per via delle conseguenze sociali ed anche storico politiche.

I politici e gli storici sono figli più della poesia e della creatività che della scienza, ma detestano la fantasia e la memoria estrema, che della poesia è madre stessa.

Il rumore assordante e continuo delle ruote di ferro sulle rotaie scosse il sannita che iniziò ad alzarsi, scrollando dalle tempie e dalla nuca l’ampio e scintillante elmo di stagno e di rame, sovrastato da un’ imponente criniera nera e lucente, ondeggiante come grano d’estate colpito dal vento caldo del Sud.

Si alzò dondolando, si assestò sulle gambe forti e protette da schinieri, afferrò palleggiandola a fatica nell’angusto scompartimento l’asta dalla punta armata di bronzo e caracollando lentamente iniziò a percorrere lo stretto corridoio pieno di luce, d’aria tiepida e vento.
*
Si fermò davanti alla porta sbarrata ove c’erano altre persone in attesa.

Il treno cominciò lentamente a frenare, con un lacerante e insoffribile stridio di ferro, con le ruote che sotto le carrozze tremanti scintillavano per l’attrito sulle dure rotaie lucide in superficie e rugginose in basso, sulla carreggiata.

Si fermò di scatto con un sobbalzo alla stazione.

Rufus aspettò pazientemente il suo turno e scese, armeggiando con la lunga asta.

Attraversò i binari, la stazione semideserta, si fermò all’edicola.

Acquistò un settimanale con una raccolta di canzoni di composizione greca e locale.
Era incuriosito e desiderava informarsi sul tempo e sull’ambiente.

Poi salì sul pullman per l’Argentario.

Prima di imbarcarsi a bordo della navetta, affidò il suo semplice bagaglio, uno zaino di stoffa amaranto, all’autista, che lo sistemò nella stiva.


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Era diretto, secondo quanto programmato, ad una scuola di Porto Santo Stefano.
Era una scuola dove gli insegnanti avevano mostrato particolare sensibilità per i problemi della giustizia, della innovazione, dei rapporti con l’ambiente.


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Mentre la corriera lo portava nel paese di mare, leggeva la rivista.

Guerre, troppe guerre.
Guerre e dichiarazioni di guerra.

Come poteva perorare la giusta causa dei Sanniti, con tanta guerra intorno?

Avrebbe fatto molto probabilmente meglio a trasformare la sua missione in una missione di pace.

Poteva contare su una larga autonomia decisionale in merito.

Roma dopo tutto avrebbe potuto piegarsi ad accettare una compresenza sannitico romano campana nella terra di Neapolis.


***


Mentre stava meditando su questo tema, il pullman aveva oltrepassato la piccola piana di prato fiorito, il bivio di Santa Liberata, Baia Domizia e si stava avvicinando alla spiaggia della Soda.

Dopo pochi minuti, fu alla discesa sopra il Valle, in vista dell’intero paese, luminoso e sgargiante nel sole del mattino.

Appena il mezzo si fermò, scese e si diresse verso il mare.

Il porto era pieno di barche, d’ogni dimensione e forma.
L’acqua scintillava intorno alle prore.

Una miriade di gabbiani volava tutto intorno.

Alcuni si posavano vicinissimo alla gente, accettando pezzi di schiaccia, altri volavano in alto, solenni, sfruttando le correnti.

Dopo aver ammirato il luogo si avviò subito verso la scuola..
Ne aveva appreso prima l’ubicazione.

Lungo la via, notò un negozio ampio, da cui usciva molta gente mangiando schiacce e pizzette o con in mano buste di pane che in parte assaporavano, staccandone pezzetti.

Entrò.

Vide un vassoio di pizzette rosse, si avvicinò scansandosi per evitare il contatto con la gente, per non creare sconcerto, e ne divorò una buona quantità.

Era decisamente affamato, e si vedeva.


“Appoggiato alla lancia mangio la focaccia impastata …”

Si girò, riconoscendo il verso di Archiloco.

Un giovane l’aveva pronunciato vedendo il guerriero sannita che divorava le pizzette.


Rufus salutò, sistemò il sottogola dell’elmo, mise alcune monete sul tavolo e se ne andò senza aspettare il resto.

Camminò velocemente e fu presto all’ingresso della scuola.




Lo accolsero gentilmente e lo accompagnarono dagli alunni.
Avrebbe dovuto incontrare una classe e parlare agli studenti.










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Le scale dell’edificio scolastico erano brevi.
Si accedeva presto al piano superiore.
Le classi avevano le porte chiuse.
Una delle custodi si avvicinò ad una porta semichiusa.

***

Rufus mise piede nell’aula, piegato di lato su un fianco, il piede destro in avanti con lo schiniere scintillante, il braccio destro piegato all’indietro ad accarezzare l’impugnatura dell’elsa, lo scudo appiattito sul corpo ben saldo al braccio sinistro, l’elmo e la cresta piumata dondolanti con il capo.

I ragazzi si alzarono ammutoliti, pieni di stupore.
L’insegnante che stava spiegando tacque.

“gl’invertebrati … casualmente …”

Mi parve di riconoscere la voce.
Mi voltai verso la cattedra e riconobbi il docente.
Capelli bianconeri, con la scriminatura a sinistra.
Abbigliamento trasandato.
Naso enorme, carnoso e guance scavate.
Si fece da parte e lasciò la cattedra, un vecchio tavolaccio sgangherato, al guerriero.
Questo iniziò presto a parlare.

Parlò degli Etruschi e dei Sanniti.
Di cosa li rendeva diversi e lontani e di cosa li accomunava rendendoli simili e vicini.
Parlò della loro lingua e della traduzione delle opere di maieutica che era stata compiuta in lingua osca e della traduzione in latino che non era stato possibile effettuare.
Parlò delle occasioni precedenti in cui i due popoli erano stati alleati contro i Romani e di come Roma li avesse sopraffatti con una strategia intelligente e con un esercito meglio addestrato, battendoli separatamente.

E infine parlò della necessità di instaurare nuovi rapporti di amicizia e di alleanza fra i loro popoli, sulla base delle comuni e delle individuali esperienze di arte e di cultura.

Poi tacque, e rispose ad alcune domande dei giovani.

Quando fu il momento di salutarsi, riprese l’elmo che aveva posato sul tavolo del professore, lo indossò e si pose di nuovo lo scudo al braccio sinistro.

Non ricordava dove aveva messo l’asta.

Forse era rimasta nella grande panetteria.
Doveva trovarle un posto fisso, stabile, dove lasciarla e dove poterla ritrovare se mai le fosse servita.

Sicuramente l’avrebbero restituita.
Casa potevano farsene quelli che l’avrebbero trovata?
Così, pensando alla sua lancia Rufus s’incamminò verso l’uscita della scuola.
Su piazzale c’era poca gente.
Genitori e professori in attesa dell’uscita dei figli e del turno per qualche altra lezione.

Lo guardavano tra l’incuriosito e il divertito, con quell’abbigliamento eclettico, forse persino stravagante, avrebbe detto la preside della scuola da cui si stava allontanando.

Il guerriero si incamminò nella direzione che gli era stata indicata prima ancora che salisse sul treno.
Saliva rapidamente lungo una salita che lo portava al di sopra del paese.
Vedeva i tetti delle case, gli orti e i giardini, le strade interne e il mare azzurro intenso, le barche bianche, le vele, i traghetti.
A destra, la collina con la città di Cosa, a sinistra Telamone e la pianura maremmana.

La Maremma, un tempo fertilissima, poi divenuta incolta e paludosa, infine prosciugata dal Granduca Leopoldo Secondo.
Leopoldo era stato ripagato con l’esilio per i benefici donati a quella terra.
La Toscana, l’Etruria non era generosa con i suoi figli migliori.
Forse ci sarà qualche speranza per i nipoti.

Giunto alla sommità, compì un altro tragitto a semiluna, poi scese una leggera salita con un ripido tratto a esse ed arrivò di fronte ad un fabbricato giallo ocra.
Girò intorno e in fondo ad un vialetto trovò la casa che cercava.
Un albero dalle foglie larghe e verde tenero, vellutato, cresceva rigoglioso nel giardinetto.
Un altro, con frutti gialli, era accanto.
Il giardinetto era delimitato da una siepe alta, di edere.
Rufus assaggiò un frutto giallo.
Era aspro.
Lo posò su un tavolino bianco, rotondo.
Non conosceva il limone.
E neppure il nespolo, che iniziava a fruttificare allora.
C’erano delle sedie bianche.
Ne prese una e si mise seduto.
Guardava il cielo, le prime rondini, uguali in tutte le terre, distingueva i rondoni velocissimi, in volo continuo, dalle rondinelle con la pancia bianca, dal volo più variegato, discontinuo e morbido.
Fu preso dal sonno. Reclinò il capo e si addormentò.
Sognò di essere una rondine, e di partire verso l’Egitto, di volare sulle piramidi, sulla Sfinge, di fabbricarsi un nido di creta in un casa bianca in riva al Nilo, popolato di lenti coccodrilli e solcato da barche di giunco.

Le ore passarono.
Fu svegliato da un forte abbaiare.
Un grosso cane nero, dalle zampe avana ringhiava e abbaiava verso di lui.

Rufus era imbarazzato.
Sapeva di sanniti che erano stati usati a Roma e a Pompei nei combattimenti contro i molossi, grossi mastini.
Ma lui non aveva esperienza di cose del genere.
Si ricordava degli insegnamenti di suo Padre.
“Se un cane ti attacca o ti minaccia, resta il più possibile immobile.
Si calmerà”.

La porta della casa era aperta.
Sulla soglia un uomo richiamava il cane, uscendo e sistemandogli un guinzaglio al collare di metallo.

“Argos, buono, Rufus è nostro amico …”

Il cane entrò in casa obbediente e Januario accolse il guerriero, facendolo entrare.

Le armi e la lorica furono sistemate in un armadio.
Januario telefonò per rintracciare la lancia, che si trovava in panetteria.
L’ avrebbero recuperata più tardi.
Intanto era tempo per il pranzo.

Sapendo che aveva un ospite davvero speciale, Januario aveva preparato un piatto saporitissimo: la ‘mbaniccia.
Era un piatto tipicamente molisano, dell’alto Molise.
Indicatissimo per l’inverno, ma buono anche nella primavera.
Aveva lessato dei cavoli in foglia e li aveva saltati con olio, aglio e peperoncino.
A parte aveva lessato in po’ di patate e preparato una focaccia di mais.
Aveva poi mischiato il tutto, aggiungendo un po’ di acqua di cottura della verdura,
Non aveva usato carne, perché sia Rufus che lui non la mangiavano, per rispetto verso gli animali.

Rufus non conosceva il mais, e ne fu assai sorpreso.
Ne volle un’altra porzione abbondante.
Anche Argo mangiò con buon appetito.

La cosa che divertì ancora di più il guerriero fu l’acqua con le grosse bolle di anidride carbonica.
La beveva di gusto, poi si fermava sgranando gli occhi per il pizzicorio alla gola.

Per frutta c’erano delle nespole di Spagna, già mature.
Rufus raccolse i semi lucidi e grandi come unghie, bruni e scivolosi.
Li sistemò in un fazzoletto di carta e disse che avrebbe voluto seminarli nella sua terra, magari vicino al fiume, dove il clima era più adatto.

A questo punto il guerriero si appartò nella sua stanza per redigere il suo rapporto giornaliero.
Chiese delle tavolette cerate e uno stilo, ma gli fu spiegato che certe cose non si usavano più, che c’era la carta o il computer.
Rufus era piuttosto perplesso.

Gli avevano parlato di un mondo popolato di gente strana, diverso, quasi magico, ma la realtà superava veramente ogni immaginazione.

Poco prima quasi non era svenuto vedendosi accanto una modella televisiva sgambettare in uno spot pubblicitario sulla lingerie.
Povero Rufus.
Che strano compito gli era toccato.

Essere spedito da un tempo all’altro della storia, dell’eternità, per una missione di guerra e di pace contemporaneamente.

La Missione Giano doveva predisporre un nuovo assetto sociale e politico nella penisola italica.

Rufus però pensava che l’aver inviato un solo delegato, in modo così plateale e dilettantesco, poteva nuocere al successo della missione.
Per quanto, a dire il vero, l’inizio fosse stato piuttosto incoraggiante.

Si adagiò sul letto, e inavvertitamente sfiorò il comando dello stereo.
“Partirono le rondini …”
Una voce possente e melodiosa invase la camera.
Rufus ebbe un sussulto.
Poi ascoltò a lungo il succedersi delle melodie.
Gli ricordavano i canti epici degli aedi e le canzoni dei poeti lirici, accompagnati dalla cetra o dalla phorminx.

***

Quando si svegliò era notte.
Andò nella sala di fronte al mare e trovò Januario, che gli insegnò ad usare la televisione.
Trasmettevano un documentario sulla distruzione di Pompei ed Ercolano per effetto della eruzione del Vesuvio del 79 avanti Cristo.
Rufus era attonito.
Lui veniva da quell’epoca ed era stato da poco ospite d’un suo parente che faceva il gladiatore,
Chissà cosa ne era stato di Lucilio e di tutti i suoi colleghi gladiatori della casa di Muzio Catone?
Fece rapidamente i conti.
In effetti mancavano ancora un anno e sei mesi alla eruzione.
Avrebbe fatto in tempo, forse, ad avvisare i pompeiani.


Ma gli avrebbero prestato fede, oppure lo avrebbero considerato un invasato capace di parlare in totale tèia manìa senza un aggancio contestuale saldo e sicuro?


Più tardi videro un programma di attualità sugli animali.
I leoni, gli elefanti, i serpenti, i ghepardi.

Rufus era stupito che animali tanto grandi fossero contenuti in un recipiente tanto piccolo.
Non si stancava di guardare, ammiratissimo, e di esclamare ogni sorta di facezia, per esprimere il suo stato d’animo.
E intanto beveva la sua acqua con le bollicine di anidride.

***

La piazza naturale alla grande curva sul lungomare era gremita di gente, la strada era ostruita.
Sui grossi sassi frangiflutti fra il mare e il largo marciapiede di mattoni bianchi e rosati c’era come un monumento di due torri inclinate di pietra bianca.
Su un palco un prete parlava alla folla.
Una figura minuta accanto a lui ascoltava con gli altri.
Era Teresa di Calcutta, invitata all’inaugurazione di un monumento per lei.

L’idea era stata d’un pio prete locale, solerte e zelante, assai benvoluto dalla popolazione e destinato ad una carriera eccesiastica esemplare.

Intorno alle due minitorri di pietra bianca c’era un tappeto di sassi rotondi, levigati dal mare.
Terminata la cerimonia, la folla lentamente si sciolse ed il lungomare restò deserto.
Radi gruppi di persone sostavano o passeggiavano.
Persone.
In latino significava ‘maschere’, dall’etrusco Phersu.
Stranamente nella lingua italica quella parola indicava non solo la scorza dell’uomo, ma tutta la sua sostanza.
Una sineddoche, quasi.
Rufus aveva smesso i suoi abiti bellicosi.
Indossava scarpe sportive e pantaloni avana, una camicia blu ed una sahariana.
Camminava lentamente lungo il mare.
Il sole stava tramontando e un vento fresco soffiava da nord.
Il mare si arruffava leggermente al largo, in direzione di Talamone.
Argo camminava al suo fianco e Januario era poco distante.

Il paese era immerso in quell’atmosfera calma e serena che solo i paesi marinari hanno la capacità di acquistare al tramonto, quando la luce rosa e arancia del sole si fonde con il grigio sereno del cielo e dell’acqua, vicino alla linea dell’orizzonte, lasciando in alto e in basso l’azzurro profondo, sempre più sfumato del cielo e del mare e le nuvole si colorano delle stesse tinte che hanno tutto intorno l’aria e l’acqua confuse insieme dove il cielo tocca la liquida distesa.


Rufus riusciva a rilassarsi e si gustava quella calma serata, lontano dal fragore degli scudi e delle lance battute insieme per atterrire amici e nemici, lontano dai pupazzi di legno colpiti con spade e giavellotti, come per uccidere un nemico, lontano dalle stalle dei cavalli odoranti di sterco e di orina.

Lontano.

Lontano lontano dall’origano che da ragazzo coglieva sotto la morgia del castello, lontano da tutto, dalle sue montagne e dal mare di terra che le circondava.
Passeggiava tranquillo.
Non avrebbe mai immaginato niente del genere.
Esistevano dunque posti dove il sole scotta, e le navi salutano intonando sirene …

Aveva indossato un buffo abbigliamento.
Pantaloni amaranto con molte tasche, short avana scuro con una specie di dinosauro a rilievo sul petto.
Un giubbetto senza maniche con tasche comodissime.
Lo aveva trovato a casa.
Doveva essere di Januario.
Il suo amico e ospite.

Argo e Januario si erano un po’ allontanati.
Rufus ripensava a certi consigli sul nuoto che Januario gli aveva dato.
Nel farlo, mimava con le braccia i movimenti.
Non si era accorto che si era avvicinato a lui un signore dai capelli brizzolati.

“Tu ce la metti la patata sugli occhialini? … Io la porto sempre con me …”

Rufus restò interdetto. Non capiva nulla di quel che il tizio diceva.

Si girò istintivamente dall’altra parte, perché era stato educato a non rispondere mai a domande oscure e vaghe.

Ma l’altro insisteva.

“Devi battere velocemente i piedi, quando fai lo stile libero …”

A Rufus avevano parlato di crowl, e avevano spiegato tutto sull’equivoco di chiamarlo ‘stile libero’.

“Quando nuoterò il crowl seguirò il ritmo del dattilo e del valzer.
Tre battute di piedi e una bracciata a destra, tre battute e una bracciata a sinistra,
Così mi è stato detto”.

“Chi te lo ha detto?”
“Januario, un mio amico.
A lui lo ha insegnato suo padre, Albèrt, che è bravissimo”.

“Si. Come lui nessuno sa nuotare.
Ha nuotato nei fiumi dell’India quando ha accompagnato l’esercito di Alessandro il Macedone.
E sicuramente avrebbe conosciuto fiumi ancora più a oriente, se i soldati non si fossero ribellati costringendo Alessandro a ritornare in Egitto.
Forse il condottiero macedone sarebbe ancora vivo, se avesse potuto seguire i suoi disegni”.

L’indigeno lo guardò un po’ meravigliato.
Poi si girò verso una donna che lo accompagnava e continuò a parlarle ad alta voce di quando aveva tentato di compiere la traversata Giannutri Argentario e di uno strano macinino da caffè che si trovava nel negozio di alimentari dei genitori.
Ormai imbruniva ed erano giunti sotto un palazzo sovrastante l’ufficio postale e il Monte dei Paschi.
In alto, a destra, rivolto a nord c’era un piccolo balcone con una ringhiera verde.
La serranda era chiusa.

Rufus istintivamente stava scrutando quel balcone.

“Cosa vedi?”
fece Januario, che gli amici chiamavano anche Camillo.

“Una luce.
Come una luce dentro quella casa.
Trabocca come un liquido bagliore bianchissimo.
Si direbbe che un dio sia presente in quella casa lassù. Dio parla spesso agli uomini, più spesso di quanto non si creda.
Ma gli uomini sono distratti.

Non capiscono.
Non leggono gli infiniti segni in cui si mostra la parola di Dio.
Il Verbo.
E anche quando lo percepiscono distintamente, provano spavento e paura, e tacciono.
Anticamente era quasi doveroso riuscire a percepire il divino.
Guai a non farlo.
Ogni evento era percepito come straordinario, eccezionale.
Adesso invece siamo nell’era dell’ordinario, del normale e tutto quanto esca dalla norma è definito banalmente ‘paranormale’.
Era normale un tempo consultare Apollo, l’oracolo, proprio in presenza dell’ordinario, non solo di fronte ad un evento straordinario e mostruoso.
Ad Apollo si chiedeva una illuminazione su cosa fare nel futuro.
Ora si chiederebbe cosa succederà.
Al greco importava cosa avrebbe fatto.
Come si sarebbe comportato.
In assoluto.
Conoscere, significava ridurre alla normalità una realtà che era del tutto fuori dalla norma, eccezionale, incomprensibile nel suo susseguirsi totalmente fuori dal , dalla logica della mente umana.
La mente cataloga, scheda, distribuisce per categorie, la natura procede in un ordine interno rigido, ma in una realizzazione relazionale caotica, all’insegna dell’estemporaneo.
L’uomo non sfugge a questa legge del logico caos.

La sua mente tende all’ordine, elimina quanto può il superfluo, mentre il suo corpo vive in un logos caotico, fatto di azioni e reazioni imprevedibili.

Al di sopra di tutto, la luce, la conoscenza, pura, eterna e inafferrabile,
Queste cose ho sentito da un sapiente che era capitato a Verrinia, nei pressi del centro sacro di Vaianod.

Parlava ai giovani.
Diceva di essere un filosofo ateniese, ma di amare anche Sparta, città rivale.

Diceva di aver conosciuto Socrate.
Di esserne stato discepolo.
Era basso e tarchiato, con grosse spalle.
Lo chiamavano infatti Platone.
Ci insegnò molte cose.

Ma soprattutto, che noi portiamo dentro di noi tutto il mondo, sotto forma di idee”.
Dentro la nostra mente: cuore e anima.

Si diceva che questo sapiente fosse il discepolo prediletto di Socrate e il maestro di Aristotele, che ebbe un alunno eccezionale, Alessandro di Macedonia.

Un alunno che non deluse del tutto il suo addestratore …”.

Rufus aveva parlato a lungo, ispirato dall’evento ordinario, a suo dire, della piccola casa alta sul mare,
Aveva percepito con la sua straordinaria sensibilità atmosfere e profumi di anni prima.
Notti di studio, vigilie di Natale, visite di parenti, sorrisi e racconti.

Si girò verso Camillo e sorrise.

Era assonnato, la giornata era stata intensa.
E ricca di novità.

Aveva visto il mare, cosa magica per un abitante delle montagne.
Il bello dell’Argentario era che si toccava il mare, quasi, ma si era circondati da alture e si vedeva il Monte non appena si girava intorno al paese, esposto a nord.

I due tornarono a casa.
Cenarono velocemente con pane nero e formaggio.
L’ospite non mangiava carne.
Si nutriva di verdure, latticini e pane, preferibilmente nero.

Davanti alla porta trovarono la lancia.
Rufus la palleggiò e la provò per finta.
Poi la sistemò in giardino, mimetizzata sotto l’edera.
Sul manico di frassino era scritto in osko: Hèktor. Ettore.

In ricordo dell’eroe di Ilio, dell’eroe più grande per chi si batte per la propria città.

L’eroe a cui era venuta a mancare la lancia per potersi difendere da Achille, il terribile acheo.
Athena aveva impedito a Deifobo, scudiero di Ettore, di fornirgli la lancia da scagliare contro il mirmidone veloce e invulnerabile.

Così Ettore era stato ucciso.

Con l’inganno atroce di una dea amante della guerra intelligente e giusta, ma in questo caso la vittima era un uomo giusto, intelligente, fedele alla sua terra, al figlio, alla sua donna.

Januario adorava la musica.
Scelse un CD e lo inserì nel lettore.
“Ci sposeremo a Napoli
bimba dagli occhioni blu …”

Massimo Ranieri gorgheggiava felice.



gamma







Rufus fu svegliato dal canto di una streptopelia.
Era assai prossima alla porta.
Si affacciò alla finestra e la vide sporgersi da un nido che aveva intessuto di rametti sul limone.
C’erano dei piccoli, e questa era la causa del trambusto di prima.
Avevano fame e i più prepotenti reclamavano le parti migliori e più abbondanti.
Sorrise e si diresse in cucina.
Armeggiò intorno alla macchina del caffè.
Ne versò una buona parte nella vaschetta sotto i beccucci.
Una parte del nero umore finì nella tazzina.
Lo bevve.
Tornò in camera e si vestì.

Prese Argo e uscì per la passeggiata mattutina.

Si diresse alla panoramica.
Dopo un centinaio di metri prese una strada più stretta sulla sinistra.
Percorse cinquanta metri, sulla sinistra c’era un ingrasso di giardino con villa, con una nicchia e una piccola Madonna bianca.
Ancora più avanti, prima d’un gruppo di case color crema, c’era una casetta minuscola, di poche decine di centimetri, alta circa due metri e con un’apertura di cristallo, con la luce accesa.

C’era una scritta: Il popolo di Lividonia - 1954.

Dentro, una statua della Mamma Celeste bianca e azzurra.
Una campana di ottone e fiori.
Un rosario.

Rufus guardava con stupore le statue sempre diverse e sempre simili della Madonna.

Non erano come le statue, i simulacri degli dei sanniti.
Erano dolci, tenere.

Come quelle simboleggiavano la parte fiera e violenta della potenza divina. Altrettanto queste mostravano l’aspetto blando e mansueto dell’entità divina.
Proseguì ancora, attraversò un centro abitato, incontrò alcuni gatti, un cagnolino, poi ridiscese lungo una scuola d’infanzia.

Ad un nuovo incrocio, prese a destra e trovò una nuova statua, bianca e azzurra, con fiori e decorazioni varie.

Proseguì verso casa.

Chi era quella Donna tanto venerata che accompagnava i viandanti lungo il cammino con un sorriso leggero, un gesto di amorosa accoglienza e compassione?

Non era una delle divinità femminili da lui conosciute.

Queste ricordavano, con il loro aspetto fiero, la guerra o la caccia, rudi attività aristocratiche, erano poco inclini alla compassione nell’aspetto e assai di più alla dominazione.

Proseguì la sua camminata fino a completare il giro di Lividonia.
Imboccò in discesa la strada che lo portava nei pressi della casa dell’amico.
Sostò sul piazzaletto a contemplare il meraviglioso panorama del sottostante paese e dell’immediato, continuo susseguirsi di terra e di mare fino a Cosa, la città etrusca.
Quando stava per entrare in casa, dalla porta posteriore che dava nel garage, notò una macchia scura sul pavimento.

Argo la annusò.
Era una rondine nera.
La prese delicatamente.
Era spaventata e le unghie delle sue zampette si afferravano fortemente alla stoffa, entravano nella pelle.
La afferrò per le ali, man mano che la sua tensione diminuiva, e la lanciò in aria.
La rondine roteò le ali vorticosamente e si allontanò, confondendosi con le altre.
Era felice per aver aiutato un altro essere.
Gli sembrava di avere, adesso, un figlio pennuto.
Un figlio appena trovato, e già partito e perduto.

Entrò in casa.
Argo si sdraiò sul divano.
Era il suo posto preferito.
Cominciò a sonnecchiare con gli occhi socchiusi e un’espressione tranquillissima, serena.
Poi si girò sul dorso, con le zampe dirette verso l’alto in atteggiamento di pace e sottomissione.

Rufus uscì per la porta posteriore e avviò la vespa.
Il motore partì fragorosamente.
Indossò il casco.
Gli sembrava buffo, privo di cresta piumata.
Partì con una certa prudenza e dopo poche curve in salita fu subito sulla strada.
Scese in paese e proseguì a destra, verso la Giannella, la striscia di sabbia a settentrione che univa l’Argentario alla costa della penisola italiana.
Al bivio di Santa Liberata proseguì a destra per la cittadina di Orbetello, di lontana origine etrusca, come potè arguire dalle mura ciclopiche sistemate all’ingresso della città.
Parcheggiò il bizzarro veicolo, più piccolo ma molto più veloce d’un cavallo, vicino al tempio, nei pressi d’un palazzone color crema con un telone bianco su cui si leggeva: frontone di Talamone.

Scese e si avviò in direzione d’un archetto.
Lo superò e si trovò in un’ampia piazza.
Era piena di gente apparentemente sfaccendata.

La farmacia da un lato, un bar, una pizzeria e un fioraio.
Poi un negozio di abbigliamento, uno di calzature, la Posta e un altro negozio di abbigliamento.
Poi una oreficeria, dove il corso continuava a dirigersi verso l’Argentario.

Nella piazza giovani studenti, insegnanti, impiegati comunali, fattorini, chiacchieravano intensamente davanti al bar in attesa di incontrarsi la sera, per lo struscio ufficiale

§§

§

Ruphus camminò verso l’ospedale vecchio, lo oltrepassò, passò le porte e proseguì.
Giunse ad un fabbricato di cemento, preceduto da un vialetto circondato da arbusti e cespugli.
Il cancello era aperto.
Entrò e salì delle scale di ferro per entrare.
Girò a sinistra, proseguì e vide una porta semiaperta.
Guardò all’interno.

Un tizio, tarchiato, con grossolani pantaloni chiari, la camicia malmessa e le scarpe grossolane stava spolverando gli scaffali.

Lo salutò e l’altro rispose: ‘ ‘ngiorno’…

“Cosa è questa stanza?”
Chiese.
“Una biblioteca”
Rufus fu sorpreso di non vedere rotoli di papiro.
“Sta pulendo?”
“Si. Sono il bibliotecario da qualche anno”.
“Questa è forse una scuola?”
“Si. Ma ormai mancano gli iscritti.
Fra qualche tempo chiuderà”.
“Come mai?”
“Purtroppo la generazione degli alunni del ’95 non ha generato figli, per ragioni misteriose, così è saltata l’iscrizione alla prima classe di quest’anno”.

Rufus era davvero perplesso.
Non aveva mai sentito niente del genere.

Uscì dalla biblioteca lasciando il bibliotecario alle prese con la polvere dei libri e i pesciolini d’argento, con il vecchio computer pieno di ormai inutili dati bibliografici.

S’inerpicò su per una scala di legno a vista.
Al piano superiore le stanze erano basse.
Tre stanze in serie, illuminate da finestre lungo tutta la parete di fondo.

Rufus entrò nella stanza immediatamente a sinistra.
Una piccola scrivania con una sedia rossa sulla parete in compensato che separava la stanza dalla biblioteca, la solita finestra lungo tutto la parete di fondo, qualche mobile.

Un paio di armadi.
Uno conteneva l’enciclopedia Treccani.

Si mise a sedere sulla sedia rossa.
Aprì il cassetto di sinistra, provò con quello di destra, ma era chiuso.
Nel cassetto di sinistra trovò una chiavetta e poté aprire l’altro.
Documentazione riservata.

Poche carte.
Lettere al preside di genitori che non desideravano far iscrivere la figlia in una certa classe.

Lettere contro certi insegnanti.
Una lettera lo colpì.

Una preside si lamentava degli atteggiamenti ‘stravaganti’ d’un docente, però diceva che questo tizio aveva la incondizionata approvazione degli Alunni e dei Genitori.
Evidentemente il giorno in cui questo favore si sarebbe interrotto anche solo per un secondo, per quell’insegnante sarebbero iniziato un periodo assai brutto.
Rimise a posto quelle vecchie carte e richiuse i cassetti.


**

Restò seduto a guardare davanti a sé gli alberi alti, verde scuro, le case in lontananza, il camposanto e la caserma dei carabinieri.
Lui non sapeva ancora bene cosa stesse realmente vedendo.
Per ora quella vista era una generica distesa di campi e case.
A destra, Cosa col suo promontorio e più in fondo Porto Ercole.


Dalla porta situata sulla destra, per cui si accedeva all’altra stanza, poteva vedere l’altra finestra, con in fondo Portus Cosanus, Porto Ercole.

Tutto era irreale, così abbandonato e privo di personale, ma lui se ne rendeva conto relativamente, visto che non aveva molta esperienza di questi ambienti.


Si alzò ed uscì, scese la scala e si diresse verso l’uscita della scuola.
Lasciò il liceo e con la vespa partì per l’Argentario.

Il viaggio fu breve.

Una volata sulla diga in mezzo alla laguna, poi lungo la costa del promontorio costeggiando parte dello stagno e poi il mare, infine l’arrivo a S.Stefano,

Sistemò la vespa nel garage ed entrò a casa.

Non era tardi.

Gli venne in mente che avrebbe potuto rimettere in strada la bella bicicletta argentata che aveva visto nel garage,
Uscì di nuovo, aprì la porta del box e calò la bici dalle cime che la tenevano sospesa al soppalco di legno.
Controllò le ruote.

La valvola non era perpendicolare al cerchio della ruota posteriore, era piuttosto inclinata.
Sgonfiò il tubolare e si accorse che non era bene incollato al cerchione.

Prese il mastice dalla borsetta agganciata al manubrio della bicicletta e incollò a settori il tubolare sul metallo nero del cerchione.
Finita l’operazione, lasciò che la colla seccasse e tornò in casa.

In serata avrebbe fatto qualche chilometro fuori paese per controllare la riuscita della riparazione.

**
Stava imparando presto tutto quanto era necessario sapere sulla vita normale di questa terra così diversa dalla sua, così calda, colorata di tinte forti, azzurra di mare e serena di cielo.

Januario gli spiegava tutto, la sera, quando sceglievano un film da vedere.
Il film scorreva e loro discorrevano, finché il sonno non sopraggiungeva.


“Andare in bici – diceva Jano – è come nuotare.
***
**
*
Solo che invece delle braccia si usano le gambe.

Occorre dosare le forze, dopo essersi allenati bene, e usare i rapporti giusti.

Ognuno sa quali sono i suoi rapporti, li impara quasi a memoria a furia di usarli, di innestarli.

Secondo me, non bisognerebbe mai usare rapporti troppo bassi, perché una pedalata eccessivamente frequente distrae dal pensare, e pensare è indispensabile per il ciclista.

Aiuta a passare il tempo, a concentrarsi, a dosare la giusta rabbia ed energia, a sognare i trionfi e ad accettare le sconfitte.

**
*

Importante è anche sintonizzarsi con il paesaggio, sentirne e decifrarne i messaggi, percepire il fascino delle ombre, degli alberi e delle siepi, delle montagne, dei fiumi.

Ogni cosa è come personificata, ti parla.
Ma le sue parole non sono quelle nostre, sono parole loro.
Parole non dette, immagini, sensazioni forti.


E sono importanti le rondini, che ti sfiorano e gareggiano con te, battendoti regolarmente, in discesa.
I gabbiani ti volano sopra, e ne vedi l’ombra grande quando sono sopra di te”.

Jano parlava a volte come una specie di invasato, un poeta della natura posseduto da un dio.
*
Rufus lo ascoltava attento e intanto pensava ai suoi monti, alle sorgenti fresche, alle valli e alle strade di montagna, alle distese d’erba uniforme e al Trigno presso San Mauro, dove formava verdi catini d’acqua profonda che risuonava cupamente quando qualcuno vi lanciava un grosso sasso.



Multos per annos et multam per vitam relatum
pulchra parvaque hirundo olim suum cor mihi dedit
creber laeta transibat, volitabat super tectos
tempus velociter ibat menses annosque vorabat

tunc hirundines nigrae redibant pro una meam domum
ita non erat transire tempus, sed hirundines meae.
Argillam tenuem coactam parva ore ferebant
pulli velociter pipiabant alas moventes

et rediebant frequentes pariter facies parentum
dulcia verba patris et cursus ludique natantes
inter virides agros Petrae Crebri civitatis

tempus inesorabilis transit super omnia mundi
similiter volitat nigris alibus creber hirundo
unus tempus velociter, crebres hirundines volant

****

Cum hiems mundum relinquit floresque tellurem nigram
tamquam candidum nimbum ferunt undique colorem
tunc hirundines novae sicut pristinae agminis
nigerrimum ferunt coelum volitantes in aere sereno


Rufus ricordava questa poesia che suo Padre aveva voluto comporre in latino, la lingua dei nemici naturali dei Sanniti.

Aveva conosciuto da giovane Nevio, il poeta che aveva tre cuori, tre anime, tre lingue.
Ne era divenuto amico e lo aveva frequentato finché quello non si era trasferito a Roma.
Aveva così appreso la lingua dei Romani, i futuri padroni dell’Italia.
La poesia metteva le rondini e il tempo sullo stesso piano.


Il tempo passa, e logora, ma non distrugge la rondine, che si avvicenda con le altre ed è sempre ‘alia et eadem’, diversa eppure la stessa.


Ora il guerriero sannita si sentiva pronto per la bici.
Si vestì della tuta adatta, delle scarpette, del casco e dei guanti.
Jano gli spiegò tutto.

Aprì la porta di casa, prese delle chiavi di ricambio, aprì il garage e prese la bicicletta argentata, sollevandola leggermente la passò accanto all’automobile, richiuse, salì e partì.

Dopo una strada stretta e in salita, fra le case del vicinato, fu sulla Panoramica.

In parte la conosceva, perché c’era stato con Argo.
La strada saliva, fino ad un tratto pianeggiante.
Non si sentiva stanco, perché le gambe erano allenate alla corsa.
Dopo il tratto in pianura, venne altre salita, fino ad un piccolo tratto pianeggiante, con una strada che scendeva ed una che saliva.

Prese questa, fino alla sommità.
Qui vedeva in mare dall’una e dall’altra parte.
Il paesaggio era molto bello.
Addirittura stupendo.

Di fronte a lui, una strada sterrata saliva lungo un monticello cosparso di arbusti d’erica ancora fioriti di lilla.

Bevve alla borraccia.
L’acqua era ghiacciata, perché l’aveva fatta congelare prima di partire.
Sostò qualche minuto a mirare quel paesaggio di terra verde e di mare azzurro.

Poi ripartì, scendendo per la discesa ripida veloce come un gabbiano, e provò l’impressione che aveva provato l’inverno passato quando con suo padre avevano preparato delle rudimentali aste di legno, fissandole ai piedi con legacci, per scendere scivolando sulla neve del monte che sovrastava il centro sacro di Verrinia.
Rientrò nel garage immerso nell’ombra dopo il bagno di luce nell’ambiente circostante.
Sistemò la bici, aprì la porta di casa e si tolse i panni del ciclista.

Ormai era quasi sera.
Si sentiva gradevolmente stanco e affamato.
Cenò velocemente e si addormentò.




Sognò le falangi di Pietrabbondante e i frombolieri di Castelverrino, gli opliti di Poggiosannita, la piana di San Mauro, i cavalli al trotto sulla piana di Monte Saraceno, i giovani guerrieri coperti di metallo, scintillanti al sole, la neve bianco blu sotto la luna e i lupi della Rocca ululanti alla ricerca di cibo per i loro piccoli.



Sognò, e le sue membra si rilassarono e si irrigidirono, seguendo il ritmo dell’immaginazione, finché la luce dell’alba non filtrò nella stanza, provenendo dal cielo e dal mare antistante Talamone.

Le luccicanti legioni morsicane, pentriche e caracene si dileguarono.
I giovani sanniti dagli elmi rutilanti e le spade corte e affilate ritornarono nelle montuose pianure del Molise.
Rufus si svegliava rapidamente.
Desiderava quella forte bevanda nera che aveva bevuto nei giorni precedenti e che lo faceva sentire ancora più sveglio.
La radio, che come di solito era rimasta accesa, suonava una canzone gradevole.

Ne cominciava a riconoscere alcune, fra le più trasmesse.
A quell’ora trasmettevano dei classici, dei vecchi successi.
A lui piaceva Lisa dagli occhi blu …

Si vestì in fretta
Scelse degli abiti di Januario.
Gli sembravano strani.

Quei tubi di stoffa intorno alle gambe, le calze e le scarpe.
La camicia e la giacca, con quei contenitori di tela sui fianchi e sul cuore.

Era abituato ad essere più libero, con la tunica e le protezioni di cuoio e metallo.
Sistemò nelle tasche gli oggetti indispensabili, secondo quanto consigliato da Januario e uscì.

La giornata era davvero meravigliosa.
Il mare ed il cielo erano di un intenso azzurro.

Il sole era appena alto all'orizzonte e ancora completamente rosso.
I gabbiani volavano e cantavano con i loro versi sagaci, potenti.
Le rondini volavano velocissime e fischiavano stridule.

Insomma tutta la macchina della Primavera era in pieno movimento.

Januario era già pronto.
Presero la macchina, una grossa Lantra, e si diressero a Grosseto.
Giunsero nei pressi d'una grossa villa di campagna.
Era ora di pranzo.

Un'ampia tavola era apparecchiata nel patio.
Li accolsero numerosi amici e li invitarono a sedersi.

Molte verdure d'ogni tipo, crude e cotte erano apparecchiate.
Pane di vario tipo era pronto.
Integrale, scuro e bianco.

Rufus notò che non c'era carne, né pesce a tavola.
Solo verdure, latticini e cereali.
Chiese perché.

“Questi signori sono persuasi che gli animali hanno un'anima, sono più evoluti addirittura di noi.

Infatti noi abbiamo la necessità di parlare, di usare un'infinità di versi, molti registri sonori e fonetici.

Loro invece non usano lingue diverse, dialetti complicati, ma modulano infinitamente analoghi fonemi con ottimi risultati esegetici.

La violenza nel mondo animale non è fine a stessa, ma strumentale e finalizzata alle necessità connesse alla sopravvivenza.

E' innegabile la sua presenza.
Ma è legata al presente, alla necessità momentanea.
Negli umani la violenza è invece dilatata nel tempo, programmata e quasi prodotta come un manufatto.
La caccia è praticata come uno sport, un passatempo.
Uccidere è un diversivo.
Una distrazione, non una necessità vitale.
Per questo qui gli animali vengono rispettati, quasi adorati, e non vengono mangiati.

***
**
*

Continuarono a scegliere varie vivande, fino alla frutta.
Poi si appartarono e infine ripartirono per il Promontorio.

Giunsero che era già sera.
Sistemarono l’auto nel box e si addormentarono nelle rispettive camere.

Fu presto l’alba, e Rufus fu svegliato dall’abbaiare furioso di Argo.
Januario non c’era.
La porta era aperta ed il grande lupo nero abbaiava ad alcuni passanti.
“Senta – diceva uno di loro – siamo venuti per accompagnare a Grosseto un certo Rufus Samnìs, sapete dov’è?’
“Sono io. Lascio un messaggio al mio compagno e vengo.
Posso portare Argo?”
“Ma certamente … ci sarà posto anche per lui”.

Rufus rientrò e si preparò in fretta.
L’armatura di bronzo scintillava a sole del mattino e la lunga asta vibrava nella destra del guerriero vigoroso, mentre l’elmo crestato ondeggiava.
Argo seguiva fiero, simile, nelle sue proporzioni gigantesche e poderose per un cane lupo, a Xanto, il nero cavallo di Achille.

Fu un problema sistemarsi nel pur capace fuoristrada.
La punta della lancia fuoriusciva dal finestrino, e pareva una grossa antenna radio.
Il viaggio fu breve.
Giunsero nei pressi d’una casa isolata nel mezzo d’un largo prato.
Un cancello grigio fesso permetteva l’accesso su un lungo viale alberato.
In fondo alla doppia fila di cipressi sorgeva una casa bianca.
La Voyager si fermò su un ampio piazzale, di fronte al portone.
Scesero.
Salirono alle stanze e poi scesero per il pranzo.
Rufus vestì una tunica rosso porpora, con greche blu alle maniche e lungo il bordo che arrivava alle ginocchia.
“Qui farai l’insegnante. Abbiamo bisogno di giovani docenti che sappiano la lingua greca, e tu sei uno dei Danai, praticamente un greco per i romani e per noi.
Insegnerai al Liceo Classico, in una zona centrale della città.
Gli alunni sono di un tipo particolare.
Appartengono ai ceti abbienti, per la maggior parte, e quindi occorre una cautela notevole nel trattarli.

Imparerai col tempo e con la collaborazione armonizzata con i tuoi colleghi”.
Chi gli parlava era un vecchio saggio, dai capelli canuti ma ancora vigoroso.
Evidentemente la sapeva lunga sulla scuola e sull’apprendimento.
Ma ancora di più su quell’attività che veniva definita sbrigativamente ‘insegnamento’ e che a Rufus avevano sconsigliato di praticare, in quanto inesistente.
Gli fu detto anche dove avrebbe trovato casa.
Sarebbe stato ospitato da una famiglia locale, lui ed Argo.

Rufus si accomiatò salutando cordialmente.

Si diresse con l’auto che gli era stata messa a disposizione, un fuoristrada argentato dall’aria molto sportiva, pieno di fari e dai paraurti possenti.
Si diresse dove gli era stato consigliato e parcheggiò in una piazza a forma di losanga.
Suonò al campanello.
Venne ad aprire una signora minuta.
“La stavo aspettando.
Fra poco arriverà Madelaine e la saluterà”.
Lo accompagnò nella sua stanza.

La casa era a pianterreno, con grandi finestre di fattura antica, o vecchia per capirci.
La vista dava su un orticello incolto, con una palma ed altri arboscelli.
Un casotto bianco troneggiava nell’angusto spazio.
Subito dopo si ergeva una casa nocciola, con un portoncino sovrastato da una piccola tettoia.
Una rete con edera separava l’orto dagli orti circostanti.
Accanto al portone, una struttura metallica a gabbia conteneva due canine bianche e nere,da caccia.
Sistemò le sue poche cose ed uscì per comprare una branda con altre cose per Argo, che sarebbe stato ospitato nella stessa stanza.
Parcheggiò il fuoristrada dopo aver percorso un certo tratto nella città sconosciuta e continuò a piedi.
Il viale era lungo, ampio.
D’un tratto vide l’insegna d’un negozio per animali.
Entrò e girò fra gli scaffali ben allestiti.
Scelse delle crocchette a basso contenuto calorico, così da evitare fastidi dermatologici al suo canone ed un bel cuore d’acciaio su cui fece incidere il nome Argos ed il suo numero di telefono personale.
Scelse anche una bella branda dalla struttura di metallo rosso e dalla tela blu e rossa.
Argo aveva l’abitudine, quando pioveva ed i tuoni lo innervosivano, di rodere il filo di plastica o di metallo che teneva la tela, così da ritrovarsi a terra e innervosirsi ancora di più.
Caricò gli acquisti sul Rover e ripartì.
A casa sistemò branda e crocchette nella stanza di Argo, come l’avrebbe chiamata.
Nell’orto c’era un’aria un po’ abbandonata e disordinata, per questo si mise all’opera e ripulì tutto.
Quando ebbe finito uscì per mangiare qualcosa.
Percorse un tratto di strada in direzione del centro.
Arrivò ad una piazza rotonda con una fontana al centro.
Entrò in un bar.
Bar della Vasca, lesse.
C’erano tante cose buone davanti a lui.
Prese due schiacce, una bianca e l’altra rossa e dell’acqua da bere.
Fu sorpreso nell’assaporare l’acqua: era fresca e frizzante, con grosse bollicine che solleticavano la gola.
Uscì e proseguì.
A quell’ora c’era poca gente in giro.
La strada si faceva più stretta, dopo una piazzetta dalle molte strade confluenti.
Andò dritto e giunse ad una piazza più ampia, con una cattedrale, un palazzo di contenute dimensioni costruito in epoca non antica ed imitante un castello medioevale, un porticato e, al centro, una statua suggestiva con un personaggio che sorreggeva una giovinetta, aiutava un bambino e teneva a bada degli animali marini dall’aspetto temibile.
In testa alla statua s’erano fermati due piccioni.
Avrebbe scoperto più tardi la storia di Leopoldo II di Lorena, il Granduca che aveva bonificato la Maremma, permettendo lo sviluppo della Maremma, ma che poi era stato esiliato.

La Toscana gli sembrava avere delle strane caratteristiche, sul piano sociale ed umano, da quel poco che fino ad allora aveva appurato ed imparato dalle conversazioni con Januario e dalle letture che aveva fatto su vari libri di storia e di letteratura.
Infatti era stata sede di grandi scuole poetiche, dottrinarie, filosofiche e movimenti artistici, ma i protagonisti di questi movimenti letterari, umanitari, dottrinari, scientifici erano stati immancabilmente perseguitati, processati, addirittura giustiziati.
Alighieri, Savonarola e Galilei ne erano gli esempi più rappresentativi.
Don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, era l’esempio più recente.
Il prete fiorentino aveva intuito l’inesistenza dell’insegnamento quale travaso passivo di informazioni e concetti da una mente all’altra e l’importanza dell’apprendimento pilotato, della via individuale alla costruzione di un sistema culturale proprio mediato dalle conoscenze contestuali.
Il suo messaggio non era stato compreso, né ascoltato ogni suo appello. Aveva realizzato un modello di attività didattico didascalica estremamente funzionale, basato sullo scambio didattico fra gli stessi discenti, che erano simultaneamente docenti e alunni gli uni degli altri.

Era nel frattempo ritornato a casa.
Entrò nella sua stanza e si buttò sul lettino.
Argo dormiva accanto a lui.
Il suo sonno era leggerissimo.
Al minimo rumore apriva i suoi grandi occhi e drizzava le orecchie lunghe e vellutate.
Argos, il cane del paziente Ulisse.

Si stava addormentando.
Cominciava a vedere le immagini della realtà mediata.
Mediata dalla realtà precedente e divenuta un patrimonio di immagini e di sensazioni.
Si era chiesto spesso cosa fosse la realtà.
La tanto declamata e da tutti citata realtà.
Era giunto alla conclusione che la realtà è una realtà molteplice.
Quindi, in un certo senso, la realtà non è, ma sono molte realtà.
Fortunatamente, e sintomaticamente, per questa parola il singolare è, o ‘sono’, uguale al plurale.
C’è una realtà sensibile, percepibile dai sensi, che cambia a seconda del soggetto capace di percepire. Questa è una realtà trasferita dai sensi agli apparati neurocognitivi.
C’è una realtà immediata e non trasferita, che è quella inserita in noi dall’eredità cromosomica e genetica, e riguarda le strutture primordiali dell’organizzazione percettiva e le finalità schematiche della stessa.
C’è una realtà mediata e trasferita, che consiste nella massa di cognizioni inserite nella memoria attraverso l’esperienza, in base alle realtà precedenti.
Questa realtà è confermata e convalidata nella sua certezza dal fatto che si è costituita in base a continui esami e indagini che abbiamo potuto aver fatto, ma non necessariamente e non sempre correttamente, all’atto di assumere cognizione di conoscenze.

Poi ci può essere una realtà mediata e non trasferita, ma ingenita, ossia generata nell’interno stesso del nostro apparato neuro cognitivo, in quanto nascente dalla rielaborazione delle precedenti realtà, delle conoscenze e delle cognizioni, fino alla generazione di sistemi di idee e di concetti talmente autonomi dalla materia che li ha prodotti in primis da poter essere considerati ad essa opposti o addirittura estranei.




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§§ §
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Si poteva supporre quindi l’esistenza di piani diversi della conoscenza della realtà, e quindi di diverse realtà, oppure d’una realtà sola, esterna alla mente.
Rufus era propenso a credere che le realtà fossero molte, e tutte in qualche modo collegate, come le dita delle mani e le mani stesse, che non sanno cosa fanno le altre parti, ma cooperano con funzioni diverse e complementari alla realizzazione d’una azione.

Per questo aveva importanza per lui la realtà onirica, e quella invisibile delle perdute cose, dei morti, del passato, in quanto tutte le nostre esperienze restano presenti per sempre dentro di noi, nella realtà mediata non trasferita, e possono essere evocate da un evento improvviso oppure a lungo maturato.

I sogni provengono da questo deposito immenso, una eidoteca sconfinata piena di corridoi, di scaffali, di armadi, di mucchi disordinati di immagini, di ricordi solo in parte catalogati e distinti dagli altri affini.

Durante il sonno ci aggiriamo in questa nostra biblioteca dei ricordi, in cui regna spesso il caos.

Se abbiamo provveduto ad un accurato ordinamento, almeno parziale, possiamo trarre beneficio dalle ore del sonno, altrimenti questo si trasforma in una odissea nel labirinto infido in cui ci aspetta un uomo sovrumanamente forte dalla testa di toro.


Il Figlio di Pasifae, alla ricerca inquieta d’una ragione che gli spieghi il mistero doloroso della sua figura e della sua natura.

***
Il sonno arrivava, e con lui una sensazione come d’una dolcissima morte, la fine delle fatiche del giorno, ma contemporaneamente la sensazione della continuazione della vita, del risveglio che ci sarebbe immancabilmente stato.

Passarono le ore come in un lampo, fra immagini collegate fra loro da una catena invisibile e apparentemente alogica.

Rufus si svegliò e uscì con Argo, per la prima uscita del giorno con il suo amico.

Aveva con sé varie buste di plastica per raccogliere lo sporco che il cane avrebbe potuto produrre.

Girarono intorno ad un grosso isolato.

A metà percorso circa, arrivati ad un grosso cancello di ferro, sentirono un grosse cane abbaiare.

Videro un enorme pastore abruzzese bianco correre verso di loro e appoggiarsi al cancello.

Argo avvicinò il suo muso a quello dell’enorme canone bianco e i due si salutarono.

La camminata proseguì fino al ritorno a casa.
Dopo essersi preparato, si avviò al luogo di lavoro.
La Scuola Montaprichi non era lontana.

Il palazzo era ampio, di cemento grigio con ampie finestre. Intorno una zona di verde.


L’ingresso era arioso.
Nella zona antistante c’era un asilo nido e tra le due scuole volavano soffici ed eleganti tortore.

***
Entrò.
Chiese del preside.
Gli fu indicato dove andare.
Scese alcune scale, si diresse lungo un corridoio fiancheggiato da uffici fini all’ultima stanza.

Entrò e salutò il preside.

“Lei è il professore ...

Per ora resti in questo ufficio”.

C’era un grande tavolo di legno.

Gli era stato indicato un computer.

Sedeva nella stanza attigua alla presidenza.

Finalmente, dopo Natale lo chiamarono.

“Venga con me.
L’accompagno in biblioteca”.



**


delta





La biblioteca era una grande aula illuminata solo su un lato da quattro finestre strette e alte e da una lunga vetrata in alto sopra queste.

Lungo le pareti, scaffali di metallo verniciato di grigio pieni di libri .
La parete di fondo era occupata da quattro simili armadi sistemati a pettine.

§§
§


La mattina era necessario svegliarsi presto.

Alle sette Rufus entrava in biblioteca e vi restava sei ore e più.

Gli scaffali erano di semplice fattura.

Alcuni con sportelli scorrevoli in vetro.

§

Arrivato settembre, cominciò ad avvertire la necessità di un cambiamento.

Così decise di mettersi a disposizione della scuola per un eventuale incarico in segreteria.

Dapprima gli fu risposto che non era possibile una cosa del genere.
Poi invece gli fu detto che poteva prendere servizio all’ufficio protocollo.

Cominciò a prendere dimestichezza con il nuovo lavoro.
§

Fu sistemato poi dietro una vecchia scrivania nell’ufficio alunni.

A Rufus fu assegnata l’organizzazione dei viaggi degli alunni, delle visite guidate e didattiche, degli stages.

Il compito era piuttosto semplice, a prima vista, ma si faceva difficile, se non arduo, a causa della scarsa collaborazione dei docenti che avrebbero dovuto accompagnare gli Alunni e collaborare alla organizzazione dei viaggi.

Per fortuna un giorno di dicembre gli installarono un computer nuovo, di limitate capacità e dallo schermo piccolo, con una stampante lillipuziana.

Fu felice e battezzò la macchina Lazzaro, perché quel giorno di dicembre era San Lazzaro.

Lazzaro lo aveva resuscitato, e lui un giorno avrebbe fatto altrettanto con il suo caro e amabile Amico Computer bianco e azzurro.

**
Sapeva che non sarebbe restato per sempre in segreteria.

In quella attività, tuttavia, c’era qualcosa che lo rivitalizzava, lo restituiva alla forma mentale e fisica d’un tempo.

Non sapeva se questa sua rinascita fosse qualcosa di precedente alla sua attività di segreteria oppure una sorta di conseguenza.

Forse fra le due cose c’era una specie di interazione.

Quel pomeriggio, dopo le ore di lavoro, fece la sua solita uscita in bici.

Si vestì con la tuta amaranto, mise il caschetto leggero e dalla casa uscì in strada oltre il cancello di ferro.

Inserì le scarpette sui pedali e le fissò con uno scatto.

Dopo un tragitto in città si inserì sulla ciclabile.

C’era stata un po’ di pioggia prima.
Dopo qualche centinaio di metri vide qualcosa sulla strada.
Si avvicinò e si fermò.

Era una lumaca.

La prese delicatamente e riprese il cammino.
Lungo la strada non c’era molta erba.

Avrebbe dovuto trovare un tratto più erboso lungo la strada.
Lo trovò e con un largo gesto del braccio lanciò il simpatico animale sull’erba.

Trovò altre lumache.

Le lanciò nell’erba.

Vide un uomo più tardi, sul prato e nella giunchiglia lungo la strada, radente la via principale trafficata da camion e automobili veloci.
Aveva una busta di plastica.
Capì che raccoglieva lumache per mangiarle.

Era una cosa terribile.
Ma che poteva farci?
Si avvicinò.

“Senta, signore, mi venderebbe le lumache raccolte?”
“Fra poco pioverà ancora, aspetti e ne raccoglierà tante …”
“Ma io non voglio raccoglierle
Mi sono simpatici quegli animaletti.
Glieli compro e poi li libero …”

“Ma da dove viene?
Chi l’ha mandato? … Se ne vada a quel paese …”

“Non mangi quegli animali … o sarà maledetto …”

Rufus si lasciò scappare quella frase poco generosa, ma aveva perso la sua causa, e non poteva francamente fare meglio.
Del resto, non vide mai più quel tizio.

Tornò a casa.
Le sue gattine gli corsero intorno nell’orto.
Si rotolavano per terra, come cagnolini.
Mostravano sottomissione e voglia di essere vezzeggiate, desiderio ludico e vitalità mista a grande socievolezza.

Le aveva chiamate Silva, Yle e Loi, ma poi il nome per due di esse era provvisoriamente cambiato in Batman e Robin.

In realtà non le chiamava mai.
Comunicava con loro direttamente.
A vista.
Entrò in casa.
Mise la bici sulla forcella che la sosteneva e si cambiò.

Lungo la strada aveva visto un vero stormo di falchi, cosa insolita.
In genere ne vedeva uno per volta, al massimo due.
Poco distante dai rapaci, volteggiavano moltitudini di passeri, di storni e di gabbiani, vicino alla grande discarica maleodorante.

Almeno, i rifiuti dell’uomo servivano a sfamare migliaia di splendidi volatili.

Soltanto la voracità dell’uomo lo spinge a distinguere fra materie appetibili e scarti, fra primizie e rifiuti.
Eppure anche l’uomo supera questa distinzione nei momenti della dura necessità.
Aironi e gabbiani volavano sulla testa di Rufus sulla ciclabile e lungo il canale scolmatore, uno dei gioielli di Leopoldo, utili a regolare il flusso delle acque nella maremma.

Spesso numerose tortore si levavano in volo al suo passaggio.
Le streptopelie erano un po’ le sue amiche del cuore.

Stritolava per loro biscotti, crackers e grissini ogni giorno sull’alto muro che separava la ‘portaerei’, come scherzosamente chiamava la sua scuola, dalla scuola elementare.

Non appena si allontanava, le colombe color caffelatte e lattecioccolato volavano strepitando sui cereali e li beccavano.

“Ecco i miei alunni …” – sussurrava allora Rufus.
“Loro non hanno bisogno di latino e di italiano … insegnerò loro che possono insegnarmi qualcosa … a volare …”

Rufus avrebbe voluto trasformarsi in un volatile.
Una rondine, forse. Ma le rondini migrano troppo …
Un’anatra … no … troppo simile ad un aereo da trasporto.
Un rapace no. Troppo colesterolo … con tutta quella carne …

L’ideale era un volatile agile, veloce, resistente, capace di decollo verticale e di rapide cabrate, robusto e versatile, un multiruolo ad ala a d apertura variabile, un colombo, un piccione, insomma … una tortora …

Ma questo era solo un sogno.

Per ora, piccioni e tortore erano i suoi alunni, e da coscienzioso docente quale era, Rufus sapeva che erano anche i suoi professori, perché nessuno può insegnare nulla se non a chi sa imparare sulla sua pelle, sulle sue penne, se non a chi sa a sua volta insegnargli qualcosa, e insegnare vuol dire dunque indurre a imparare.

Insegnare vuol dire dunque consentire il giusto apprendimento, anche possibilmente, ma non necessariamente sempre, divertendosi.


Ludendo necesse discere, non semper discendo ludere.


Nel Sannio, a Verrinia, nella terra delle pietre e delle grandi morge bianche, enormi rocce che come chiocce coccolavano le case sottostanti come a proteggerle, non si trovava veramente a suo agio.

Il padre era morto, caduto contro i romani, e la sua famiglia si era dissolta nella miseria di una vita tediosa e uggiosa..
Caduto in disgrazia, era rimasto tagliato fuori nel gruppo dei giovani guerrieri della sua città.


Non era bene accetta la sua teoria sulla benevolenza verso gli adolescenti, che venivano istruiti duramente.

Così aveva deciso di andarsene.
Nel salutare gli spiriti dei suoi padri e dei suoi antenati, aveva però inavvertitamente pronunciato la formula sacra …


‘comes et hospes fui tibi ero, frater et pater …’…


In questo modo era stato catapultato in un’altra dimensione di tempo, in attesa poi di ritornare in quella originale.

Si era ritrovato su un treno, capace di comprendere la nuova dimensione, in veste di insegnante trasferito in una città del centro nord.

Aveva ancora lorica, schinieri, scudo e lancia, insieme ad una spada ben temprata e leggera.
Era la spada del padre, e lui la sapeva maneggiare meglio di chiunque, con rapidità sbalorditiva.
Il padre gli diceva di non trattare mai male nessuno, però se qualcuno lo attaccava, guai se fosse tornato a casa malconcio, senza essersi difeso.


La madre, che aveva seguito presto la sorte del padre, raggiungendolo nel Regno di Coloro che Aspettano per Sempre, lo aveva abituato ad una vita mista di dolcezza e di durezza, come se fossa una preparazione del sapore doppio della vita, della sua natura contrastante e bipolare.

Così Rufus aveva conosciuto la solitudine e l’isolamento.

Quando si era trattato di iniziare una attività lavorativa aveva deciso, pressato dalle circostanze, di accettare lavoro al nord, fuori dal territorio sannita, in Etruria.


L’insegnamento gli piaceva.
Dapprima era stato in un Liceo.
Qui doveva insegnare latino e greco.
Il greco gli era congeniale.
I sanniti erano detti anche Danai, cioè greci, in pratica.
Ma il latino … era la lingua dei nemici …


E tuttavia la insegnava con attenzione rivolta particolarmente alle difficoltà incontrate dai suoi Alunni.

Dopo quella esperienza aveva insegnato per qualche tempo in un istituto di operatori agricoli, ma se ne era allontanato con un certo sbigottimento.

Occorreva predisporre elenchi degli Alunni in molte copie, cambiarli continuamente sul computer e sulla carta perché erano soggetti a continui mutamenti, in base alle esigenze dei partecipanti e al di fuori d’ogni regolamentazione, chiedere continuamente preventivi e mutarli in base al numero sempre variabile dei partecipanti, ritirare autorizzazioni dei genitori, ricevute dei versamenti e insomma tutte queste cose, moltiplicate per cento e cento producevano una continua e giustificata ansia, volere o volare.

Per questo meticolosamente preparava ogni cosa come se a quei viaggi avessero partecipato i suoi figli.

Gli Alunni in effetti erano sempre stati considerati dei figli da lui.

Ne aveva avuti tanti, di alunni.
Almeno duemila.
Un gruppo di essi, in particolare, restava a lui particolarmente caro, sopra tutti gli altri, che pure amava con affetto profondo.

Paolo e Vieri erano i più amati.
Perché non se ne erano andati per la loro strada, come gli altri, dimenticando in vecchi guerriero, ma erano rimasti sempre con lui.

E anche un altro, di cui non ricordava il nome, perché non era stato proprio suo Alunno, ma di una sua collega.

Lo aveva incontrato e ne aveva ascoltato le ragioni.
Chiamiamolo Francesco.

Francesco, Vieri e Paolo riposavano al Giglio, all’Argentario e ad Orbetello.

Rufus li considerava come i suoi angeli custodi.

I suoi angeli, il suo esercito invisibile, insieme a tutti gli altri giovani che non si vedevano più, che non c’erano più, ma che erano sempre con lui, al suo fianco.

Un modo per non essere mai solo, quando studiava, quando lavorava e quando si esercitava nello sport.

Queste praesentiae absentes si allontanavano di tanto in tanto quando pensavano di essere in qualche modo di troppo. Amavano la discrezione e la riservatezza.

Ma doveva rompere questa sensazione di solitudine forzata, di isolamento imposto.

La solitudine è bella quando è una scelta personale, fatta anche per gli altri, e non certo per esigenze solo individuali.
Ma quando è forzata, diventa una gabbia insopportabile.

Una rondine non sopporta la cattività.

Muore.
Una rondine nera caduta, va rimessa subito in volo, prendendole per le ali con la mano e lanciandola con delicata fermezza in aria.
Gli altri pennuti si adattano anche alla gabbia, ma con tutte le precauzioni del caso.
Alcuni necessitano di qualche ora di volo, che gli faccia ricordare i immaginare la grandezza della campagna.
Per quanto, essi siano molto meno liberi di quanto si creda.
Sono legatissimi al territorio, agli alberi del proprio teatro contestuale.
Per Rufus occorreva forse proprio un volo di recupero contestuale.

Se non proprio la libertà globale.
Come poteva fare, senza allarmare i suoi interlocutori?
Non c’era che una soluzione: scrivere, ma con un accorgimento: modificare il su stile un po’ animoso, rendere le espressioni meno ostiche, meno ostili ed eliminare del tutto qualsiasi atteggiamento lamentoso, ogni piagnisteo.


Si ricordò del suo nome sannita.
Questo sarebbe stato il mittente delle sue lettere.

Nel passato gli avevano sconsigliato di scrivere lettere, ma lui non era d’accordo.

Scrivere in genere gli faceva bene, era per lui non tanto terapeutico, quanto diagnostico.

Gli permetteva di capire la sua natura e la natura dell’interlocutore.

Era come esplorare le proprie idee più riposte, esprimendosi senza colpire direttamente l’interlocutore, nel caso di richieste e recriminazioni.

In un certo senso si trattava d’una partita giocata con molta prudenza.

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Non era abituato a lagnarsi facilmente, ma non poteva esimersi dal farlo quando insieme a lui erano maltrattate altre persone, e nella sua scuola aveva visto negli anni svilupparsi un sistema di inadempienze e di disattenzioni assai gravi nei confronti dei suoi alunni.

La responsabilità non era tanto da attribuirsi alle autorità, quanto a tutta la comunità, spesso assolutamente disinformata e distratta nei confronti delle condizioni in cui si realizzava il fatto scolastico educativo.

La scuola ove insegnava era fatiscente, priva persino d’un telefono, tanto che spesso era preoccupato per la difficoltà di comunicazione con sua Madre, sola a casa, a una dozzina di kilometri di distanza.

Questo si aggiungeva a quel fenomeno che lui chiamava ‘ricatto silente’, e che consisteva, sul luogo di lavoro, nel rendere difficile l’attività ad un operaio, un impiegato, un alunno nel caso questi fossero dotati di una eccessiva autonomia e libertà di azione.

Il branco li sottoponeva ad una serie di ‘persuasioni sotterranee’ che li convincevano, spesso, ad adeguarsi alla legge del gregge.
Nei casi di insuccesso, l’elemento libero, autonomo andava incontro ad un insuccesso pilotato, alla impossibilità di continuare nella sua azione di lavoro o di studio.
Per questo tipo di boicottaggio non c’erano prove. L’elemento isolato, anzi, spesso si copriva di sensi di colpa. Era additato alla pubblica vergogna.

Nell’ambito scolastico, il ricatto silente si realizzava con un diverso trattamento riservato agli alunni deboli, provenienti da famiglie povere o vulnerabili, ed agli alunni provenienti da famiglie con possibilità forti, ad alunni garantiti.

Il comportamento era giustificato dalla differenza di rendimento.

Questa era facilmente indotta dalla differenza stessa del trattamento, così che l’alunno stesso non si rendeva conto del fatto che la sua incapacità di apprendimento era stata per così dire programmata e voluta.

Lo stesso docente obbediva a sua volta a condizionamenti esterni, e non si poteva dire neppure del tutto coscientemente colpevole della sua stessa vigliaccheria, in quanto lui stesso in qualche modo ricattato.

Certamente, per quanto vittima egli stesso, l’insegnante che si comportasse come uno strumento delle mafie e delle consorterie risultava esecrabile.
Ma il fatto è che nulla risultava, nulla trapelava.

Tutto era perfettamente in regola.
Docenti cristiani giudicavano su tutti i piani i loro discepoli, se ne raccontavano i fatti privati, ne deridevano difetti ed errori, e tutto questo anche se ai cristiani non si consiglia certo di giudicare, mai.

Il loro giudizio non si limitava alla valutazione didattica e scolastica, ma sconfinava su ogni aspetto della vita degli alunni e delle famiglie.

Eppure c’erano stati docenti in gamba, capaci di scendere dal proprio piedistallo di terracotta.

Insegnanti che predicavano l’assoluta superiorità del docente sul discente se ne trovavano a bizzeffe.
Invece tutta la vicenda umana ci insegna che il vero insegnante si sottomette spesso al proprio allievo sul piano umano e didattico, come se giocasse a scambiare i ruoli per favorire l’apprendimento.
Una superiorità palesemente dichiarata schiaccerebbe l’allievo, lo ridurrebbe ad un animale soggiogato e subordinato, ottuso ed ipocrita.
Un servilismo da parte del docente ad un allievo di famiglia ricca, sarebbe parimenti deleterio.
Il rapporto deve essere quello dell’allenatore di sci, o di tennis, che pur essendo superiore all’apprendista, almeno all’inizio, non lo umilia con la propria destrezza, ma gli dà la possibilità di raccogliere qualche soddisfazione.

Rufus era stato un tempo insegnante.
Aveva amato e rispettato i suoi allievi.
Naturalmente, aveva avuto qualche rara eccezione, questa regola.
Un paio di famiglie lo avevano frainteso.

Ma ai suoi colleghi era capitato assai di peggio.

Polemiche continue, minacce, drammi, terremoti nella composizione delle classi.

I suoi due casi di alunni insoddisfatti erano stati la consolazione dei suoi avversari.

Sopra quelle due sparute storie di famiglie nevrotiche era stata costruita una ragnatela di futili pettegolezzi.

Il nulla sul nulla.
Il primo alunno si era offeso perché gli erano state assegnate delle frasi supplementari di latino da tradurre.

Ne era nata una incomprensione insanabile con il docente.
Tutto si sarebbe risolto, se la madre non avesse fatto convocare Rufus dalla preside, offendendolo, dandogli praticamente del pezzente.
Il ragazzo aveva cambiato sezione, ed era uno dei più benvoluti della classe.
L’alunna, invece, era figlia di due genitori onnisciemti e onnicompetenti che avrebbero voluto soggiogare l’insegnante, per consentire alla figlia di utilizzare schemi e criteri di studio personalissimi, senza che vi fosse alcun adeguamento a quelli consigliati dal docente e derivanti dalla interpretazione di illustri esperti di didattica italiani e stranieri.

Da una leggera insufficienza era nata la guerra contro il docente.
Si era conclusa con il trasferimento della ragazza ad altra sezione ed un’ispezione che aveva concluso che Rufus non segnava tutti gli errori quando correggeva i compiti.

Certo che non segnava tutti gli errori.
Nei compiti in classe, sì.

Nei compiti a casa meno, altrimenti avrebbe scoraggiato gli Alunni. Nulla toglie più che sentirsi ipercorretti la voglia di esercitarsi.
Nelle relazioni, lunghissime, di letteratura svolte a casa, Rufus era clemente.

Chi lo aveva controllato non aveva distinto compiti in classe e relazioni domestiche.
Insomma, risultava come un docente dal cuore molle, dolce, un debole che si commuoveva davanti agli allievi, un professore dai voti larghi, come in modo stupido e triviale la gente disinformata definiva i docenti ‘buoni’.

Dal tempo più antico, nessun perdono è stato mai dato a chi aiuta i simili, così fu per Prometeo, il titano incatenato sul Caucaso per aver dato il fuoco agli uomini, aiutandoli contro il volere di Zeus.

Così accadde ad Eracle e poi a Cristo.

E così era successo a lui.

Dopo tanti anni di insegnamento, una classe si era lamentata perché lui ne aveva aiutato i componenti.

Un’altra si era associata, asserendo che ‘parlava greco’ e questo doveva essere proprio una cosa orrenda, in un liceo linguistici sezione sperimentale di un liceo classico.

Poi c’erano tante altre cose, veramente esilaranti e patetiche, che la procura della repubblica aveva ritenuto irrilevanti per una qualsiasi accusa seria.

E tuttavia, il tempo di uscire incolume da quelle grottesche accuse era costato a Rufus il posto nella sua scuola, in cui non aveva voluto rimettere piede, la casa, che aveva dovuto lasciare per trasferirsi a cinquanta chilometri, per poter lavorare e vivere, e indicibili fastidi e sacrifici per il suo canone Argo, costretto a lasciare un contesto ambientale favorevole per affrontare un acclimatamento contestuale in un’altra città, con mesi di permanenza in una pensione per cani, in pieno inverno.
Durante quell’inverno dovette recarsi in una città della Toscana settentrionale per una serie di ricerche di materiale bibliofilo.

Roba da biblioteche.

Un pomeriggio con Anna si recò a Fucecchio, per una passeggiata di lavoro.

Entrarono nella piccola biblioteca del paese.
Era dedicata alla Maestra Italia Donati.

Si informò, e seppe che la Maestra Donati era stata insegnante da quelle parti molti anni prima.

Una serie di pettegolezzi delle malelingue locali e una assidua, perfida persecuzione della gente di paese, un paese vicino, l’avevano costretta ad un orribile isolamento, fino al giorno di maggio in cui si era gettata in una pozza d’acqua, presso un mulino.

Rufus restò attonito.

La cattiveria, la perfidia della gente ignorante può fare molto male.
La maldicenza in sé non danneggia nessuno, anzi, a volte può risultare solo fonte di pettegolezzo, a volte è tutta pubblicità.
Ma quando si associa ad una forma di persecuzione malvagia e perversa, distrugge le resistenze della vittima e la induce all’autodistruzione.
Che poi autodistruzione non è.
E’ una forma di lapidazione con i gesti, le parole, i divieti, gli ostacoli.
Esiste il suicidio? Nascere, non è forse una forma di suicidio? Un inizio di morte e di suicidio?

Lo stesso Dio, suo Figlio, Gesù, sapendo che sarebbe stato ucciso, se si fosse comportato come si comportò, non si suicidò, in definitiva?

E i suicidi, che compiono un gesto che non pare proprio vile, ma così pieno di forza e di coraggio, sono da condannare, o non sono da comprendere e da piangere con molta pietà, infinito affetto, come fratelli che un dolore immenso ha allontanato dalla nostra vita fatta di giorni di sole e di nuvole, di notti stellate e ventose, di sogni e di delusioni, per inviarli in quel mondo misterioso, forse inesistente, di tenebra e di luce, di stupore e di serenità che dura un attimo, quanto il tempo eterno, l’atempo, il tempo che non c’è?

§§

§

‘Il consiglio che mi sento di darLe è di non arrendersi mai …’

… così gli scrisse un Amico, in risposta ad una lettera autobiografica.

***

La risposta valeva una approvazione alla sua vita professionalmente agitata e solo apparentemente avventurosa, almeno negli ultimi tempi.



Rufus aveva bene specificato sempre che le sue osservazioni non erano a beneficio suo proprio, ma di tutta la sua categoria, la categoria dei docenti.



Addirittura aveva spezzato una lancia a favore di tutti gli insegnanti, parlando delle loro condizioni retributive certamente da migliorare


***





epsilon





Rufus sollevò dolcemente la gabbia di alluminio, cercando di non far cadere l’acqua dalla vaschetta di plastica fissata sul lato.

Le sue gatte, Silva Batman, Loi Robin e Yule Donatella Jakobson del Colle Erica di Monte Argentario, avevano trovato un piccione incapace di volare e si preparavano probabilmente a dargli una strapazzata poco salutare.

Aveva preso il volatile e lo aveva sistemato in una gabbia.

Sante, come era stato chiamato il colombo, aveva preso subito a nutrirsi, con grande sollievo di Rufus.

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§
Fu grande la sorpresa quando Sante scodellò due ovetti e fu immediatamente rinominato\a Xanta, o Santa, o Santina …


In questi casi, quando sono piccoli, è importante che tortore o colombi siano capaci di nutrirsi, in caso contrario la loro esistenza è segnata.

Aveva comprato del miglio ed altri miscugli di cereali.

Dopo una decina di giorni aveva telefonato al WWF ed alla Lipu, per avere informazioni sul da farsi.

Gli avevano detto che era meglio farlo esercitare di tanto in tanto, perché potesse irrobustire i muscoli pettorali.

Così aveva preso a fare.

Sante stava sulla sua mano, e lui la abbassava per invogliarlo a battere le ali.

Dapprima il piccione si era mostrato esitante, saltellando quasi impaurito, poi un giorno era volato dalla mano fino alla stufa a gas, naturalmente spenta, a quell’ora del mattino.

Le prime ‘lezioni di volo’ furono fissate in orario rigorosamente mattutino.
Giorno dopo giorno il piccione si fece sempre più esperto.

Finché seppe decollare in verticale, posandosi sugli armadi e sugli oggetti che sopra di essi erano posati.

Adesso Sante era esperto del volo, ma Rufus non osava ancora liberarlo.

Era freddo.

Chissà se avrebbe trovato un buon posto ove rifugiarsi, e del cibo in abbondanza come lo aveva a casa.

Un giorno con Anna, sua moglie, aveva aperto la grande finestra, per farlo volare via.

Ma Sante, dopo aver imboccato la via per i cielo aperto, si era posato su Anna, anche perché non immaginava nemmeno quanto spazio ci fosse davanti a lui.

Rufus rapidamente lo aveva ripreso e messo nella gabbia.

In questo modo continuava a fare l’insegnante, ma non di grammatica o di storia.

Di volo.

Non lo avrebbe mai detto …
Per quel piccolo essere era diventato padre e madre.
Chissà perché era caduto dal nido.

Era forse caduto per una rissa con i fratelli?
Lo avevano spinto, volontariamente o meno?

Era stato ‘cacciato’ dai genitori, cosa che gli uccelli fanno con i piccoli destinati ad intraprendere una vita propria?

Chissà…

Lui lo aveva raccolto, dopo che le tre piccole pantere lo avevano trovato.
Lo aveva protetto da eventuali pericoli, messo in un contesto ‘didatticamente compatibile’.

Ne aveva assecondato le attitudini naturali, aspettando che lui stesso gli fornisse le risposte, naturalmente.

E così si era realizzato, per vie genetiche, un processo geneticamente corretto, didatticamente compiuto, conforme a programmi e intenti vitali.

Questo era compiutamente il vero insegnamento.
Facilitare, contestualizzare il compiersi di un processo naturale che favorisse atteggiamenti di apprendimento.

Non trasmettere messaggi e informazioni con l’intento di fissarli nelle cellule cerebrali di un malcapitato.
Questo gli aveva insegnato Sante, il suo Alunno pennuto.

Questo aveva imparato Rufus dal suo allievo, che quindi era anche suo … professore, suo docente.

Ecco, insegnare voleva dire essere capace di ‘aumentare’, far diventare più ‘grandi’, accrescere, magister, da magis, chiamavano i latini l’insegnante.

Signum, impronta, segno, sintomo, segnale, insegna stendardo, questo il termine da cui l’italiano ‘insegnare’.

Ma lo avevamo dimenticato, e così il termine insegnare era passato ad indicare una superiorità spocchiosa del docente, del didaskalos, rispetto al discepolo.

Il pastore che dimentica il bene degli animali per considerarli delle bestie al suo comodo, è una bestia lui, prima d’ogni altra creatura.

L’insegnante segna il cammino, indica, guida, facilita e aiuta.

Quando esamina, interroga, controlla, si atteggia a despota e intimorisce, non insegna.


Per questo Rufus si era convinto, di fronte allo sfacelo dell’istruzione pubblica e privata, della inesistenza dell’insegnamento, ridotto a puro controllo fisico di gruppi di alunni, parcheggiati in aule male arredate, sporche, con bagni fetidi e biblioteche deserte, disprezzate, mal frequentate.


In epoche antiche in cui l’insegnamento, l’attività didattica, come la chiamavano i greci, da ‘’, era stata al massimo del suo splendore, le biblioteche, il culto degli scritti e dei documenti in generale, anche quelli mnemonici e orali, era stato sviluppatissimo.

Cultura, sua trasmissione e sviluppo, insegnamento, apprendimento e biblioteche erano una cosa sola.

Le biblioteche si erano sviluppate soprattutto da Alessandro Magno in poi, ma l’importanza del testo scritto e mnemonico era antichissima.

Forse la prima biblioteca era stata la mente umana e le emozioni con le esperienze vi avevano formato i primi cataloghi e ‘volumi’.

Ma certo le prime biblioteche di fatto erano stati i primi depositi di materiale su cui vi fosse stato inciso un documento, tenuti in ordine da una forma di catalogazione e distribuzione ordinata del materiale documentario.

Il piccione si posò sulla sua testa, e le unghiette aguzze pizzicarono la pelle di Rufus.

Lo prese delicatamente, dopo averlo fatto salire sul dorso della mano e lo ripose nella gabbia nuova, con i fili di metallo distanziati e disposti in modo da non danneggiare le penne del prezioso amico alato.

Sistemò la gabbia al solito posto, presso la stanza dove dormiva  , il suo grande pastore nero dalle zampe avana.

Uscì per andare nella biblioteca dove lavorava.

Camminando, gli ritornò in mente il bravo professore di greco che aveva conosciuto tanti anni prima, Fabrizio, agli inizi della sua carriera.

Stava facendo una lezione sulle interpretazione del fascismo ai ragazzi d’una scuola nautica.

Il preside del liceo d’un paese vicino, gli telefonò.

Aveva bisogno d’un insegnante di greco e arte.

Fabrizio accettò, trattandosi d’un incarico meno remunerato ma più vantaggioso per il futuro.

Così entrò nel liceo, era emozionatissimo all’idea.

Il liceo era un vecchio edificio al centro della cittadina.
Intorno c’erano piccoli negozi, qualche fabbricato fatiscente ed il corso, pieno di negozi attraenti.

I bar erano profumati di caffè e di brioches.
Tutto era molto ricco di aria di famiglia e fascino strapaesano.

§

Il tempo passava.

Anche se a tratti pareva fermarsi.
A dicembre ci lasciò Jeri, un caro alunno.

Qualche giorno prima, mentre rimetteva a posto il proiettore per le diapositive, lo aveva visto attardarsi in aula, salutarlo e offrirgli aiuto, visto che dopo le varie lezioni in più classi era pieno di fardelli vari, la borsa ed il proiettore.

Gli aveva offerto aiuto, il giovane Jeri.
E solo pochi giorni dopo sarebbe partito per il viaggio dal quale nessuno è mai tornato.
Anno dopo anno sarebbe diventato una specie di modello, di archetipo didattico per lui, eterno professore dilettante, sempre al primo giorno di scuola.

Dopo un certo numero di anni, non avrebbe bocciato né rimandato più nessun Alunno, naturalmente prodigandosi al massimo per sostenere i casi difficili, sollecitare l’impegno e moltiplicare le esercitazioni, specie per l’italiano scritto, per cui richiedeva lunghe relazioni scritte su libri di narrativa di autori in genere del novecento.

Gli Alunni gli volevano un gran bene, lui da parte sua li adorava, li considerava come dei figli, anche se naturalmente ne rispettava assolutamente i legittimi genitori.

Erano figli a lui affidati.
Ne era persino geloso.
Non avrebbe mai potuto lasciarli, né affidarli ad altri.
Non si assentava mai.

Quasi non avrebbe nemmeno sopportato che studiassero altre materie, con altri docenti.
Di questi eccessi, però, non sapeva niente nessuno, perché non osava confidare a chicchessia queste sue idee personalissime.
L’anno dopo aveva accettato un incarico in una scuola marinara, e dopo due anni in un ginnasio a un centinaio di kilometri di distanza.
Erano stati anni di sacrifici, per i lunghi viaggi.
Poi era ritornato nel vecchio Liceo, per un incarico con sede definitiva.
Non aveva mai legato completamente con l’ambiente, con i colleghi, con le professoresse, anzi, c’era come una rivalità fra lui e una vecchia insegnante arcigna, rude e severa, dai giudizi lapidari e durissima con gli allievi.
Ma con gli Alunni le cose andavano bene, molto bene.
Il rapporto era di collaborazione e amicizia, lo consideravano una specie di fratello maggiore.
Gli anni passarono.

Si giunse al 1986.
Fu un anno speciale.
La classe di quell’anno era stupenda.
Tre anni dopo, nell’89, giunse un preside dalla città.
Era un buon preside.
Fu nominato bibliotecario.
Lo desiderava, dal tempo del suo non dimenticato professore e preside del primo anno di liceo.

Anche quello fu un anno speciale.

Ma ancora più speciale fu il 1990.

A settembre fu sistemato in un sezione del liceo al centro del paese, mentre la parte per dire così principale della scuola fu sistemata fuori paese, a breve distanza dal cimitero, fin dall’anno precedente, nella scuola media.

I locali scelti per il liceo erano decisamente i peggiori.

Erano stanzone prima adibite non propriamente ad attività didattiche, ma di laboratorio, con le finestre alte, a volte comunicanti con un piano superiore a struttura aperta, così che sarebbero stati necessari lavori di sistemazione per separare la parte inferiore dalla parte superiore delle grosse sale.

La sezione di Rufus era nella parte più viva e interessante del paese.

Intorno c’erano quei piccoli negozi così attraenti e interessanti che invogliano alle spese e ti danno un senso di benessere e di sollievo, distogliendoti dai pensieri più impegnativi.

Un giorno di fine settembre, o forse era già ottobre, era andato a scuola come al solito.

Durante la ricreazione si era presentata una professoressa che di solito assumeva ruoli di una certa responsabilità, purché non troppo gravosa per la delicatezza della sua costituzione, e gli aveva detto che per disposizione del preside lui avrebbe dovuto assumere la parte del docente incaricato di provvedere al controllo della sezione staccata.

Così iniziava, e non per suo volere, la scalata del professore al potere liceale.

Il suo incarico, peraltro solo verbalmente appioppatogli durò poco.
Si stacco una parte del soffitto, pochi giorni dopo, in un’aula, e gli Alunni entrarono in agitazione.

Si rifiutavano di fare lezione.
La cosa non accennava a placarsi.
Tutta la scuola entrò in crisi.

Dopo veloci trattative con il Comune, si decise di sistemare tutti gli Alunni nella sede principale, fuori paese.
Naturalmente, vi furono delle assicurazioni che presto si sarebbe provveduto a sistemare nuove aule, perché non c’era spazio per tutti gli Alunni, e nel frattempo sarebbe stato necessario organizzare doppi turni per alcune classi.

Intanto, già dall’anno prima, era passato dal Ginnasio al Liceo. Ora insegnava solo latino e greco, non più, oltre a queste come al ginnasio, italiano, storia, educazione civica e geografia.

Lo aveva deciso anche in risposta ad una ispezione che aveva avuto due anni prima.

Era stata una ispezione voluta dal malcostume della scuola.

Intimidito da un ‘genitore’, perché aveva dato una leggera insufficienza alla figlia, aveva avvertito la preside’, e questa per tutta risposta aveva chiamato un ispettore per vederci chiaro.

E l’ispettore era venuto per lui.

Era una donna, fumatrice accanita.

Aveva ispezionato una montagna di compiti, confondendo i compiti in classe con quelli a casa, deducendo che il professore non segnava sempre gli errori.

La cosa aveva sconcertato Rufus.

Lui segnava gli errori nei compiti in classe, con la massima attenzione, e annotava la versione esatta, con vari consigli.
Non infieriva invece nei compiti a casa, che consistevano in kilometriche relazioni su libri di narrativa di autori importanti della letteratura del novecento, in genere italiana.
Insomma, aveva fra l’altro letto su un valido manuale di didattica che non bisogna esagerare con l’umiliante segnatura degli errori inflitta agli allievi.
Lo aveva letto su un testo di vari illustri docenti, fra cui il prof. Pieraccioni, di Firenze.
Ma evidentemente queste teorie non erano bene accette nella scuola.
La lettera in cui gli fu segnata questa osservazione era, tra l’altro, colma di errori più e meno gravi.
Decise di non insegnare più italiano, e di passare quindi al liceo.

Cosa che effettivamente aveva fatto.

Adesso, era stato nominato anche, per poco tempo, luogotenente di sezione staccata.

Che carriera … dove sarebbe arrivato?
Lo seppe presto.

Ci fu un collegio dei docenti, e i professori tra l’altro votarono per la nomina del vicepreside.

Una carica non importantissima.

Se non che, date le particolari condizioni di emergenza in cui versava la scuola, la professoressa, quotatissima, eletta con nove voti, il numero delle Muse, non accettò.

Fu una scelta d’un opportunismo squisito, e degno del soggetto.
Se avesse accettato, avrebbe dovuto lavorare il doppio, o il triplo, perché il preside era anche capo di istituto del liceo del capoluogo di provincia, e raramente sarebbe venuto ad amministrare la scuola periferica.

Insomma, avrebbe dovuto fare da preside senza esserlo, in una situazione scottante.

E così fece il piccolo rifiuto, fra l’approvazione del suo branco di colleghi e la costernazione del preside.

Fabrizio aveva totalizzato sei voti, chissà da chi, perché non lo seppe mai, e fu nominato vicepreside e vicario del preside in sua assenza.
Una vera e scattante scalata ad un potere davvero scottante.

La mamma fu davvero contenta del fatto.
Ci teneva a pensare che il proprio figliolo era stato così quasi premiato per il suo impegno.

Erano passate appena un paio di settimane dalla nomina, quando un giorno il preside lo mandò in una vicina fabbrica per la premiazione di alcuni alunni meritevoli, cui l’azienda offriva una borsa di studio.

C’era anche i viceprovveditore.
E proprio questo gli disse che il vicepreside del liceo sarebbe stato probabilmente nominato preside, perché al titolare della presidenza era stata assegnata la presidenza al liceo cittadino.
Quando riferì questa cosa alla madre, questa fu così felice che quasi non si reggeva, e volle uscire a passeggio per il paese, a fare della compere, perché non si sarebbe mai immaginata che lui sarebbe diventato il primo del liceo.
Così cominciò, l’amico di Rufus, la sua attività difficilissima di capo d’istituto.
Il bello fu che doveva continuare a insegnare, perché la sua supplente tardava ad arrivare.
E arrivò quasi sotto Natale.
Così lui per più di un mese dovette svolgere le funzioni di preside e quelle di docente.
Era contemporaneamente un suo professore e un suo stesso superiore.
Capì subito, tuttavia, chi controllava il potere reale nella sua scuola.
Quella che successivamente un suo amico, marito d’una insegnante, avrebbe chiamato scherzosamente, ma non tanto, ‘cupola’, come si fa per certe organizzazioni di potere occulto ma non tanto.

Il 18 dicembre ci fu un collegio dei docenti, e tutto filò abbastanza liscio, finché si parlò delle assemblee degli Alunni.

Giorni prima i professori avevano accompagnato gli Alunni ad una conferenza nella sede dell’auditorium comunale, al centro del paese, a circa due kilometri dal liceo.
Qualche allievo aveva gettato delle carte per terra, e una impiegata del Comune aveva telefonato al preside dicendogli che gli avrebbero fatto pagare i danni se la cosa si fosse ripetuta.
A questo punto, visto come stavano le cose, lui al collegio dei docenti aveva chiesto rassicurazioni sulla disponibilità dei professori ad accompagnare gli Alunni o comunque ad assistere alle assemblee.
La risposta dei suoi colleghi era stata che non avrebbero svolto assistenza durante le assemblee.

Questo atteggiamento rappresentava un imprevisto per Fabrizio.
Ma lui escogitò una strategia complessa quanto funzionale.
Inviò una dichiarazione scritta con la sua personale macchina da scrivere a tutti i genitori, sentito il parere del consiglio di istituto, e si fece consegnare dagli alunni la stessa firmata in fede.
Nella dichiarazione si diceva che gli Alunni a suo tempo avrebbero partecipato regolarmente alle assemblee, salvo cause di forza maggiore, nell’Auditorium comunale, alla presenza del preside, da solo, e che comunque sarebbero stati responsabili degli eventuali danni al locale.

In questo modo, preferì assistere da solo e sorvegliare l’esuberanza di quasi duecentocinquanta Alunni, piuttosto che far rinunciare loro ad un diritto importante, oppure costringerli ad effettuare assemblee d’istituto nelle classi, spezzando l’unità delle manifestazioni.
Quell’anno le assemblee furono tali, con discussioni impegnate, con la partecipazione del Sindaco ed altre autorità.

Fu anche creato un Comitato Studentesco da consultare per la organizzazione delle assemblee.

In quel periodo grande fu l’affetto dimostrato dai suoi alunni.
Nel giorno del suo compleanno offrirono a tutta la scuola dolci squisiti.
I colleghi ne restarono stupefatti.

Fu il periodo in cui lo status sociale di Rufus toccò il massimo grado. Era benvoluto e popolare presso gli alunni, ma certo non poteva durare.
Amministrare una scuola è difficile, se si sceglie la strada della linearità assoluta, se non si cede alle lusinghe, se non ci si svende.
Nel passato aveva cercato di lottare soprattutto per vincere la tendenza a risolvere i problemi dell’apprendimento con le lezioni private.
E’ inutile negarlo, ogni insegnante ha fatto o è stato tentato di farne.
E’ addirittura folle rifiutare del denaro che si offre quasi su un piatto d’argento, specie in presenza d’un sistema che si basa sul giudizio degli alunni, e quindi sostanzialmente su un ricatto.

E’ assurdo, ma l’istruzione e l’insegnamento, ammesso che esistano, negano la loro stessa esistenza quando si trasformano i docenti in precettori interessati e in giudici.

Molti insegnanti avevano trasformato la scuola in un mercato clandestino di lezioni, di ‘ripetizioni’, e siccome ‘repetita juvant’, docenti di quasi tutte le materie si scambiavano alunni incrociando materie scientifiche con materie umanistiche.

Fabrizio aveva dato qualche lezione quando il suo lavoro non era ancora affermato, in considerazione del fatto che le scuole ove era nominato si trovavano sempre lontano da casa sua, ma poi era uscito fuori dal giro delle lezioni facili e a domicilio.

Ne era divenuto poi un ostile oppositore.
Sognava un sistema scolastico in cui non si rimandasse più, non si bocciassero gli alunni.

Del resto, pensava, la Scuola è l’unica azienda che getta via il prodotto finito, l’uomo.
Nessuna fabbrica, nessuna azienda farebbe mai una cosa del genere.
Gli esclusi, vanno spesso a incrementare il numero degli sbandati, dei rifiutati, degli asociali, e quindi si crea un danno enorme alla società ed agli stessi giovani, naturalmente.

Pensava che si dovesse fare di tutto per formare culturalmente tutti i giovani, nessuno escluso, diversificando le forme di educazione culturale, educando al lavoro pratico come necessario e naturale complemento di quello intellettuale,
Invece nel nostro Paese si educava in modo assolutamente astratto nelle scuole umanistiche e tecnico scientifiche dedicate ai futuri dirigenti e burocrati ed in modo manualmente e meccanicamente esasperato in quelle professionali, dedicate ai futuri artigiani ed operai.


***


Insomma, una visione bipolare dell’istruzione, in pratica basata sull’estetica di Benedetto Croce.
Operai o intellettuali, questo erano già in tenera età gli italiani, per il ministero pubblica istruzione.


Nessuno, se non un essere dalla tendenza controcorrente, avrebbe potuto essere un uomo, ossia un individuo naturalmente complesso, formato da una duplice natura, una ideatrice ed un’altra operatrice.


Così il buon Fabrizio operava controcorrente nella sua scuola e nella Scuola in genere.
Quell’anno scolastico terminò, e Fabrizio tornò ad insegnare, scoprendo quanto sia sgradevole e persino scomodo fare il professore ove hai fatto il preside.


Conosceva da tempo il nuovo preside.
Purtroppo era malato molto gravemente.
A Maggio morì, e toccò di nuovo a Fabrizio fare il preside in attesa d’un altro titolare.

Alla fine del mese gli arrivò una telefonata.
Da un paese vicino.



“Preside, si ricordi del sopralluogo che deve venire a fare per l’istituzione già concordata col preside precedente d’un liceo scientifico che sarà sede staccata del suo liceo …”

Alla data stabilita era nel paese vicino ma non tanto.
Erano con lui anche sua Madre ed il suo cane Argo.



Non voleva essere solo, in quell’occasione.

Visitò la scuola media che avrebbe ospitato lo scientifico, parlò con il preside, vecchia conoscenza e, tornato a casa, stilò una relazione favorevole alla costituzione del liceo scientifico, purché si provvedesse ad effettuare una serie di lavori indispensabili per la sicurezza degli Alunni e del personale scolastico tutto.


Durante l’estate dovette rinunciare quasi alle ferie, per aspettare nell’ufficio di presidenza situato sotto le lamiere del tetto, e perciò caldissimo, come era stato freddo d’inverno perché privo di riscaldamento, il nulla osta del provveditore per l’ammissione delle domande di iscrizione.

L’estate passò con lentezza esasperante.

Dedicava il pomeriggio alla bicicletta, andava di tanto in tanto al mare e portava spesso in giro per il paese il pastore belga tedesco Argos, che era stato testimone, molto probabilmente, della nascita di un liceo scientifico.

Liceo scientifico che era nato a cinquanta kilometri dal paese del suo liceo classico perché l’unica iniziativa per la nascita d’una scuola nuova era sorta lì.

Da tempo sollecitava le autorità cittadine ad interessarsi alla costruzione d’una scuola che accogliesse il classico ed il professionale, ma i suoi appelli erano inascoltati.

Non solo, ma nonostante l’esempio dello scientifico avesse dovuto spronarli, i politici e gli amministratori locali nemmeno provavano a presentare un progetto, una richiesta, una domanda di scuola nuova, e dire che nei paesi limitrofi le amministrazioni comunali non facevano che sistemare sempre meglio l’edilizia della media superiore.

Questa situazione creava un certo disagio, ma purtroppo lo creava solo in lui.

Qualche anno dopo propose in due diversi collegi dei docenti di attribuire allo scientifico annesso al classico il nome del preside suo predecessore che ne aveva ideata la nascita ed alla biblioteca del classico il nome del suo Alunno scomparso nel 1975: Jeri.

Per lo scientifico, la proposta non fu accolta.


Per la biblioteca fu accettata, ma lui non vide mai nessuna targa sulla porta del locale con la scritta: Biblioteca Jeri.


Qualche anno dopo, allontanatosi provvidenzialmente da quella zona, avrebbe provveduto a farsi predisporre una targa analoga per la sua biblioteca personale, probabilmente anche più interessante e preziosa della ammuffita biblioteca del liceo, che lui stesso aveva amministrato negli anni precedenti.

Rufus aveva scritto una lettera anni dopo, quando si era trasferito più a nord, ad una insegnante che sarebbe diventata preside del professionale, una volta che il liceo aveva ormai perso la sua autonomia, trasformandosi in un accessorio passivo, in una colonia didattica, spariti per dir così i protagonisti storici della sua storia.





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Gentile Dirigente,

nel cassetto della scrivania del preside di codesto istituto, fra la posta più preziosa e segreta, manca uno scritto che confuti, certo con garbo e senza strepito, quanto affermato nei precedenti anni sullo scrivente da alcuni docenti, da alcuni genitori, da qualche alunno.

Nel 1986, di ritorno da Grosseto dove avevo avuto un colloquio con un noto e caro professore, mio predecessore quale preside e curatore delle biblioteca liceale, e naturalmente anche predecessore Suo, ebbi una assai sgradevole avventura.

Fui aggredito da un nutrito numero di ragazzi.
Sebbene fossi la vittima della storia, non ebbi la solidarietà di nessuno a scuola, a parte i miei Alunni di quell’anno.
Anzi, più che la solidarietà, mi si consigliò una cura medica.
Cosa di cui mi sono preoccupato coscienziosamente.

Qualche anno dopo sono diventato preside del liceo, senza troppo ed evidente demerito certamente, prodigandomi, per quanto le mie competenze me lo permettessero, per il suo bene.
Passarono gli anni.
Molto faticosamente, direi, perché restai solo, per la morte di mia Madre, la mia unica parente nel paese in cui vivevo.
Ho narrato in altri scritti le circostanze drammatiche della sua scomparsa, per cui non voglio qui ripetermi.

Nel 1995 fui incaricato dal Collegio dei Docenti, il 12 dicembre, di redigere la Carta dei Servizi del Dante Alighieri.

Mi accinsi all’opera di buona lena.
C’erano altri docenti che avrebbero dovuto lavorare con me, ma la loro collaborazione risultò nulla, senza esagerazione.
Alla fine dell’inverno la Carta fu approvata dal Collegio.
Tuttavia il preside non provvide, e non so perché, a riconoscermi le ore impiegate, che a quel punto erano 110.

Durante l’estate integrai il documento con le variazioni pubblicate sulla Tecnica della Scuola e volute dal Ministro Luigi Berlinguer.

Spedii la Carte dei Diritti e dei Doveri nella Scuola, così era mutato il titolo, al preside ed al Ministero P.I. il 26 luglio 1996.
Non ebbi risposta alcuna.
Avevo redatto il documento seguendo anche i consigli di Piero CATTANEO, collaboratore del Ministero P.I. ed ora direttore dell’Oppi di Milano.

Iniziato l’anno scolastico, presentai richiesta per il riconoscimento di 137 ore di lavoro, più le altre ore per i corsi di aggiornamento e formazione frequentati durante l'anno scolastico, per un totale di 95 ore.

Il preside non rispondeva, nonostante la documentazione chiara ed evidente e le notevoli altre ore di lavoro e spese personali di corrispondenza sostenute e impiegate ancora oggi per gli anni seguenti, lasciandomi in una penosa situazione di incertezza.

Evidentemente questa ansia riflessa e indotta dovette spingermi ad un qualche senso di smarrimento, per cui una mia classe credette di doversi trasformare in una sorta di censore nei miei confronti.

Nacque un clima di ostilità nei miei confronti, alimentato da pettegolezzi incontrollabili e ridicoli e da una squallida e indecorosa campagna di stampa, alimentata da un cronista mal pilotato da squallidi politicanti indigeni. Su costui non esprimo alcun giudizio, cosa che del resto mi astengo di norma dal fare.

Addirittura il preside prelevò la mia classe il 2 ottobre e stranamente proprio durante l’assenza per me ingiustificabile dalla lezione dei miei Alunni fu stilato un antidecalogo peraltro sgrammaticato, chissà da chi dettato, contenente varie e risibili ‘accuse’ contro di me.

Il foglietto di quaderno scritto con inchiostro blu finì guarda caso in Procura e solo un anno e mezzo dopo fui completamente scagionato.

Intanto avevo praticamente perso il mio liceo. Il Mio Liceo Dante Alighieri.

“Il professore è rimasto in servizio nonostante la contestazione degli alunni…”

Così disse il Giudice.
Praticamente un elogio, a cui tengo molto.

Da allora non ho fatto che girare da una scuola all’altra … per onorare Dante fino in fondo.
Per aver fatto il mio dovere ed averVi scritto la Carta dei Diritti, ma anche dei Doveri, ho praticamente conosciuto l’ostracismo, visto che sulla base di quelle accuse irrisorie sono stato assegnato, prima che fossero state dimostrate infondate, ad ‘altra mansione’, alle biblioteche scolastiche.

Ma non drammatizziamo.
Mio Padre mi ha fatto per sopportare questo e ben altro.

A questo punto, cosa posso dire?

a. Aspetto il riconoscimento delle 95 ore di aggiornamento fatto per il Liceo Dante Alighieri, secondo la richiesta che ho presentato a codesta Scuola il 4 gennaio 2004.
b. Desidero essere cortesemente informato se la biblioteca del Liceo Dante, a cui tanto tempo anni or sono ho dedicato anche secondo gli insegnamenti del Professor Arnaldo CORRIERI, è stata effettivamente dedicata all’Alunno dell’a.s. ‘95\96, come chiesi e come fu approvato nel Collegio dei Docenti del 1994.
c. Che sia letto nelle classi terminali il libro sulla storia di Italia Donati, una maestra che, vittima della persecuzione di un paese della Toscana, si tolse la vita, non avendo, giovane fragile donna, sufficiente rabbia ed energia per contrastare la furia della maldicenza contestuale.
A questa Maestra ho dedicato il mio saggio ‘Il Ricatto Silente’, che parla della situazione scolastico didattica in Italia dal 1973 al 2003.
Questo testo dovrebbe essere molto più educativo dei libri del tipo ‘va dove ti porta etc.’ o ‘la storia di Sofia’, che francamente mi sembravano un po’ sempliciotti sia per il docente che li consigliava, che comunque non ha un tono molto elevato di cultura essendosi formato su qualche testo di Eco, sia per gli alunni del trienni cui venivano ‘consigliati’, con bella e spavalda spesa economica.
Sarebbe una lettura ottima anche per gli alunni della docente, che mi affidò maternamente alle domande d’un simpatico Ispettore, e la cui cultura culinaria e letteraria va ben oltre la preparazione della zuppa del casale, di cui parlava sempre, e ‘sette spose per sette fratelli’, manuale e copione cinematografico per trovare marito (e moglie).


Colgo l’occasione per porgere a Lei ed alla Sua Scuola cordiali saluti e sincere dimostrazioni di stima.
L’amore per la ‘mia’ doppia Scuola c’è sempre. In quella Scuola ho insegnato nel 1974, nelle 150 ore.
Fu una bella esperienza.
Peccato che un rappresentante dell’amministrazione aveva dimenticato di chiedere i dovuti e relativi finanziamenti.
Dovetti praticamente ciclostilare una intera antologia ‘inventata’ per gli Alunni.

Vecchi, cari ricordi.

Ero finito ad insegnare ad Orbetello, da Porto s. Stefano, dopo un anno di insegnamento nel Cracis.

E’ incredibile, quanto sia difficile, e quasi impossibile, insegnare, eppure è stato bello, esaltante. Ho avuto classi bellissime e ricordo praticamente tutti i miei quasi 2000 alunni e gli insegnanti ‘colleghi’ (se sono degno, visto che mi considero ancora un alunno, un figlio, visto che non ho mai fatto altro e continuo a studiare, a prepararmi, perché non si finisce mai di apprendere e si ha sempre occasione di insegnare, anche se gli altri … non se ne accorgono ,,,) e i custodi.
Un tempo, nel 1986, Dirigente, Lei mi rispose ‘Oscar Wilde …’ quando Le chiesi chi era l’Autore del Principe Felice.
E’ la favola che preferisco, ma non posso raccontarla a nessuno, perché è troppo triste.

‘Rondinella, rondinella, non andare via …’

Ognuno di noi nella vita è rondine o principe.
Forse addirittura rondine e\o principe.

Ho scritto un romanzo che si chiama Hirundo ed è dedicato ad un bambino che si chiama Fabrizio.


Adesso mi scusi, ma devo proprio andare.
Le mie compagne sono già partite …





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Questa era la lettera alla professoressa.
Ma la professoressa difficilmente rispondeva.
E del resto, questa aveva l’aria di essere un’ultima lettera, una lettera che non chiede nulla, che non pone quesiti, che afferma senza astio, con pacatezza delle verità semplici, ma per cui si è lottato e sofferto.

Rufus uscì dalla biblioteca verso le due d’un pomeriggio soleggiato.

Poco prima era caduta una pioggia abbondante.

La campagna era d’un verde smagliante.
Pranzò in tutta fretta, con Anna.
Portò a fare un giro il lupone Argone.
Diede il mangime a Sante, il piccione, e le crocchette con un paio di scatolette di salmone alle gatte, affamate e uscì, per una riunione all’associazione di volontariato di cui faceva parte.
Aveva già fatto parte del volontariato ospedaliero anni prima, ma una serie di circostanze lo aveva costretto a lasciare quell’attività.
Gli piaceva.
Era di maggio, si sentiva in forma.
Aveva letto alla sua classe gli appunti che gli aveva lasciato suo Padre Antonino.
Per anni aveva atteso l’occasione per parlarne con qualcuno.
Ne aveva parlato con alcuni rappresentanti della Chiesa, ma sentiva che doveva fare di più.
Così ne parlò con i suoi Alunni.
L’argomento degli appunti si inquadrava con i programmi di educazione civica, col tema della condizione della donna, della solidarietà.
Si trattava d’un quaderno scritto in ospedale, dopo più di tre mesi di degenza.
Rufus lo aveva conservato sempre, lo aveva letto con immensa commozione di tanto in tanto e infine lo aveva fotocopiato.
Era sicuro che gli Alunni ne avrebbero ricordato il contenuto per sempre.
Era una classe stupenda, quella di quell’anno speciale.
Numerosa, ma piena di talenti.
Paolo, Giambruno e Andrea giocavano a tennis con lui.
Per loro, lui aveva una speciale propensione, tutta fatta di amore per lo sport.
Ma tutti, tutti erano eccezionali, senza eccezione.
L’anno era stato molto impegnativo.
Rufus aveva scritto a molti uomini politici importanti. Ne voleva sfruttare le capacità per insegnare qualcosa ai suoi allievi.
Così aveva avuto i libri dalla presidenza del consiglio di Bettino Craxi per una ricerca concordata con la preside e altri docenti sulla condizione della donna.
E così aveva avuto una duplice costituzione italiana, una per lui e l’altra per la biblioteca della scuola, dall’onorevole Nilde Jotti, presidente della Camera dei Deputati.

La lettera della onorevole Jotti, a lui indirizzata, era colma di elogi, di lodi.

E tuttavia, nonostante che la moglie di Palmiro Togliatti avesse della considerazione per lui, i locali compagni, iscritti al partito comunista, non sembravano molto apprezzarne le idee.

Proprio quella primavera, ad aprile, aveva avuto occasione di parlare con un politico locale, esponendogli la sua idea, di creare una piattaforma comune ai cristiani ed ai comunisti, permettendo a chi volesse di aderire alle due correnti, ai due partiti politici maggiori in Italia.
L’idea non piacque.

Nove anni dopo, un presidente del consiglio ex democristiano sarebbe stato eletto anche con voti di ex comunisti, all’interno di una formazione politica ispirata ad un noto e longevo albero mediterraneo.

Era in pratica l’idea di Rufus, con il solo particolare che quell’albero, lento nel crescere, era nato in altre teste, in altra terra, molti anni dopo.

A lui del resto piaceva di più il nespolo, che genera continuamente foglie nuove, che dà frutti freschi, succosi e saporiti, senza retorica e senza pomposi discorsi e risvolti di sociologia e filosofia rurale.

Le foglie del nespolo erano per lui come una metafora della vita stessa, che si rigenera continuamente, delle azioni degli uomini, che nascono, crescono e cadono, sostituite da altri eventi nuovi.

Insomma, Rufus stava cercando di instaurare una rete di rapporti positivi con diverse personalità politiche che un giorno avrebbero potuto essere di una qualche utilità alla scuola, ai suoi stessi Alunni.

Ma pur procedendo costruttivamente su questo piano, si accorgeva che perdeva il contatto con il contesto immediato e prossimo man mano che approfondiva e rafforzava quello con il contesto remoto e lontano.
Era come se la comunicazione con il contesto immediato e particolare fosse offuscata e impedita da quello con l’ambito remoto e generale.
Era necessario effettuare un tentativo ancora più intenso e ravvicinato per conquistare la fiducia del contesto.
Per questo Rufus, informato da un suo amico, Antonio, sacerdote cattolico, si aggregò ad un gruppo di volontari ospedalieri.

Era maggio e la primavera cominciava già a farsi sentire.
Seguiva un corso, a cura d’una infermiera dell’ospedale.
L’ospedale era San Giovanni di Dio.

Giovanni era un giovane di famiglia nobile e ricca.
Per poter aiutare i malati di mente si finse pazzo, si fece ricoverare e li curò per quanto gli fu possibile.
I metodi seguiti dal gruppo di volontari gli parevano limitati da una certa angustia.
Si trattava di effettuare un’ora di servizio settimanale, il giovedì,
e francamente gli pareva troppo poco.

Così prese l’abitudine di aggiungere a questo servizio un altro, del tutto privato, che faceva di sua iniziativa, visitando qualcuno che non si sentisse bene.

Naturalmente le sue visite si limitavano ad un’assistenza assolutamente priva di qualsiasi intervento di carattere clinico medico. Erano visite d’un amico premuroso.

Tutto questo rientrava nella normativa del volontariato.

Passò qualche settimana e l’atmosfera a scuola si fece calda.

La preside da vari anni lo trattava quasi come un rivale e un avversario.
Purtroppo in certi paesi non lavorare abbastanza è indice di normalità e di senso della misura, mentre invece lavorare di più è segno evidente di malessere, di turbe psichiche.

Il buon San Benedetto non fece grande cosa con il suo ‘ora et labora’ .

Probabilmente fornì un alibi a molti fannulloni le cui orazioni ed il cui lavoro difficilmente potevano essere controllati.

Chi davvero prega, chi davvero lavora, purtroppo dà fastidio, secca, disturba, spezza gli standard e viene emarginato, sbrancato, ridotto alla inattività, e magari poi accusato di scarso rendimento, di instabilità psicologica, di bipolarismo, di depressione e di altre baggianate indimostrabili sul piano clinico, ma capaci di ridurlo ad allontanarsi dalla sua professione, dal suo compito legittimo per accettare compiti degradati e degradanti, mansioni nobili di per sé, ma per lui ridotte al ridicolo.

Una volta i santi si martirizzavano, si bruciavano, salvo poi a beatificarli in pompa magna e additarli ad esempio.
Successivamente gli onesti sono stati ridotti al ludibrio. Ridicolizzati.
Con il gioco del branco, con la persecuzione del pettegolezzo e del boicottaggio.

‘Pensa positivo…’ - ti dicono.

Ma ti impediscono con mille espedienti di operare serenamente.
In realtà qualsiasi opposizione finisce per vincere un individuo, che cede, si adatta, si piega e si uniforma alla ‘maggioranza’, al gregge.

Invece per certi elementi questo non accade.
L’opposizione li irrobustisce, li rafforza, mentre talvolta suscita in essi anche disperazione e sconforto.

In questo modo una naturale stanchezza che possa nascere in essi di tanto in tanto fornisce il pretesto solido e valido per incolparli, proprio incolparli, di essere malati, di aver bisogno di cure.
E si dice loro: smettetela, o vi facciamo visitare.
Si usa la medicina come un randello, come un deterrente.
La stessa cosa si fa con la giustizia.
Insomma, si usano i medici e i giudici come sicari, al di là della giustizia e del buon senso.

Rufus fu convinto a recarsi nella vicina città per parlare con il suo vecchio Professore.
Quello che lo aveva chiamato al liceo.
Si avviò, e in breve raggiunse la via dove il suo ospite lo attendeva.

Bussò.
Entrò nella casa.
Avevano già cenato.
Lui aveva portato delle scamorze, ossia delle caciottine, e il Professore lo osservò e lo ascoltò mentre cenava.

“Ma insomma, cosa vogliono da me …?”
“Le faranno qualcosa di brutto, se non si piegherà …”
“Qualcosa tipo quello che è successo ad Aldo Moro …?”
Risposi senza avere il tempo di riflettere.

“La faranno visitare, se non la smette di dare l’impressione di voler condizionare il liceo …”
Ecco che spuntava fuori dalle parole del vecchio professore il tema della medicina non come terapia, ma come deterrente nei confronti di un soggetto contestualmente in dissenso con il gruppo, sia pure attribuito ad una volontà contestuale a lui vicina ma estranea ed allotria.

Rufus poco dopo salutò e si allontanò dalla casa del Professore.
Non lo avrebbe rivisto per diversi anni, e non avrebbe più parlato con lui di quel colloquio.

Quando arrivò al suo paese era piuttosto tardi.
Si diresse verso casa passando per la piazza adiacente lo spazio antistante il palazzetto del municipio.
Mentre stava per iniziare la salita che lo avrebbe portato al suo condominio notò del vetro per terra.
Avevano gettato delle bottiglie.
Ebbe la pessima idea di fermarsi e nacque un tafferuglio, durante il quale fu colpito dai pugni e dai calci di un nutrito gruppo di giovani, che evidentemente avevano perso la testa.

Tornò a casa ed avvertì la sorella.
Insieme alla madre scesero al poliambulatorio, dove gli ricucirono il lembo dell’orecchio.
Dopo quell’avventura, a scuola fecero pressione perché fosse visto da uno psicoterapeuta.
E così avvenne.
Lo stesso Rufus si recò dal medico.

Supponeva che avrebbe fatto grandi discorsi con lui, sulla psicoanalisi, su Jung e Freud.
Adler, Groddeck e così dicendo.
Invece il medico lo liquidava bonariamente, quelle rare volte che lo vedeva, con poche battute.
Il tempo passava, finché non fu eletto preside.
Passò il tempo della presidenza e tornò quello dell’insegnamento.
Regolarmente Rufus, uscendo di scuola, vedeva il medico.

Riferiva a lui le irregolarità che osservava nel contesto intorno a lui, le storture, le ingiustizie persino, ma si rendeva sempre più conto che ormai veniva considerato un originale osservatore del mondo e dell’umanità troppo pessimista per poter essere creduto, ma da ascoltare distrattamente e sonnecchiando, come talora faceva il suo psychologo.

Non gli fu comunicato nulla circa la diagnosi del suo stato, per almeno dieci anni.
Finché si giunse al 1996.
L’anno della contestazione di una parte dei genitori e degli alunni d’una sua classe del liceo linguistico nei suoi confronti.

Aveva scritto da poco al Vaticano, al Pontefice Karol Woitila, inviandogli copia del quaderno di suo Padre, con una lettere in cui spiegava tutto.
Gli era ritornata indietro una specie di benedizione, un ‘saluto benedicente’, il secondo dopo quello del 1984.

Purtroppo, però, si era mostrato troppo entusiasta, troppo pieno di grandi progetti ai suoi alunni, che non erano quelli tradizionali del liceo classico, con i quali poteva comprendersi ricorrendo al linguaggio simbolico del mito ed alle immagini della letteratura, ma quelli del liceo linguistico, inferiori di età, cui era stato assegnato con suo disappunto.

Fatto sta che i nuovi alunni non solo non compresero il suo linguaggio, ma addirittura, a suo parere, equivocarono alcune sue affermazioni.

Tanto che lo accusarono di averli offesi, senza specificare come, e si rifiutarono di accettare le sue scuse sincere, anche se forse un po’ esagerate, perché lui si inginocchiò davanti a loro.

Telefonò una sera ad una delle sue alunne, e questa gli disse che avevano deciso di non accettarlo più come loro insegnante.

Seppe così, a telefono, da una ragazza di poco più di quindici anni, quale sarebbe stata la sua prossima assegnazione, in modo comunque piuttosto generico. Ora sapeva non già quel che avrebbe fatto, ma quello che non avrebbe fatto per un pezzo: l’insegnante.

Già da tempo avvertiva la pesantezza del mestiere di insegnante.
Nella sua ultima classe di liceo aveva dato tutto quel che gli restava in termini di energia e di forza per lasciare ai suoi alunni qualcosa che facesse loro ricordare quello che era stato il suo metodo di insegnamento.

Arrivava al mattino a scuola e vedeva la parte dove si trovava la sua classe circondata da un cordone di gente.
Erano i genitori dei suoi alunni.
Volevano così impedire ai ragazzi di entrare, ed esercitavano una pressione forte anche sulle altre classi.
Oltre ad intimorire di fatti ed innervosire l’insegnante, tanto da spingerlo con la forza e la violenza d’un ricatto plateale a compiere un errore, un gesto di insofferenza, un errore che avrebbe evidentemente potuto costargli assai caro.
Lui era completamente solo.
A casa lo aspettava il suo Argo.
Cosa ne sarebbe stato del suo povero amico, se avesse perso la testa con uno di quei bravi genitori?
Aveva avvertito la forza pubblica, ma nessuno veniva a spezzare quella situazione che rischiava di degenerare.

Il preside, che non gli aveva riconosciuto il lavoro fatto per la stesura della Carta dei Diritti e dei Doveri nella Scuola, iniziando in pratica quella escalation di incomprensione e di confusione che era degenerata in una lotta irrazionale contro l’insegnante.

Alla fine della prima settimana di novembre arrivò la sospensione cautelare del docente.
Il provvedimento fu preso dal capo d’istituto, probabilmente dopo consultazione forse telefonica con il provveditore.

Quel provveditore che Rufus aveva difeso anni prima, non si era scomodato per lui, non lo aveva invitato ad un colloquio, lo aveva lasciato al suo destino, permettendo che un suo insegnante fosse scolasticamente linciato da un branco di persone informate molto male e fonte a loro volta di cattive informazioni.

Ma cosa aveva provocato la strana reazione dei genitori?
Probabilmente erano venuti a conoscenza della vicenda del Padre di Rufus, inoltra qualcuno molto vicino alla parte corrotta della Chiesa li aveva artatamente male informati, spingendoli a quella specie di lapidazione dalle conseguenze gravissime, perché il docente avrebbe dovuto da allora in poi rivoluzionare completamente la sua vita, lasciare l’insegnamento che era la sua unica fonte di sostentamento, l’unica attività conosciuta.
Oltre a questo, avrebbe potuto compiere gesti sconsiderati, una volta lasciato, come avvenne, per molti mesi solo con se stesso.

Rufus lasciò il liceo e si diresse a casa.
Lungo la strada si fermò in paese.
Vide un amico.
“Come va?”
“Mi hanno sospeso”
“Come ti senti…”
“Come se mi avessero appena operato”
Gli venne di rispondergli, in modo crudo.

Si sentiva vittima d’un colossale equivoco.
Non era possibile che si fossero a tal punto imbestialiti contro un insegnante solo, assolutamente disarmato, indifeso, che tra l’altro in quel periodo aveva ricevuto una benedizione dal Vaticano ed una lettera di apprezzamento dal Presidente del Consiglio dei Ministri.

Per non parlare d’un messaggio assai simpatico di Luca di Montezemolo.

Prima di raggiungere la sua abitazione, volle fare un giro nel corso del paese, come a far vedere che non era comunque ancora morto.
Entrò in un ferramenta e comprò dei ganci di acciaio.
“Saranno davvero ottimi, per qualsiasi forma di sospensione”

Era una forma orgogliosa e indispettita per reagire a quanto gli stava accadendo.
Era forse anche una reazione bizzarra, ma nella vita, anche quando non lo siamo, finiamo con il sembrare strampalati o con l’esserlo per assecondare un contesto di tale specie, perché non possiamo esimerci dal rassomigliare non solo agli amici, ma anche agli avversari.

Mentre pensava di essere stato sospeso, lui che era stato per tanti anni un docente modello, e anche preside, gli venivano in mente quei personaggi cinematografici che lottavano contro il crimine in modo a volte troppo energico e rimediavano sempre una bella sospensione dal servizio.

Fu comunque contento di accorgersi che i suoi pensieri non erano plumbei, tetri, ma conservavano una certa dose di umorismo.

Era importante.
Gli era stato detto negli anni precedenti che la malinconia non era pericolosa in sé, lo era invece l’euforia.

Non si sentiva euforico, no.
Provava come una sensazione di consapevolezza ironica.
Altrimenti, avrebbe voluto dire che la sua valutazione degli eventi era gravemente compromessa dall’instabilità del suo umore, attestata su toni euforici.

Per tutta l’estate aveva osservato il suo comportamento.
Aveva lavorato per la scuola, scrivendo quel dannato documento sui Diritti e Doveri nella Scuola.

Gli era entrato sotto la pelle.
Non ne sarebbe uscito facilmente.
A settembre, tornato a scuola, si era accorto che non era più un insegnante di liceo, come lui lo immaginava, come suo Padre avrebbe voluto.

Lo avevano assegnato al liceo linguistico.
Questo avrebbe potuto essere una vera festa per lui, l’inizio di una vita meno faticosa, più leggera.
E invece lui aveva preso la cosa come una trasformazione rischiosa.
Cosa sarebbe successo se fosse tornato a insegnare greco e latino dopo qualche anno?

Si sarebbe scoperto arrugginito, spento, privo del quotidiano esercizio delle traduzioni dei classici.
E cosa avrebbero detto i conoscenti?
Che aveva scelto il linguistico per comodità.
E poi, i suoi nuovi alunni nemmeno portavano il vocabolario di italiano a scuola, quando c’era tema.

Questa la considerava una cosa orribile.
Chissà poi perché, teneva molto allo studio sistematico, linguistico, formale dell’italiano, che dopotutto resta la ‘lingua straniera più importante’.

Lui aveva imparato l’italiano dalla Mamma, ed il Padre gli aveva insegnato a scrivere.
Da lui aveva appreso soprattutto l’arte di scrivere lettere.
Dapprima erano lettere aspre, quasi provocatorie le sue.
Poi aveva appreso a smussare gli angoli, a non urtare la sensibilità del lettore, a presentare i concetti senza offendere la suscettibilità, cosa che può solo provocare reazioni ostili peggiorando i rapporti anche quando non sono propriamente idilliaci.

Quante lettere si erano scritti, lui e suo Padre.
Da piccolo aveva imparato come prima lingua il dialetto del suo paese.
Quella era la sua lingua madre.
All’inizio della scuola, sua Madre lo aiutava nello studio, nella composizione anche scritta.

Così aveva imparato quella lingua quasi straniera, o comunque forestiera, che tutti chiamavano Italiano.
Si ascoltava alla radio.

Era troppo presto per la televisione.

**

Quando ebbe il primo incarico d’una certa consistenza di insegnante, fu insegnante di Italiano in un corso serale in due paesi vicini a quello in cui abitava.
Per prepararsi aveva comprato una quantità di volumi, a Livorno, dove aveva frequentato un corso propedeutico.


Fra i libri presi in una libreria di quella città c’erano testi di sociometria, di didattica della grammatica, di linguistica strutturale e trasformazionale, di letteratura.

C’erano anche i libri di don Lorenzo Milani.

Le lettere.

Lettera a una professoressa.

Per anni quei libri avrebbero costituito la sua compagnia preferita nel campo della saggistica per la Scuola.






zeta




C’era un profumo che a Natale aveva regalato a sua Madre.
Era contenuto in una boccetta grande, quadrata, con un tappo a vite che ricordava una grossa ‘A’ lunata, con due protuberanze in cima.

Quel profumo era intenso, giallo dorato.

Gli restò.

E quando lo sentiva riprovava le sensazioni fortissime degli ultimi giorni, delle ultima settimane della Mamma.

Per anni durò quella sensazione di ricordo profumato.

Gli anni passarono, ci fu il dissapore con il linguistico e poi il trasferimento a Grosseto.

Ma il legame con l’Argentario restò intatto.

Dapprima non era possibile tornare spesso in quella che lui considerava la sua casa vera, suo promontorio.

Poi la cosa si fece sempre più frequente.
Specialmente dopo il suo soggiorno nell’antico Sannio ed il ritorno dalla rigenerazione effettuata al suo corpo e al suo spirito.

**


Con una nuova armatura si era sentito rinato.
Ora non era indifeso e vulnerabile come un tempo.


Fu un’estate in particolare a riempire di piacere e di soddisfazione Rufus.

Fin dalla primavera aveva ripreso con Anna ed Argo, il canone incrocio di pastore belga e tedesco, nero con le zampe avana e le orecchie ritte, a tornare su promontorio.

Il tempo era splendido.

Le rondini fischiavano e cabravano veloci, volando fra case ed alberi.
Il mare era d’un azzurro incantevole.
Argo viaggiava nella parte posteriore della loro auto.
Era enorme, ma se ne stava buono, guardando dal finestrino.
Ogni tanto lanciava curiosi versi, tanto che a volte Anna diceva:

“ Ma … ha detto … Mamma …!! “

In effetti pareva proprio che dicesse così, articolando le labiali su un suono vocalico affine o proprio simile alla ‘a’.

Nella casa di Santo Stefano, il canone occupava il posto d’onore, sul divano giallo opportunamente coperto da ampi panni di colore avana e cioccolata.
Ce n’erano anche a fiori, leggeri, vivaci, per l’estate.

Si distendeva sul divano, nel posto che un tempo era il preferito dalla mamma di Rufus, e guardava la finestra, gli alberi, il cielo, le nuvole, i gabbiani e le rondini.
O anche le tortorelle e le capinere.

Ogni tanto si alzava e si distendeva sul pavimento di mattonelle celesti e bianche, disponendo le zampe a sghimbescio, oppure si metteva nella posizione della sfinge.

Questa era la posizione preferita quando ascoltava Rufus suonare la chitarra e l’armonica.
Questo gli piaceva davvero tanto.

Aveva proprio uno spirito musicale.

E una dolcezza innata e spontanea, che nascondeva sotto un atteggiamento energico e forte, da vero cane da guardia, sempre in allarme, sempre attento e pronto a lavorare, a far sentire la sua voce da tenore.

Nel maggio di quella primavera tiepida Rufus ed Argos percorrevano un lungo tratto di strada dalla casa fino a piazza Dante.

Qui vicino, in un bar ospitale, Rufus prendeva il caffè, entrando con il suo amico, che si accovacciava vicino a lui, aspettando.

Poi proseguivano, lungo le mura senesi, accanto al monumento al pugile, tornando a casa dopo un giro molto lungo.

Una mattina a piazza della Vasca Rufus vide per terra un rondone incapace di alzarsi in volo.
Lo sollevò e lo appoggiò al petto, mentre con l’altra mano guidava l’amico.

In uno spiazzo prese il rondone per le ali con la mano destra e lo lanciò in aria, come aveva fatto tante volte.

La rondine si arrampicò roteando velocemente le ali per aria, poi, giunta ad una certa altezza, proseguì parallelamente al terreno, virò e si diresse verso i due, sfiorandoli e perdendosi alle loro spalle fra le case.

Tornarono a casa soddisfatti della lezione di volo data ad una delle più perfette macchine volanti.
Il piccolo volatile nero si sarebbe ricordato di loro quando sarebbe tornata in Egitto, nell’incipiente prossimo autunno.

Giugno passò in questo modo.
A luglio vennero le ferie e con Anna e Argos partì per un lungo mese da passare sull’Argentario.

Il tempo era bellissimo, incantevole il promontorio.

Il loro umore era eccellente, ed Argos sembrava in forma eccellente.

Nella casa dove aveva abitato diversi anni prima, il lupone si trovava a perfetto agio.
Conosceva ogni angolo, si sdraiava, ricordando a memoria le sue abitudini, nei punti che da sempre preferiva.

Fra il televisore ed il tavolo, oppure prima del pianerottolo, oppure nella stanza antecedente il piccolo studio, dove per tante volte si era adagiato mentre Rufus, nel piccolo studio, leggeva o scriveva.

Ma il suo posto preferito era sul divano giallo, di fronte alla finestra che guardava al nespolo.

Proprio sopra il divano era sistemato un passavivande, che a dire il vero non era mai servito se non sporadicamente per questo scopo, ma piuttosto quale finestrella per comunicare fra la sala e il cucinino, tanto piccolo che lo sportello del passavivande era sempre aperto, perché era come se allargasse un po’ l’ambiente.

Quando qualcuno preparava qualcosa di buono in cucina, Argos si alzava sulle possenti zampe anteriori, si appoggiava allo schienale del divano e sporgeva la sua enorme testa in cucina, facendo chiaramente capire che avrebbe gradito un assaggio.

Lo otteneva senz’altro e a questo punto, appurato che le sue intuizioni erano esatte e qualcosa di buono c’era, saltava giù dal divano giallo e si fiondava alla porta della cucina, reclamando il resto.

L’appetito del canone era proverbiale.
Adorava anche il pane integrale e la frutta, specie le mele, le pere, ma anche le pesche e le albicocche, d’estate.
Non disdegnava lo yogurth, che del resto è un toccasana per la ricostruzione della flora intestinale.
Una vera medicina dietetica.

Insomma, un appetito da lupo.

**

Al mattino, Rufus si svegliava presto.
Accompagnava Argos per una lunga passeggiata.
Passavano sopra la panoramica, salendo verso il quartiere popolare di Lividonia.

Le case lì erano rade, con ampi spiazzi dove sostavano cani, gatti dall’andatura lenta.
All’inizio di Lividonia, sotto un grande ulivo, c’era una nicchia con una madonnina dalla luce sempre accesa ed una campana d’ottone.
La piccola costruzione era stata edificata nel 1954.
Era scritto sul muro.
Argos conosceva bene quella strada, fin da quando abitavano lì.
Poi scendevano lungo l’asilo nido verso la panoramica e ritornavano a casa.
Al bar vicino casa prendevano i giornali ed il caffè da portare ad Anna.

Quando era ancora presto, Rufus si vestiva da ciclista e, presa la sua vecchia bicicletta argentata, Pulkeria, saliva su per la salita fino a Monte Corallo, verso Capo d’Uomo, dove si vedevano il Tirreno verso Giannutri, verso l’isola del Giglio e la laguna tra l’Argentario e la costa della penisola italiana.

Poi scendeva lungo la salita ripida.

Più tardi con Anna andavano al mare, cambiando spiaggia ogni giorno.
Sono numerose le spiaggette dell’Argentario, e si può girare scegliendo quella più adatta a seconda del vento, del tempo più o meno caldo, dell’esposizione al sole.

Quell’anno ‘scoprirono’ la spiaggia di Villa Domizia, già sporadicamente visitata qualche anno prima.

C’erano vestigia d’una villa romana della famiglia degli Argentarii, la gens di Nerone, ed era suggestivo sostare e prendere il sole vicino ad una specie di Terme di Caracalla sommersa.

**

Mangiavano qualche panino e della frutta, bevevano acqua minerale gassata e raccoglievano sassolini.

Sassolini colorati, piccoli frammenti di mattoni d’epoca anche romana.
Un tempo Rufus aveva la fissazione di simili oggetti, e ne aveva riempita la casa.
Ne aveva verniciata una certa quantità d’oro e d’argento.
Poi si pentiva di simili collezioni e scaricava quei sassi e mattoni in giardino, nel piccolo giardino antistante la casa.

Quel giardino era come una stanza senza il tetto.
Era stato circondato d’una rete per impedire ad Argos di scappare.

Quella rete poi era stata ricoperta di edera e di gelsomino, profumatissimo a primavera e in estate.

Così si aveva l’impressione di essere in una vera e propria stanza.

La sera passeggiavano per il paese, con Argos o da soli.

Ad Argos spettava sempre comunque un’altra coppia di girate per Lividonia o lungo la panoramica.

L’estate era calda, ma quell’anno Rufus non sentiva fastidio per l’alta temperatura,
Stava benissimo e si sentiva proprio bene in quel suo vecchio paese, dove prima aveva incontrato qualche difficoltà.
La gente gli appariva cordiale, ben disposta, non diffidente e chiusa come qualche anno prima.

Aveva fatto proprio bene a decidere di passare l’estate a Santo Stefano e non sull’Amiata, come negli anni precedenti.


**

Eppure era stato bello anche lì.

La saluta alla cima del vulcano spento lungo le piste degli sci in pieno agosto, fra alberi alti, nella solitudine delle faggete, con caprioli che ogni tanto si scorgevano fra gli alberi.

Portavano uno zaino con bottiglie d’acqua e Argos beveva avidamente in una ciotola trasparente.

Tornati in paese, il canone beveva alla fontana di ferro, accettando l’acqua che cadeva fresca da una cannella metallica.

Era fantastico quel vagare ben organizzato, generoso, gagliardo e sportivo eppure quasi improvvisato, per il mutare giornaliero degli itinerari e dei percorsi.

Verso le sei della sera, Argos consumava la sua cena a base di crocchette d’ Eukanuba veterinary, che lo proteggeva da eventuali fastidi dermatologici.

Poi era la volta di Rufus e Anna di pensare alla cena.
A volte preferivano uscire e mangiare una pizza.

Argos li aspettava a casa, paziente, sull’ormai suo divano giallo ocra.
Rufus lo guardava divertito assaporare una specie di riposo attivo, con gli occhi raramente socchiusi, sempre vigili, le orecchie ritte, la testa mobile ed il corpo pronto a scattare al minimo allarme.


Era in perpetua allerta, sempre pronto alla sorveglianza, sempre in allarme.

Ricordava tanti anni prima, quando lo aveva conosciuto.

**

La mattina andava a scuola al liceo. Aveva classi numerose, molti alunni.

Quando aveva iniziato a insegnare al ginnasio del liceo vicino all’Argentario gli avevano detto che sarebbero diminuiti gli alunni.

Invece il loro numero s’era più che raddoppiato a dieci anni dal suo arrivo, quando lui era diventato preside più per circostanze occasionali che per una sua precisa programmazione.

E proprio quando l’incarico di presidenza era cessato e lui quasi era alla ricerca di una qualche attività che sostituisse l’incarico di controllo quasi materno e paterno che comportava la dirigenza d’una scuola, era arrivato lui, il futuro Argone Canone.

Mentre faceva lezione, un giorno, nella sua classe dell’ultimo anno di liceo, in una breve pausa fra una considerazione letteraria e l’altra, quasi a sorpresa, un’alunna seduta di fronte a lui gli chiese:

“Vuole un canino, professore?…”

Lui restò un po’ sorpreso, da quel repentino cambio di argomento.

Ma siccome nei giorni scorsi era entrato in polemica con un collega per aver questo detto che gli Alunni scrivevano ‘come cani’, la proposta lo colpì proprio sul piano affettivo.

Probabilmente sia il collega che l’alunna avevano risvegliato in lui certi sentimenti e affetti sopiti, inariditi che ora si facevano di nuovo sentire, quali per ridestarlo e riportarlo alla sfera della vita e della luce.

Proprio in quel periodo leggeva in prima liceo l’odissea di Omero, con la breve storia di Argo, il cane dell’accorto Ulisse.
Decise che il suo canino si sarebbe chiamato così.
Argos.

Come il cane del sapiente Ulisse.

Questo non perché volesse imitare la storia dell’eroe distruttore di città e tessitore di inganni, nonché sfortunato navigatore, ma perché era affascinato dalla sorte dell’animale stesso, in un certo senso più nobile e paziente del suo stesso padrone, nell’aspettarlo per tanti e tanti anni.

Persino troppi, per quella che è l’ordinaria durata della vita del più fedele amico dell’uomo.

Così per tutto il mese di febbraio e buona parte di marzo attese
Argo. Andò anche a casa di Lucia, quando il canino nacque, e lo vide, con fratellini e sorelline, piccolissimo come una rondine.

Lo scelse, nero con le zampe avana e qualche ciuffo bianco verso la code e sotto il mento.

Intanto in un negozio per animali comprava il corredo di Argo.
Un grande collare di pelle morbida, chiaro, ed un guinzaglio di metallo erano i pezzi forti del corredo.

Ma c’erano anche giocattoli di gomma, come si usa per i bambini, spazzole e pettini, palle di gomma.

La coda più importante, però, fu una grande cuccia di legno e zinco, che fu sistemata nel giardinetto.

Sarebbe stata la ‘casa di Argo’.

A dire il vero, però, Argo vi sarebbe entrato una sola volta, una sera, in occasione di un temporale.

Diverse altre case sarebbero state di volta in volta la sua casa.
Quante case avrebbe abitato Argo.

Una all’Argentario, e quella era la sua casa per antonomasia.
Una sul monte Amiata, ove avrebbe trascorso l’estate dopo essersi trasferito a Grosseto.

Una casa d’una sola stanza tutta di legno, costruita per lui ed abitata per poche settimane e la cuccia di truciolato poi trasportata a Grosseto ed abitata una sola sera.

E, naturalmente, la casa di Grosseto, con la sua stanza condivisa con Rufus, attrezzata di tutto punto e piena di tutto il necessario per un canone non viziato, ma dai gusti sicuramente decisi.

La grande, disabitata cuccia verde con rifiniture argentate sarebbe rimasta per sempre nel giardino della casa di Grosseto, con la scritta Argos in caratteri greci, come se si trattasse del mitico cane del paziente Ulisse.

**

Nella casa vicino al mare di Porto Santo Stefano, alta sopra una scalinata di alcune centinaia di gradini, nel verde di alberi alti, siepi e piante da vigna, Argos si ambientò presto.

La prima notte Rufus restò a lungo a fargli compagnia.
Si rese conto immediatamente che la sua vita sarebbe cambiata radicalmente.
Argos non stava fermo un momento, e non gli permetteva di svolgere continuativamente proprio nessuna attività.
Così non era possibile certo leggere o studiare per molti minuti di seguito.

Nemmeno era possibile guardare più la televisione.
Non avrebbe visto più un film per intero, insomma.

Quanto ai libri, non c’erano grossi problemi, perché bastava di volta in volta mettere il segno dove la lettura si interrompeva.

Era iniziato il tempo di Argos .

Il primo collare di Argos fu un guinzaglio rosso, con un collare intonato chiuso da una fibbia metallica.
Quando usciva per portarlo a passeggio lungo la panoramica, la mamma veniva con loro.
Dopo un certo percorso, Argo si stancava e Rufus doveva portarlo in braccio.
Si addormentava ed era bellissimo tondo, morbido e pacioccone, con gli occhietti chiusi, come un bimbetto con la pelliccia.

Rufus non aveva avuto altri lupacchiotti prima, e certo non immaginava che dopo pochi mesi il suo Argo sarebbe stato talmente grosso che a malapena sarebbe riuscito a sollevarlo per pesarlo.

Ma del resto non c’era proprio posto né spazio per l’immaginazione, visto il ritmo veloce e mozzafiato che Argos imprimeva alla sua ed alla vita di Rufus.
Con lui era esigente, si accorgeva del carattere accondiscendente dell’amico, e stava instaurando decisamente un dominio sfacciato su di lui.
Del resto Rufus lasciava fare, gli concedeva tutto, gli voleva un bene immenso.

L’appetito era la caratteristica più notevole del lupo.

Era decisamente di bocca buona, anzi, decisamente vorace.

Adorava bastoncini e biscotti appositi, crocchette, riso soffiato mischiato a qualcosa di buono.

Eppure, una volta soddisfatta la sua sana voracità, che lo portava a non fare mai complimenti su nulla, si chetava e se ne stava tranquillo, magari dedicandosi ad altre attività.

Non appena vedeva Rufus, o ne avvertiva la presenza, era come se capisse che poteva concedersi delle libertà.
Bastava che sentisse un impercettibile rumore della poltrona accanto al televisore o della sedia al tavolo da pranzo e si affacciava alla finestra, dal giardino ove si tratteneva quando il lavoro della scuola occupava il suo amico, con la sua grande testa nera.

Dopo pranzo facevano la grande camminata verso il faro, lungo un sentiero a picco sul mare, lungo scogliere bianche, tornando poi lungo la panoramica.

Quindi era la volta di trascorrere un lungo pomeriggio sui libri
E preparare le lezioni di letteratura per il giorno dopo.

**

Man mano che cresceva, Argo si faceva sempre più forte e deciso.
Aveva preso a scavare grosse buche nel giardinetto, scaraventando dappertutto la terra con le possenti zampe anteriori.
Era necessari perciò ricoprire con grosse mattonelle di cemento e ghiaia la superficie del terreno.
Quando l’opera fu realizzata, grazie anche a ghiaia e lastre di ardesia, il problema fu risolto completamente.
Lo stesso Argo ne sembrò soddisfatto.
In caso di pioggia, non si sporcava più di fango come prima.

Ormai il canore era cresciuto, era più grosso del previsto, forte, possente, dal carattere volitivo. Un capo, un pastore senza gregge.
Era necessario addestrarlo e Rufus si mise alla ricerca di un addestratore.
Lo trovò, telefonò e concordò un incontro.
Era marzo, il 16, quando portò Argo all’allevamento, e lo lasciò tutto speranzoso.
Giorni dopo, però, seppe che non lo aveva tenuto, ma lo aveva affidato ad un altro esperto.
Avuto l’indirizzo ed il telefono, concordò un incontro e un mattino assolato di fine inverno si recò a Roselle per avere notizie di Argo.
L’addestratore, Franco, gli aveva indicato l’ubicazione dell’allevamento in aperta campagna, lungo strade sterrate e recinti dove passeggiavano enormi buoi maremmani dalle corna lunghissime.

Parcheggiò l’auto dentro il recinto, una specie di villaggio dei cani, e andò incontro all’addestratore.
Il centro di addestramento era un attempato casolare contadino con il pian terreno adibito a stalla dei buoi e delle vacche.
C’erano grossi topi nel locale, ma convivevano con le mansuete bestie.

Sul lato opposto c’era una fila di gabbie di cemento e ferro dove erano ospitati i migliori amici dell’uomo.
Di notte i battenti di ferro erano chiusi con un lucchetto.

C’era un enorme alano, Achille. Una canina minuscola, Penelope, e alcuni gatti, oltre ad un buon numero di pastori tedeschi dal classico manto marrone avana e nero.
Il giudizio di Franco sul lupone fu severo.
Era troppo individualista, non era possibile addestrarlo.
Non dava retta e faceva troppo di testa sua.
Rufus si sentì quasi perduto, non sapeva come accettare un responso così duro.

Si sentiva come quei genitori che si vedono cacciare via il figlio dalla scuola, da un collegio.

Espose le sue ragioni.
Supplicò, quasi, pregò di sicuro, usò tutti gli argomenti e riuscì a convincere l’addestratore a cambiare idea, a provare per qualche tempo.
Le condizioni però furono che lui assistesse per tre volte settimanali alle lezioni, collaborando con la sua presenza a persuadere il pastore e renderlo più docile.
Franco era convinto che il cane volesse molto bene a Rufus e la presenza di questo lo rendesse più malleabile.

La cosa funzionò e per tre mesi Argo fu addestrato.

Divenne un bravo canone sempre testone ma più manovrabile.
Imparò a sedersi, a sdraiarsi, ad avvicinarsi se chiamato, a star fermo per qualche tempo in attesa che il conduttore lo sollecitasse a muoversi.
Insomma, ad obbedire ai richiami del conduttore.

Un giorno di maggio Franco, dopo una lunga conversazione, restituì il cane a Rufus, quasi inaspettatamente.
Dopo un’oretta, il tempo di comprare del cibo ed un guinzaglio da addestramento nuovo, erano a casa.
La mamma fu sorpresa dell’obbedienza mostrata ora da Argo.
Mentre il canore era sdraiato nel vialetto del giardino Rufus con il trapano elettrico sistemò una tavola che aveva fatto preparare lungo la finestra, in modo che alzandosi sulle zampe posteriori non potesse vedere in casa e abbaiasse di meno.
Il problema era di farlo abbaiare di meno, perché non si scatenasse il risentimento dei vicini.
Meno si fosse sentita la sua voce, più erano le probabilità che lui potesse vivere tranquillamente senza essere minacciato di esilio.
In caso contrario, Rufus non sapeva proprio a cosa sarebbero andati incontro.

O meglio, lo sapeva molto bene, ma non poteva pensarci senza avvertire molta preoccupazione.

Quel grande cane era un impegno che aveva preso come con un figlio.
Era il dono d’un medico.

Era come un farmaco, era terapeutico, ma certamente era un farmaco spropositatamente grande, forte e rumoroso, e questo lo costringeva ad un impegno notevolissimo.

Una cosa era certa, Rufus ed Argo non avrebbero ceduto d’un millimetro, tanto erano testoni, e non si sarebbero comunque arresi mai.

La cosa più bizzarra era che un enorme cane pastore si trovava ad aver bisogno, a conti fatti, di protezione.
Occorreva fare la guardia ad un canone da guardia.

E in effetti, i due si sorvegliavano bene a vicenda, e ognuno interpretava bene la sua parte.
E così passarono i mesi.
Finché in un giorno terribile di febbraio la Mamma lasciò per sempre Rufus.
Per lui iniziò un lungo, penoso periodo di dolore e di solitudine.

Non riusciva e, per qualche ragione misteriosa, non voleva risollevarsi da uno stato di cupo torpore, di mesta melancolia che quasi si imponeva come se si rifiutasse di ritornare a sorridere, a ridere, ad essere spensierato come un tempo quasi lo si accusava di essere.

Si diceva e quasi si imponeva che essere serio, triste era un dovere per lui: quale ragione aveva mai per non esserlo?


E in quel periodo di pianto e di tristezza Argo gli era vicino.

Non si accorgeva della malinconia, anzi, con il suo comportamento prepotente e spavaldo, non certo da cane soggetto ma da leader d’un gruppo per quanto esiguo, contribuiva a rivitalizzarlo, a svegliarlo, lo spingeva ad uscire per girare tutto il paese in qualsiasi ora del giorno e della notte.

Il canone, per quanto a tutta prima fosse un energumeno, un uragano indomabile, si rivelava come un toccasana, un pharrmakone, una specie di medicina miracolosa, e guidava lui, tutto sommato, Rufus, per le strade della vita, allontanandolo a poco a poco dalla contemplazione solo della morte.

Quante volte Rufus sia andato al cimitero negli anni immediatamente seguenti la scomparsa della Madre, è impossibile dirlo.
Probabilmente dovette anche in qualche modo esagerare.
E dovette forse esagerare a presentare il suo canone a scuola.
Destò gelosia, perché l’ambiente degli alunni concepì un forte risentimento nei confronti di Argo, di Rufus e di sua Madre.

L’animo umano è fatto più di miseria e di tenebra che di conoscenza e di luce.

Pur essendo stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio, l’uomo col tempo deve essersi molto sbiadito o anche annerito, come le copie d’una fotocopiatrice a cui venga a mancare inchiostro o a cui si danneggi il sistema fotomatico.

Cionondimeno, anche se si preparava la rottura del ventennale rapporto di lavoro, amicizia e amore di Rufus con il ‘suo’ liceo, Argo lo aveva certamente salvato dalla rovina completa, dall’autodistruzione a cui poteva anche essere diretto, date le circostanze.

Il lupone aveva sostituito da solo tutti i suoi parenti, lontani e impegnati nei loro problemi, lontani certamente dalla mentalità cogitabonda e mnemopatica di Rufus.

Argos era diventato, fatte tutte le debite e umane proporzioni, la famiglia, anzi, le famiglie dell’insegnante santostefanese.
E sembrava quasi averne coscienza.

Era forte e imperioso come il Padre, programmatico e meticoloso come la madre, arruffone a volte e caotico, assorto, dolce e tenero, prepotente e decisionista, sempre con un po’ di appetito addosso e desideroso di uscire ad ogni ora.
Insomma, quel pastore era tante di quelle persone a lui note, che gli sembrava di avere a che fare con tutto quel grappolo di casate che costituivano l’insieme delle famiglie imparentate con lui.
Rassomigliava persino a qualche gatto avuto dalla famiglia nel passato, come Grigio, e a qualche cane, come a Camillo, il volpino di Beatrice, la sorella.
La forma del musetto, affilata, era la stessa.

Una volta, quando era ancora un cucciolotto, Beatrice era arrivata a Santo Stefano con il marito e Camillo.
I due quattrozampe giocavano insieme.
Si vedeva la grinta di Argos, ma era goffo, impacciato e Camillo si prendeva gioco di lui.
Poco tempo dopo Argos sarebbe stato molto più grande e Camillo non avrebbe fatto più da dominatore.

**

All’inizio dell’anno scolastico 95\96 Rufus prese a scuola l’incarico di Referente alla Salute.
Avrebbe dovuto mantenere i contatti con l’USL, frequentare qualche corso di aggiornamento e formazione, curare l’educazione alla salute degli Alunni.
Prese a cuore l’impegno, e presto il preside cominciò a spedirlo in giro, anche abbastanza lontano, per l’aggiornamento.
All’inizio si trattava di arrivare a Grosseto, cosa anche gradevole perché toglieva Rufus dall’isolamento in cui rischiava di cadere, restando tutto il giorno in casa a studiare e correggere versioni di latino e greco, relazioni di letteratura e compiti d’altro tipo.
Ma questo stato di grazia presto finì.

A dicembre fu spedito a Siena, per un Corso su droghe e Aids.

Partì con Argos, che fu sistemato in una pensione per lui già prima frequentata, Casa Lorena, e si trattenne qualche giorno da Beatrice.

Il Corso fu interessante.
Fu possibile anche ascoltare Piero Cattaneo, un validissimo esperto della Scuola collaboratore del Ministro alla PI, Luigi Berlinguer.

Il Professore parlò della Carta dei Servizi che presto ogni istituto scolastico avrebbe dovuto redigere per regolare la propria attività scolastico didattica, i rapporti con Alunni e Genitori, le funzioni di docenti e dirigenti, del personale amministrativo e di custodia, insomma una specie di ‘costituzione’ interna, capace di fissare anche i criteri generali per i rapporti con l’esterno.

La sera, dopo aver ascoltato le lezioni degli esperti, Rufus passeggiava a lungo per il corso di Siena, elegante, pieno di luci, dai negozi scintillanti.

E proprio lì, fra quelle luci effimere ma affascinanti, fra quella gente sconosciuta, a poche centinaia di metri dalla pensione del suo canone adorato, ebbe l’impressione di rinascere, in qualche modo, dall’apatia che lo aveva preso negli ultimi due anni.


Rufus non credeva alla depressione, che per lui era una quasi grottesca invenzione delle amministrazioni pubbliche per colpire funzionari in difficoltà contestuali a causa di persecuzioni di superiori, lutti familiari, dissesti vari a cui nessuno poteva, voleva porre rimedio.


Purtroppo alcuni caratteri umani tendono, certamente, alla scelta d’una vita solitaria e contemplativa, come è accaduto sicuramente anche agli spiriti più altruistici e aperti, che ad un tratto hanno deciso di isolarsi per capirsi e per capire ancora meglio gli altri.

Non è frequentando la massa, il gregge, parlando e informandosi su tutto che si arriva alla comprensione, alla soluzione delle questioni, ma a volte si ottiene di più fermandosi, isolandosi, sviluppando così quel processo di individuazione che ci porta a perderci nel deserto, nella ‘volta delle solitudini, col rischio di non uscirne più o di capire la propria individualità, lontano dal gregge, dalla sicurezza, dal calore, dall’apparente ma falsa serenità della moltitudine con cui decidere, scegliere, agire in una pseudoarmonia apparentemente rassicurante e catastematica.
Stava provando la sensazione, a Siena, in quelle fredde serate dopo i Corsi, e proprio al corso cittadino, di aver compreso qualcosa di sé e di essere pronto all’incontro rinnovato con il gruppo dei suoi simili.

Tornato all’Argentario dal Corso senese, riferì al Collegio dei Docenti il risultato della sua spedizione senese.
Appena i colleghi sentirono della Carta dei Servizi, su proposta d’un docente di italiano e latino che colse la palla al balzo affidarono a Rufus l’incarico di provvedere al compito.

Rufus si oppose inutilmente.
Sembrava condannato all’unanimità.

§ §§§
Ottenne che si formasse una Commissione che si affiancasse al suo operato.
La Commissione nominata era di nove altri docenti.


Le sue ‘Muse’ scolastiche.
Il loro operato risultò assolutamente nullo, durante i mesi di lavoro che furono necessari per la stesura del documento, anzi se possibile dirlo fu più d’una volta di ostacolo e di intralcio.

E’ noto a tutti, o dovrebbe esserlo, che un gruppo di lavoro deve essere limitato nel numero e organizzato nelle competenze, se vuole produrre senza confusione, ma evidentemente in quella sede si voleva deliberatamente fare solo del mobbing, della squallida persecuzione, o del linciaggio contestualmente organizzato e distribuito nel tempo ai margini di chissà quale legalità.

E’ proprio questo comportamento contestuale che porta alla ‘depressione’, a cui Rufus credeva non come uno stato genetico o patologico, ma come al risultato d’una azione di emarginazione e di persecuzione rivolta ad un elemento che per originalità ed eccentricità di idee e comportamenti ‘disturbava’ la quiete ideologica e pragmatica del gregge, che si ‘difendeva’ ostracizzandolo.

In questo modo paradossalmente spesso i clinici curano vittime sane e proteggono persecutori patologicamente e comportamentalmente suscettibili di diagnosi vicine a quelle psicosi e nevrosi di cui vengono fatti oggetto i perseguitati.

In pratica ci si comporta nella società come quando una donna viene violentata o un uomo linciato.
Vengono ‘curati’ essi stessi, mentre non si provvede agli aggressori che, anche se individuati, sono trattati con un atteggiamento indulgente e persino comprensivo, arrivando quasi alla condanna della vittima, che quasi sicuramente … ha provocato e stuzzicato i teppisti, i carnefici o i violentatori.

Si sa, dicono i deficienti ed i complici dei violenti, che l’uomo è cacciatore, che i giovani sono irruenti e non bisogna provocarli.

Il fatto à che risulta molto più economico e sbrigativo condannare o lapidare un solo elemento che processare un gruppo anche folto di mascalzoni, e per questo si assiste da sempre, dal tempo di Gesù, alla scelta fra uno solo da crocifiggere o un intero gruppo di ladroni da giudicare, con tutti i rischi conseguenti.

In ogni persecuzione comtestuale a carico di un individuo non voluto dal gruppo risulta evidente la figura di un capobranco strumentale che fa la parte del ‘giuda’ e guida il gruppo al linciaggio sociale.

Qui il capobranco fu il ‘docente’ che propose Rufus per l’incarico di redattore della Carta.

Questo docente scelse per sé e per una folta schiera di insegnanti femmine il pesante compito ‘autoaggiornante’ di leggere un libriccino sulla ‘didattica breve’ segnando su un quadernetto le ore che ogni professoressa man mano dedicava al gravoso ed onorevole onere.

Più tardi Rufus comprò quel testo, ma non gli riuscì di leggerlo se non provando un fastidio profondo per l’approssimativismo ed il professionalismo apparente ed appariscente d’una didattica spacciata per breve e proposta ad una scuola dove di lungo c’era soltanto il culto della fretta, l’amore degli schematismi ignoranti, l’incapacità di lavorare se non per riflesso d’una preparazione secchionesca fatta dai docenti quando erano studenti e sfruttata poi in veste di insegnanti.




Questo non per condannare tutta la classe docente in blocco, ma per dire che orari di comodo, ore di cinquanta minuti, metodi didattici approssimativi, abitudine a secondi e tripli lavori, uso delle lezioni private ed abuso di esse ed altre amene abitudini rendevano la scuola un ambiente caldo e comodo per i fannulloni più che un contesto adatto a gente animata da amore per la ricerca, lo studio quale ‘cupiditas disciendi’, lo sport disinteressato e non commercializzato.




Sotto questo punto di vista, quella malattia inesistente detta depressione, che nei secoli passati aveva favorito l’opera di scrittori, politici e ricercatori, stimolandone l’attività, veniva ora ‘curata’ controllando le vittime, non proteggendole, ma sottoponendole alla duplice umiliazione della persecuzione e della sorveglianza.


Quelli che riuscivano a sollevarsi dalla depressione, tornavano nel gruppo, nella societas hominum, ma se per caso esageravano nel risollevarsi e acquistavano la parvenza di individui ‘euforici’, magari perché eccedevano nell’attività lavorativa o in qualche critica al contesto, allora si passava verso di loro alla diagnosi d’un’altra inesistente malattia socialmente opportuna ed utile, il bizzarro ‘disturbo bipolare’.

Così i depressi iperattivi erano doppiamente individualizzati, come il dio Giano, d’un male che li portava alla inattività e d’un altro che li conduceva ad un … eccessivo benessere.

In questo modo un depresso che lavorasse eccessivamente, che volesse rendersi utile, pur non presentando assolutamente alcun sintomo di depressione, veniva definito un bipolare, e quasi allontanato dal suo lavoro e costretto ad una attività umiliante e meschina, pur avendo ottime attitudini.
Lo si inviava ad un’altra mansione e gli si impediva in pratica di impegnarsi al pieno.

Lo si poteva anche associare ad un altro suo simile che, al contrario, aveva accettato la tutto sommato comoda sistemazione di ‘malato’ e allora si assisteva alla penosa rappresentazione del fannullone di mestiere che ostacolava e scherniva il forzato della attività limitata.

Tutto questo era organizzato da medici, da giudici e da personale educativo, come si definiva il personale della scuola.

Quando Rufus iniziò il suo lavoro di stesura della Carta dei Servizi del Liceo Classico Statale Dante Alighieri provava un vago senso di pericolo e di rischio, non ben identificato, e non poteva certo immaginare che alla fine di un lungo e impegnativo lavoro, condotto spesso con mezzi e spese personali a casa, in compagnia del silenzioso e maestoso Argos, sarebbe stato trattato da un preside di fresca nomina, subentrato al precedente, come un elemento da ostracizzare.

In fondo tutti sperimentiamo il tema dell’esilio nella nostra vita e nella vita di chi ci vive accanto.


Che sia un’esperienza reale o simbolica, è comune a tutti.



Può trattarsi anche di un atteggiamento assolutamente soggettivo, un tentativo individuale di allontanarsi dal contesto abituale proiettato poi nelle intenzioni degli altri, come se fossero loro a volerci allontanare.


Insomma, esilio o autoesilio?



Nel caso dell’autoesilio, si potrebbe parlare di evasione, fuga o migrazione.

Ma certamente, se entravano in ballo la persecuzione, la condanna alla partenza, l’espulsione conclamata, di qualsiasi tipo di partenza fra queste si trattasse, poteva ritenersi certamente esilio, ostracismo, espulsione o cacciata.


Ma in quel particolare momento nessuno pensava che si sarebbe realizzato un evento tanto estremo.


Meno che mai lo pensava Argo, che continuava la sua vita con apparente maggiore soddisfazione, visto che era aumentato il tempo che il suo amico trascorreva con lui.








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Già alla fine di febbraio era pronta la bozza della Carta, o Charta, come qualcuno in altre sedi la chiamava.

Rufus, che aveva sempre avuto una passione per la ‘kappa’, scriveva di tanto in tanto ‘Karta dei Servizi’.

Scriveva fino a notte inoltrata.

Senza accorgersene aveva spesso scritto fin quasi alle cinque del mattino.
Sentiva a quell’ora i pescherecci partire per la pesca.

Dormiva poche ore, forse due, poi andava a scuola.
Nel pomeriggio faceva una ventina di kilometri in bicicletta sulla panoramica, poi recuperava qualche ora di sonno.
In questo modo, con orari così sballati non poteva certo condurre una modalità di vita socialmente accettabile.

Non poteva frequentare i suoi simili nelle ore in cui tutti si riunivano per gli incontri rituali religiosi, ludici o politici.

In effetti era stata proprio la sua grande voglia di socializzare e di incontrarsi con gli altri a portarlo a quel tipo di isolamento attivo e socialmente impegnato, ma non socialmente vissuto.

Avrebbe forse dovuto essere meno puntiglioso, presentarsi con maggiore semplicità.

Con maggiore, o con minore umiltà.
Questo era il nocciolo.

Gli sembrava di essere umile.
Eppure anche di essere altezzoso.

Aveva sempre svolto mansioni umili, all’occorrenza, senza grossi problemi.

E lo faceva ancora.
Mentre vedeva tipi capaci di consigliare umiltà ma intenzionati a vivere in tutta superbia e spocchia.

Il fatto era che la sua ricetta di socializzare era destinata a fermarsi agli antipasti.

In fin dei conti, era pur sempre qualcosa e doveva contentarsi.
Il suo grande amico Argos non si poneva certo alcun problema.
A lui Rufus andava proprio bene.

Insieme, quando uscivano con il guinzaglio di pelle comprato anni prima, e a caro prezzo, o con quello rosso acceso, con Rufus che si vestiva sportivo, con i pantaloni di velluto e la giacca con tante tasche, comoda e calda, facevano proprio una gran bella figura, specialmente quando Argos era calmo e sereno e camminava a sinistra con il suo passo felpato e dinoccolato.

Se però incontravano un altro cane, guai se fosse un husky, perché Argo s’indiavolava, ringhiava e abbaiava, o latrava, ed erano guai per le gambe di Rufus.

A primavera la Carta fu approvata dal Collegio dei Docenti.
Tuttavia il preside non provvide al riconoscimento del tempo impiegato per la stesura lunga e laboriosa del documento.

Arrivò l’estate.
Una lunga estate calda, torrida.

Un giorno Rufus uscì in bicicletta.
Lungo la salita sentiva un rumore ritmico al pedale.
Così decise di andare ad Orbetello, dove aveva comprato la bici.

Incontrò Franco, il rivenditore, e gli espose il problema, ma lui gli disse di ripassare un’altra volta.

Tornato a casa prese il martello di gomma e sistemò la corona ed i pedali, a modo suo.
Poi strinse le pedivelle con le leve adatte.

Sentiva un po’ di stanchezza dopo aver fatto una sessantina di chilometri ed aver lavorato ai pedali.

Il giorno dopo si alzò presto.
Mise il guinzaglio ad Argo, contentissimo e irrefrenabile quando si trattava di uscire, e scese in paese.

L’aria era fresca a quell’ora e c’era pochissima gente.
Percorse tutto il lungomare sotto il sole.
L’acqua era azzurra, scintillante sotto la luce.

Il percorso era piuttosto lungo e si poteva giungere fino alla parte opposta del paese, ai cantieri navali, dove si riparavano panfili e pescherecci.

Qui una galleria portava ad una spiaggetta assai frequentata d’estate, la Cantoniera.

Era uno dei posti preferiti da Argo.

Qui Rufus aveva preso alcuni sassi per il giardino, quando il suo amico era piccolo.

Sassi rotondi, mattoni rossi bucati.

E sempre qui Argo aveva preso confidenza con il mare, bagnando le sue grosse zampone avana nell’acqua salata.

Rufus amava il suo pastore, e soltanto lui avrebbe potuto avere tanta pazienza con l’esuberante carattere del belga.
Che poi fosse pastore belga, era incerto.
C’era forse del maremmano, in lui, e del pastore tedesco.

Rufus lo c considerava un pastore ‘europeo’.

Al ritorno era rituale la sosta al grande forno di Alocci, al Valle.
Argo adorava la schiaccia alle cipolle.

Poi iniziava il lento ritorno alla collina del Pianetto.

A volte sceglievano la strada lungo l’aeronautica, accanto al cimitero, così potevano di lontano salutare la casa ultima della Mamma, che sicuramente si sarebbe sentita sollevata a vederli camminare e distrarsi in modo così salutare.

Salivano per una stradetta sul Campone, oltre un deposito di materiale edilizio, accanto ad un torrentello e più su, fin dove si vedeva il porto dei traghetti e il mare blu, con la costa della penisola di fronte e la laguna, a destra.

Poi la strada si metteva in piano e si arrivava alla Fortezza. Alla panoramica e di qui si giungeva a casa.

Una volta rientrati, il canone si sdraiava sul divano, con la sua aria assorta, e contemplava la veduta oltre la finestra.

Fu in una sera di luglio che Rufus, dopo aver lavorato con in computer nel suo piccolo studio, prese il giornale e si accinse a dargli un’occhiata prima di addormentarsi.

Notò subito un articolo che parlava della Carta dei diritti e dei doveri nella Scuola e un’intervista del Ministro della pubblica istruzione..

Nella pagina dello sport c’era invece un altro articolo che informava su un nuovo acquisto della Juventus: un giocatore promettente dal cognome elegante.

Un tempo aveva avuto un Alunno con quel nome.
Lo ricordava benissimo.

Si addormentò convinto che quelle notizie sarebbero state di buon auspicio.

Qualche giorno dopo arrivò la sua rivista di informazioni scolastiche con tutte le istruzioni necessarie per riconvertire la Carta dei Servizi nella Carta dei Diritti e dei Doveri nella Scuola.

Si mise al lavoro ed in pochi giorni la nuova Charta era pronta.
Durante quell’estate gli era tornata la passione mai sopita per la musica.

Si ricordava di vecchie canzoni, di melodie passate e voleva riascoltarle.
Andava in un negozio di musica vicino al mare, giù nel paese vecchio, e lì trovava cassette e CD.

Baglioni, Battisti, Bobby Solo, e tanti altri cantanti a lui cari, specialmente nelle canzoni più datate, tornarono a cantare nella sua casa.

Argo apprezzava la musica.

Gli lasciava sempre la radio accesa.
Aveva l’impressione che in questo modo la musica coprisse eventuali rumori e le voci parlanti abituassero il suo compagno di casa ad una sempre maggiore socievolezza.

In effetti così era.
E comunque a lui piaceva avere sempre una o più radio accese in casa.
Gli davano compagnia.

Aveva l’impressione che in casa ci fosse molta gente che parlasse in modo pacato e familiare.


Non si lamentava mai della solitudine, e si direbbe che aveva fatto di tutto sempre per non evitarla, ma in realtà gli dava quasi un senso di fastidio fisico dover parlare solo e sempre con la sua mente, non avere mai nessuno che gli esprimesse un parere, una critica, un apprezzamento positivo.

Anche senza lamenti, però, la sua era una continua guerra per stabilire contatti con i suoi simili.

Anche con i parenti lontani lottava per riprendere la cordialità dei rapporti, ma non ci riusciva.

Era sempre troppo apprensivo, ansioso ed aveva l’impressione di non fare affatto una buona figura.

Quell’ ostracismo, per così dere, che avrebbe assaggiato dalla sua scuola, che nemmeno sarebbe stato esilio ma quasi una partenza fatale, voluta da circostanze nemmeno legate ad una precisa volontà del contesto di allontanarlo, ma ad una esigenza sua di ‘lasciare la compagnia’, come avrebbe detto Dante, era stato già attribuito alla sua persona a causa d’un carattere troppo accondiscendente e quasi arrendevole.

Eppure, in effetti il suo carattere era forte, tenace, duro.

Molti anni prima si era accorto che nella sua vita si alternavano periodi di grande attività, di ottimismo a momenti di atteggiamento pensoso e riflessivo.

Spesso con l’arrivo della primavera diventava più dinamico, meno esitante.

Ma questa era una situazione di alternanza dell’umore che si ritrovava codificata anche in letteratura.

Non poteva nemmeno lontanamente immaginare che per gli studiosi della psiche umana questo atteggiamento poteva definirsi bipolarismo, ed essere classificato, in qualche caso estremo, come una vera e propria patologia.

Il famoso frammento di Archiloco dedicato al cuore, affinché non esageri nell’esultanza e nell’abbattimemto, fa pensare ad un forma di autocontrollo dell’umore antica quanto la lirica greca.


Come pure l’odi et amo di Catullo.
Ma qui i due poli umorali si attraggono, coincidono.




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Insomma, probabilmente la natura del suo carattere, che Platone avrebbe assembrato a quella d’un cocchio tirato da un cavallo nero passionale e da uno bianco razionale, il cui auriga si sforzava di conciliare e governare per non uscire di strada, impegnava così tanto la sua attenzione che fatalmente doveva commettere qualche errore nel rapporto con il contesto, con gli stessi altri carri, sempre attenti ad ogni elemento o movimento che sembrasse fuoriuscire dal piattume e dalla banalità delle ordinarie, vuote conversazioni fra amici, parenti o conoscenti e pronti ad allertarsi per reprimerlo o sopprimerlo come elemento nocivo.



La rappresentazione dell’anima di Platone era la dimostrazione che già in epoca greca e in piena classicità si aveva conoscenza della natura biunivoca e doppia della natura, dell’indole degli esseri viventi.

E si può immaginare che precedentemente anche Archiloco lo avesse chiaramente intuito.

Come del resto dovevano averlo capito tutti gli altri esseri viventi precedenti, sia pure in forma non specificatamente letteraria o filosofica.

La mitologia greca, il mito greco, erano pieni di allusioni alla biunivocità della natura umana, divina e animale.

I due ‘poli’ dell’olimpo erano Apollo e Dioniso.
Il futuro/passato contrapposto al presente, all’attimo fuggente.

I due poli dell’uomo erano la materialità, l’ebbrezza, la sensazione di potenza e la percezione della divinità, la melancolia, la fragilità.
I due estremi, o ‘poli’, mai potevano essere contemporaneamente in atto.

Amalgamandosi le due opposte tendenze davano luogo all’indole, al carattere d’un animale, d’una persona.
Presentandosi separatamente, ne provocavano atteggiamenti contraddittori o eccessivi, come d’una eccessiva malinconia, d’un furore o euforia troppo palesi ed evidenti.

La teoria filosofica di Dio come coincidentia oppositorum era applicabile dunque a tutte le sue creature.
Non solo l’uomo, ma tutti gli esseri animati possono essere considerati come creati, nati, fatti a somiglianza di Dio.

Sono essi stessi un frammento della divinità, della natura intera, di Dio.

E nel Figlio, in Cristo, si è prodotta quella lacerazione dolorosa delle due nature.

Nell’essere che è Uomo e Dio si è lacerata la natura apollinea da quella dionisiaca, si è prodotto il dolore fra un passato/futuro antitetici e colmi di appetiti ed un presente vuoto e infinito, privo di fede.

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Il dolore e la sofferenza della notte sul monte degli ulivi, in cui conosce l’angoscia immensa, in cui si immerge nella depressione dello sconforto, e l’esaltazione della cacciata dei mercanti dal tempio, del discorso delle beatitudini sono i poli in cui si muove l’indole di Cristo.

E le parole dette alla Maddalena, non ci fanno pensare a quella forma di crisi affettiva nei confronti di parenti e amici, che talora colpisce i malinconici?

Cosa avete fatto voi, per me? Lei ha lavato i miei piedi con le sue lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.

Per non dire dell’invito palese ad amare i nemici.

E chi è, talvolta, il nostro più forte nemico, se non chi ci sta vicino, il cosiddetto ‘prossimo’?

Non è difficile amare i nemici.

A volte, anzi, è facilissimo, visto che per lo più non li vediamo, sono lontani, non ci infastidiscono nemmeno.

Ma quando il nemico è ‘prossimo’ e ci annoia, ci minaccia, allora amarlo diventa una fatica.

Quando poi i nostri parenti, gli amici, che sono il prossimo immediato si fanno insistentemente, a torto o ragione, nostri avversari, allora diventa difficile davvero dare loro amore fattivo, che non sia solo comprensione fredda e passiva.


E anche l’amore, non è rischio e lavoro, sacrificio e capacità di accettare la normale ingratitudine?
Che si aiuti qualcuno è doveroso per tutti.


Solo i volontari sanno farlo a ore, una o più volte a settimana in luoghi deputati e con le attrezzature adatte.


Ma quanti aiutano chiunque, anche e soprattutto gli sconosciuti, senza pretendere nulla, neppure quel ‘grazie’ che non si nega a nessuno.


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L’ingratitudine è la regola.

Guai se gli esseri animati e viventi fossero grati.
Perderebbero tempo ed energie preziose.
La gratitudine mangia le forze, distrae, ci distoglie dai nostri obiettivi.
Ci espone e ci fa correre rischi inutili.


Guai se gli alunni dovessero essere grati ai loro maestri.
Nascerebbero legami di sudditanza.
E questo nuocerebbe all’ autonomia del discente.
Naturalmente se così accadesse sarebbero favoriti i precettori, le guide, i medici, perché avrebbero una corte di fedeli e grati clienti.

Dei veri supplenti dei parenti e degli amici, utili per diverse strumentalizzazioni, meno operative e funzionali.

Ogni essere deve imparare e volare, a nuotare da sé, senza contare troppo sul prossimo, e nemmeno sugli stretti parenti.

Ma qualcuno ha inventato tutta una serie di reti facilitatrici e protettrici, che possono salvare in caso di bisogno immediato, o di caduta.



La rete sociale, come la chiama qualche psicologo sapiente, ci libera dallo stress, dall’empasse, ci scarica la tensione con la chiacchiera e l’aiuto reciproco, anche il pettegolezzo fa brodo, è abreazione, liberazione dal peso.



Questa fitta rete di rapporti, di amicizie, complicità, che un tempo si chiamava in modi un po’ diversi, ci farebbe da facilitatore della vita, annullerebbe le ansie e le angosce.

Non ci si dice però per quale motivo diminuirebbe la possibilità di stress in persone che aumentano, con gli impegni e le conoscenze, i rischi di incontri falsi e di insuccessi.

Sarebbe come dire che per mancanza di senso di equilibrio ci viene consigliato di praticare l’alpinismo.

Se lo stress passa, se torna l’equilibrio, è segno che non si soffriva per questi motivi, ma per altri.

Per non parlare d’individui che sono sistematicamente ostacolati proprio dalle organizzazioni che dovrebbero favorire incontri sociali ed impegno comunitario.

Si potrebbe pensare che presenza di stress e isolamento siano come dei sintomi sincronici di un male sottostante e diverso.

Così se lo stress scompare con l’intrecciarsi dei rapporti sociale, è segno che le due cose procedono di pari passo con il cessare dell’isolamento.

Perché poi ci si trovi ad isolarsi, questo può essere dovuto ad impegni gravosi indipendenti dalla nostra volontà, forse anche alla presenza di problemi in famiglia, tali da assorbire molta energia.

E’ la mancanza di risolutezza, di energia e di forza, ossia lo spegnersi delle motivazioni che abbatte le personalità più dinamiche, e le avvia alla stasi.

Che poi stasi totale sempre non è.

Paradossalmente, una persona forte e attiva, abituata all’impegno e non all’evasione nella vita, ha necessità di situazioni che lo tengano desto,

Quando non sappia egli stesso procurarsene, e queste vengano meno, si trova a cadere in uno stato di torpore, di inutilità.

Se poi la sua azione precedente dovesse aver destato un qualche scontento, ecco che le ‘reti sociali’ contestuali provvedono ad isolarlo, a bloccarlo, con vari espedienti quali la falsa informazione, il pettegolezzo, assumendo la funzione, che un tempo era della mafia ed ora evidentemente è di associazioni parallele, di persecuzione e addirittura distruzione di personalità attive, troppo attive, non desiderate dall’etica selezionatrice della maggioranza.

E sappiamo che, soprattutto quando ha torto, ed è per questo che è stata inventata, la maggioranza ha sempre ragione.

§
Gli onesti, i deboli, i leali, i disarmati, gli indifesi, coloro che seguono e amano le leggi, le regole, non tanto per atteggiamento passivo e rassegnato ma per un senso di giustizia innato, sono apparentemente destinati a perdere, a soccombere.

Sappiamo tutti, sempre che sia catastematico, che la ragione è dei fessi.
Nel senso anch’esso doppio che ha il termine ragione, di ‘soddisfazione’ e di ‘riconoscimento’.
In questo senso i furbi e gli organizzati hanno soddisfazione, mentre il riconoscimento spetta agli ingenui ed ai deboli.
Tutto questo, naturalmente, con largo beneficio di ironia.

**

L’estate stava per finire.
A settembre iniziò un nuovo anno scolastico.
La mattina del primo settembre si alzò presto e portò Argo a fare un lungo giro.

Poi si avviò a scuola.
Entrò e cercò l’aula del Collegio dei Docenti.

Per lui non c’erano sedie libere.

Tutti i posti erano occupati.
L’anno cominciava con un presagio non bello.
Il preside nuovo lo invitò a sedersi accanto a lui.
Accettò quasi di malavoglia.

La riunione si svolse secondo uno stile abbastanza caotico.

Qualche giorno dopo il preside doveva andare alla sede di Manciano, ossia al liceo scientifico dipendente dal liceo lagunare.

Rufus propose di accompagnarlo e partirono con la sua macchina.

Durante il viaggio si scambiarono delle opinioni sulla scuola, delle informazioni sulla rispettiva esistenza e carriera di insegnanti.

Il preside veniva dalla Lucania, da un paese sul confine fra la Lucania e la Campania.

Nacque una specie di amicizia fra i due.
Rufus se ne sentiva quasi confortato.

Quando iniziarono le lezioni, Rufus dovette passare dall’insegnamento di latino e greco a quello di italiano, latino, storia e geografia.
Da alunni di 16\19 anni ad alunni adolescenti, come quando insegnava al ginnasio.

Questa sola cosa bastava a contariarlo, perché il preside avrebbe potuto decidere diversamente, lasciandogli almeno una classe di liceo o affidandogli il ginnasio.

Gli alunni d’una classe erano quelli dell’anno precedente.

Gli stessi quindi che, per la prima volta in tutti gli anni che insegnava, non erano riusciti a consegnargli una relazione di italiano sui Malavoglia di Verga.

Qualcuno di loro la aveva mandata per posta con lettere tassate per errori nell’affrancatura che lo avevano costretto a recarsi spesso alla posta e pagare la tassa di spedizione.

Gli stessi che non portavano il vocabolario quando c’era compito in classe.

Gli stessi comunque che lo avevano giudicato molto bene quando lui aveva loro proposto una valutazione sul suo operato complessivo di docente, ossia sulla sua preparazione, sui metodi, sul comportamento.

Un giorno avevano persino voluto conoscere Argo, e lui aveva fatto lezione all’aperto, sotto gli alberi, agli alunni e ad Argo.

Una lezione sui participi e sulla loro funzione che Argo aveva compreso perfettamente.

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Nel frattempo il preside non rispondeva alle sue richieste di riconoscimento del lavoro fatto per la Carta dei Diritti e dei Doveri.

Fatto sta che una serie di frasi assolutamente in linea con quanto lui andava spiegando in letteratura fu fraintesa dalla 2^b sperimentale linguistico, e quasi all’inizio dell’anno scolastico gli fu comunicato che sarebbe stato sottoposto a ispezione scolastica.

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La psicologia, scienza umanistica e quindi non pienamente scientifica e molto approssimativa sul piano della probabilità dei fatti e dei fenomeni, non è stata messa a disposizione e ad uso dei pazienti, ma del contesto che spesso vuole sbarazzarsi di essi, essendo molto più economico reprimere un limitato gruppo di individui che modificare un vasto ambiente umano complesso e numeroso.

La psichiatria, che dipende strettamente dalla scienza medica, anch’essa non del tutto scienza in quanto intrisa d’una componente umanistico letteraria, è in qualche modo figlia degli studi e delle ricerche che filosofi e poeti, prima di arrivare a Freud o a Jung, hanno compiuto sull’animo umano.

Inutile citare Eschilo, Sofocle, Euripide, oppure Socrate e Platone, Gesù e Buddha, per limitarci ai più noti.

La componente fisico chimica, che è la scorciatoia della scienza, presto ha prevalso su quella medico umanistica, e così adesso i ‘medici dell’anima’ praticamente non parlano con i loro pazienti, ma si limitano a somministrare loro potenti farmaci, nei casi ritenuti gravi, e sali particolari, in casi ordinari.

In qualche caso somministrano tests standardizzati
Ne sono testimonianza essi stessi, come si può leggere in un commovente libro scritto da uno psicoterapeuta di Grosseto che cura in parte la preparazione informativa dei volontari ospedalieri di quella città.

La vicenda parla della Madre dell’Autore, internata a suo tempo nel manicomio (sic) di Siena, dimessa, di nuovo reiteratamente internata fino alla morte, senza che, a detta del figlio psicoterapeuta, nulla si tentasse per analizzare contestualmente l’ambito di genesi del malessere della sventurata donna, prima di natura occasionale e non grave, poi cronicizzato, anche per la durezza delle terapie, fra cui l’elettroschock, praticato con intensità probabilmente eccessiva e assai precocemente.

Probabilmente i terapeuti, medici e loro adiutori, non si rendono conto dell’effetto ‘antiplacebo’ dei farmaci e delle terapie, che spesso prostrano i pazienti con il loro aspetto aggressivo e castrante, con le astruse e inadeguate spiegazioni contenute in foglietti indecifrabili e frustranti.

Ho avuto esperienza d’un gattino a cui lacrimava un occhio.

E’ stato curato con farmaci usati per l’Aids e la leucemia, ma naturalmente da usare diluiti in soluzione e sgocciolati nell’occhio.

La stessa cosa si per l’uomo, che purtroppo non è un gatto, perché legge certi foglietti e cade in uno stato di malessere malinconico indotto da una terapia frustrante e castrante.

La vicenda della donna infelicemente curata a Siena sarebbe venuta a conoscenza di Rufus solo molto più tardi.

Quando, trasferitosi da sei anni a Grosseto, sarebbe entrato in contatto per qualche mese con l’associazione dei volontari ospedalieri.


I genitori che lo contestavano si ponevano di fronte alla scuola e non facevano entrare i figli per le lezioni.
Era un evidente atto di interruzione di un pubblico servizio, ma le autorità civili e militari della laguna lasciavano fare.
Era anche una palese offesa alla Scuola stessa, alla dignità dell’educazione.

A cose fatte, il 6 novembre 1996, dopo quasi una settimana di ‘serrata’ genitoriale, quasi con i bimbi in collo, Rufus fu sospeso dal capo d’istituto.
Fino a quel momento si era fermamente rifiutato di lasciare la scuola, malgrado gli inviti del preside.
E aveva fatto bene.
Se lo avesse fatto, sarebbe stato certamente condannato dalla Procura di Grosseto, come risulterà un paio di anni dopo dal verbale della stessa, per abbandono di servizio.

Quante insidie erano state predisposte per lui.
E doveva procedere da solo.
Insieme ad Argo.
Argo era per lui amico e fratello, figlio e compagno.
Severo, ma anche elegante e attento.

Era ormai tutta la sua famiglia.

Una famiglia che si faceva sentire.
Lo custodiva e lo sorvegliava, come una pecorella fra i lupi.
Un dio lo aveva mandato, un dio che gli rassomigliava.
Era nero, e dava luce.
Era chiassoso, ma taceva in totale silenzio.
Camminava fedelmente al fianco, ma si vedeva che era lui a portare Rufus dove sia lui che l’amico volesse.

**
Rufus se ne andò dal Liceo, un giorno, necessariamente.



I poveri alunni del Liceo a quell’epoca scavalcavano una ringhiera di ferro e attraversavano il prato infangato per venire in classe, di qui le esortazioni comprensibili del docente a praticare itinerari normali, ossia a transitare per la giusta strada.

Questa esortazione in quella scuola equivaleva ad una esortazione … ad arrivare tardi, perché spesso le vie legali sono molto più lente delle scorciatoie, che a loro volta spesso sono non proprio illegali, ma decisamente sconce, in quanto fatalmente coinvolgono diritti d’altri a loro insaputa.

§

Fra le ultime lettere che aveva scritto per la sua scuola, proprio intorno a quel 6 novembre della sospensione, una era indirizzata al Ministro dei Lavori Pubblici, e in quella Rufus chiedeva la costruzione d’una scuola nuova per il Liceo e il Professionale di Orbetello.

Era la lettera che chiudeva il suo rapporto ‘stravagante e strampalato’, come lo avevano definito dozzinalmente una sua vecchia e dilettantesca preside e i suoi ultimi alunni.

Andandosene, chiedeva una casa nuova per tutti gli Alunni lagunari.
Una casa che, visto come trattavano gli ospiti, Zeus certamente non avrebbe mai concesso loro. Ma sicuramente potevano contare su qualche dio minore, magari un po’ distratto.

A dicembre venne Natale, e fu il Natale di Argo.

Solo, nella piccola casa vicino al mare, Rufus leggeva e scriveva.

A Gennaio venne a trovarlo la sorella, con il marito, e si trattenne poche ore.

Argo, di solito misurato in ogni occasione, fece tante feste alla sorella, sembrava impazzito dalla gioia.

A febbraio si fece vivo il preside e dovette tornare a scuola.

Gli fecero girare le classi come si fa con i supplenti occasionali.
Non era una umiliazione, era una evidente provocazione, a cui si sottomise con ogni pazienza.
Forse fece male?
Se si fosse ribellato, lo avrebbero espulso del tutto.
O lo avrebbero mandato in pensione.
Queste possibilità gli suggerirono di pazientare.

Alla fine del giro delle supplenze, che si concluse con una lezione, la sua ultima in un liceo, sulla satira latina, richiesta guarda caso dagli studenti dell’ultimo anno, fu sistemato nella sua cara, vecchia biblioteca, a sistemare i libri che conosceva bene per averli curati dal 1976, alternandosi ad altri docenti.

Monitorò i volumi, preparando un elenco dei libri mancanti.
La cosa interessò poco al preside.
Un giorno fece capolino in biblioteca quel professore che lo aveva proposto per la stesura della Carta dei Diritti.

“Quanta polvere, da quella parte …” disse “mi servirebbe per appoggiarci dei libri …”.

“Pulvis et umbra vita hominis super terra …”
Gli rispose Rufus guardandolo di lato mentre faceva capolino nella stanza senza mettervi piede.

Quello se ne andò.

Non era mai stato un topo amante particolarmente delle biblioteche, ma d’un altro tipo di ambiente a carattere ipogeico, come le monadi leibnitziane senza porte né finestre.

Così, dopo l’esperienza polverosa e monitorante della biblioteca che lo aveva visto docente, preside e corsista delle lezioni sui computers, Rufus lasciò la scuola per un altro periodo di attesa a casa.

Lo chiamarono in provveditorato, nel mese di aprile, per fargli leggere la relazione sull’ispezione di ottobre.
Non gli piacque, ma era interessante.
Però apprezzò molto che fosse ben considerata e messa in risalto la sua … cultura.

Non sapeva di averne, e non sapeva che si sapesse e si vedesse: se avesse saputo di averne, certamente si sarebbe comportato diversamente da come s’era comportato credendo che non si vedesse.

Certo che a volte sembrava complicato, stravagante e strampalato anche se non lo era.
C’era una componente barocca, in lui, che se non ci fosse stata sarebbe stato tutto sommato più facile vivere.
Ma c’era, e non si poteva come se non ci fosse.

E’ davvero curioso che proprio quelle persone che fanno o hanno qualche volta in passato fatto le cose più strane poi ti dicono che non devi fare stranezze.

Forse perché se ne intendono per esperienza e ne conoscono le conseguenze.

Le conseguenze delle stranezze, delle azioni e delle parole strampalate e stravaganti sono gli errori, nel senso del girare a vuoto. I viaggi, a volte anche gradevoli.

Insomma, Odisseo sarebbe, per i saggi dispregiatori dello strano, non bello di fama e di sventura, ma girovago per dissennatezza, non quindi astuto, intelligente e tantomeno prudente e accorto.

Un bipolare.
Può essere vero.
Prudentissimo e avventatissimo.
Saggio e strampalato.
Una diagnosi che tiene conto dell’estetica, sia pure non espressa mai esplicitamente, tutta lagunare, della laguna di Urbis Tellus.
Di Orbetello, naturalmente.
E della parte che conta, di Orbetello.
Quella sparuta minoranza che ne è il lievito e la crema, la minoranza chiassosa, quella che dà sale e sapore.
E odore.
Quella che conta.
Conta non si sa cosa, soldi, pecore, sassolini nello stagno, ma conta incessantemente, notte e giorno.
La minoranza bipolare.
Bipopolare, anzi.


Se però lui non ci fosse stato, e con lui tanti altri eroi, santi e scrittori, tutti i professori di scuola, i preti e i saggi in genere avrebbero dovuto lavorare duramente e semplicemente per vivere, e non limitarsi a stare comodamente seduti per leggere e commentare le gesta, le parole avventate e le imprese ardite dello ‘strampalato’ Ulisse, di Achille, di Platone, di Gesù, di Agostino, di Francesco e di tanti altri temerari e spericolati navigatori dell’immaginario e del reale più o meno letterario.


A maggio gli fu comunicato che avrebbe dovuto prendere servizio come Coordinatore delle Biblioteche Scolastiche del Distretto n. 37 di Orbetello presso l’Ufficio stesso del Distretto, in via Guerrazzi.

Quella mattina durante la pedalata sulla panoramica bucò ed il tubolare della bicicletta si sgonfiò, creandogli seri problemi.
Riuscì a rimediare in qualche modo e si presentò al Professionale.
Lo accompagnarono in biblioteca.
Nello stanzone, con grandi finestre colme di sole, al centro del pavimento erano confusamente accatastate centinaia di libri.

Ora capiva che genere di lavoro lo attendeva.

Restò per qualche tempo nello stanzone.
C’era anche un vecchio computer Olivetti.
Ad un certo punto la porta si aprì ed entrò quasi trafelata una professoressa.
Scambiarono alcune idee, alcune impressioni sul metodo e sul sistema di collocazione dei volumi negli scaffali, poi Rufus se ne andò e fu accompagnato nel suo ufficio.

Lo accompagnarono la preside che fungeva da presidente del Distretto ed un’impiegata.

Gli spiegarono quel poco che c’era da dire sull’ufficio, grande due stanze più un corridoio.

Capì che sarebbe stato del tutto solo, in barba alla rete sociale.

Per qualche giorno non tornò al Professionale.
In qual palazzo aveva insegnato tanti anni prima, alle 150 ore.
Non gli piaceva tornarci ora, in veste di docente più o meno ribelle, di coordinatore di tutte le biblioteche scolastiche quando si sapeva che era sempre stata intenzione della Scuola non farle, come aveva effettivamente fatto, funzionare se non come deposito polveroso di vecchi libri che nessuno valorizzava né leggeva.

Sarebbe stato davvero faticoso organizzare lavori di ricerca per gli Alunni, controllarne i risultati, rivedere le impostazioni, acquistare nuovi libri, classici o meno, leggerli e presentarli.

Questo tipo di lavoro, paziente e lungo, non è il preferito da docenti sbrigativi, che preferiscono la pappa pronta scalda e mangia del manuale, magari millimetricamente allineato con le proprie idee sociopolitiche.

E tuttavia restare tutta la mattina in ufficio non gli avrebbe giovato né professionalmente né umanamente.

Fu la professoressa che aveva incontrato in biblioteca al Professionale a prendere l’iniziativa, e lo invitò ad andare ancora in quella scuola.

Trovò un ambiente diverso, i libri erano stati già quasi del tutto sistemati.
C’erano diverse insegnanti intente a lavorare nello stanzone.
Nei giorni seguenti fu agevole provvedere alla collocazione dei testi, alla cartellinatura, alla scrittura delle schede.

Successivamente avrebbe provveduto lui stesso alla registrazione di tutte le schede sul computer, grazie ad un programma ISIS fornito dalla Biblioteca Pedagogica Fiorentina.

Quelle poche settimane di maggio e di giugno che precedettero la chiusura delle scuole furono per lui assai interessanti e intense.
Anna Maria, come si chiamava la professoressa che lo aveva esortato a collaborare nel Professionale, gli fu di grande aiuto, ma lo confondeva, anche, esortandolo all’uso del computer quando la scuola era a corto di macchine adatte e di programmi adeguati.
Il pomeriggio Rufus, a casa, dopo la passeggiata pomeridiana con Argo e in bicicletta, cose a cui non poteva e voleva assolutamente rinunciare, si dedicava per ore alla comprensione dei programmi informatici della biblioteca che aveva registrato e portato su floppy con sé.
Non faceva che provare e riprovare, installare e reinstallare, perché c’era sempre qualcosa che non gli quadrava.

Stava comunque diventando un vero esperto di quei programmi.
Non capiva solo una cosa, come si stampavano le schede con ISIS e ISIS30.
E non capiva nemmeno perché la scuola non avesse scelto IRIDE, un programma molto più agevole, manovrabile, dalla semplice impostazione grafica a colori su cui risultava comodo intervenire graficamente.
Soprattutto la stampa era estremamente comoda.

Misteri della scuola.

E pensare che qualcuno un tempo gli aveva detto che solo le persone sagge, ossia ‘normali’, scelgono le vie più agevoli e semplici.

Forse non voleva solo parlare della sua categoria sociale, quella dei ‘sempliciologhi’.

Quando venne la fine dell’estate, la sua collega scelse di ritornare ala sua scuola di Grosseto.
Ora doveva cavarsela da solo, veramente.
Ma si tennero in contatto, almeno telefonicamente, e si videro un paio di volte.

A Natale decise di visitarla a Grosseto, e da allora si frequentarono fino a sposarsi, a Maggio.

L’ultimo di dicembre del 1997 andò a Grosseto con Argo e insieme ad Anna passeggiarono a lungo insieme.
Argo era favoloso, nel pieno fulgore.
Splendido, forte, fantastico.

Fu affabile e gentile e fu ribattezzato Argo pronubo.

Seguirono mesi in cui Rufus fu molto indaffarato.
Si presentava una situazione che lui non aveva assolutamente previsto.

Vista la situazione scolastica a Orbetello ed il reiserimento che lui prevedeva molto difficile nel suo liceo, pensava che fosse molto meglio tentare il trasferimento a Grosseto.

Così cominciò a preparare prima di tutto il trasferimento di Argo, visto che non voleva assolutamente separarsi dal suo amico fidatissimo.
Anzi, dalla sua famiglia, ormai.
Ma non era certo facile l’impresa.

La sua futura suocera era ostile a qualsiasi gene di animale, purché non fosse commestibile e ben cotto.
Figuriamoci come poteva vedere un lupone grande e energico.
Anna, la sua futura consorte, aveva paura di cani e gatti, oltre che di altri animali in genere.

Una situazione delicata.

Eppure, una volta tornati dal viaggio di nozze, fu necessario affrontarla a viso aperto.

La prima conquista per Rufus fu quella di riuscire ad ospitare Argo in casa.
L’idea della suocera era di farlo soggiornare in un angusto casotto in giardino.
Argo non amava affatto quel posto.
Un compaesano della suocera si lamentò perché Argo avrebbe potuto disturbarlo abbaiando, e così fu predisposta una camera in tutta fretta.
Questa fu la Stanza di Argo.

Nella stanza studiava e scriveva Rufus, soggiornava Argo e trovava posto una piccola ma ben fornita biblioteca.
La biblioteca di Argo.

La stanza presto assunse l’aspetto di una specie di bazar, con animali di peluche, attrezzi vari, materiale informatico con computer, scanner e stampante, vestiti e borse.
A dire il vero quella camera era prima un guardaroba, e continuò ad esserlo per un pezzo.
Spesso Rufus pensava che forse lui non era altro che un arnese rotto, in qualche modo capitato in mano a gente che non butta va via mai niente…
Anna ed Argo erano i suoi custodi sapienti e buoni.
Per prima cosa si trattò di sistemare la porta, con una catenella ed una chiusura a gancio di ottone.
Esternamente fu sistemato un piccolo chiavistello.

Così la porta poteva esser lasciata semichiusa ed Argo poteva sentire i rumori della casa.
Gli avrebbe fatto compagnia.
Una grande branda gli serviva per riposare, con una soffice coperta per supporto.
Una grande busta di Eukanuba sempre sufficientemente piena e due grandi ciotole, una di metallo per l’acqua l’altra, celeste, di plastica, per le crocchette gli sarebbero servite per i pasti.

Insomma, si preparava un buon soggiorno, dopotutto, per il canone.

Così Rufus, cambiata la scuola a cui si era dedicato per quasi vent’anni con assoluta dedizione, quasi con amore e passione, dovette tornare ad insegnare nello stesso paese, a poche centinaia di metri di distanza dal liceo, al professionale.
Cambiata la scuola, stesso ambiente, stesso clima, quasi stessa gente.
Insegnava ai parenti degli alunni del linguistico.
Questo era il cambiamento di ambiente e contesto tanto auspicato nella relazione dell'ispettore di due anni prima e raccomandato dai clinici.
Aveva perso l’insegnamento del greco, che avrebbe recuperato se fosse rimasto al liceo, quello del latino, e in cambio a quasi cinquant’ anni doveva intraprendere l’insegnamento di materie inconsuete ormai per lui, lasciando la letteratura classica che conosceva bene.

Fu un anno faticoso, anche perché doveva spostarsi per quasi cento chilometri al giorno con la sua bella, vecchia Renaut 19, visto che non gli fu possibile mettersi d’accordo con i colleghi che venivano da Grosseto con il turno macchina, ossia mettendo a turno la propria macchina a disposizione un giorno la settimana.

Non aveva mai sperimentato questo tipo di viaggio, perché aveva scelto sempre di viaggiare individualmente, anche perché era capitato sempre in posti dove non andavano i suoi colleghi.

Ad aprile fuse il motore e dovette lasciare l’auto ad Albinia per più di due settimane.

La spesa fu notevole.

Era demoralizzato.

Altro che depressione.

Sembra incredibile, ma molti tipi di demoralizzazione, non volendo usare il termine depressione inventato da qualche turista del mar Morto, sono indotti, eppure, invece di individuare le fonti e i responsabili, si maltrattano e si deridono spesso le vittime.


Così succede per gli autori di molti delitti: una volta stabilito che non sono ‘normali’, vengono quasi protetti e tutelati.

Vengono protetti anche quelli che si mettono sotto la tutela delle autorità con tutta la docilità possibile e accettano incarichi di nessuna responsabilità e di sonnolento impegno, e questo succede nelle scuole, soprattutto, ove il lavoro sia sempre stato leggero e poco motivato, come succede in presenza di operatori compiacenti.

Prima di andare ad Orbetello Rufus girava a lungo con Argo per le vie di Grosseto, così il suo amico sarebbe stato tranquillo per molto tempo, fino al suo ritorno.

Passavano accanto alla grande basilica del Sacro Cuore e proseguivano verso l’istituto commerciale, poi verso via Emilia e di qui verso viale Bulgaria, qui giravano a sinistra e ripercorrevano la strada verso via della Pace fino a casa.


Un giorno in via Calabria, proprio sotto la chiesa, gli si fece incontro un vecchio.

Non aveva paura di Argo, cosa insolita.

Gli chiese dei soldi perché voleva ritornare a Siracusa, la sua città.

Gli diede quello che aveva, poi gli promise che gli avrebbe mandato il resto a Padre Giancarlo, delle parrocchia.

Tornato a casa, diede 50.000 lire a sua suocera, perché le facesse avere al vecchio.

Non seppe più nulla di quel signore, e spesso poi si ritrovò a pensare se veramente fosse andato a Siracusa, e come fosse il mare in quella bella città della favolosa Sicilia.

L’anno successivo fu assegnato in utilizzazione all’Istituto Professionale Luigi Einaudi di Grosseto, sezione Alberghiero.

La sua scuola era per metà a San Rocco, ora Marina, e per metà nella cittadella degli studi in Grosseto.

Non sapeva quale dei due posti fosse più desolato.
La sezione di Marina era accanto al mare, ma dalle sue finestre si vedevano costruzioni cadenti, in pessimo stato, appartenenti ad alberghi o colonie in disuso.
Era come trovarsi al centro d’una zona bombardata.
Senza offesa per nessuno, era demoralizzante.
Era come trovarsi accanto all’abbazia di Montecassino dopo il passaggio delle bombe americane.

A Grosseto invece le sue classi erano nel palazzo nuovo dello scientifico, in un quartiere che ospitava esclusivamente scuole.
Un quartiere privo di qualsiasi cosa che facesse pensare a qualcosa di diverso da un registro scolastico o ad una lavagna.

Prima che lui arrivasse, le classi che gli avrebbero assegnato erano state date ad altri insegnanti e divise diversamente.
Quando Rufus si presentò per prendere servizio gli fu data una supercattedra di diciannove ore, mentre i suoi colleghi ne avevano di dodici o poco più.

Evidentemente il fatto di essere stato sempre molto impegnato a scuola e di aver avuto un sospetto di bipolarismo gli dava diritto ad un superlavoro, mentre dava ai suoi colleghi diritto ad ogni comprensione, per evitare loro ogni deprecabile caduta in depressione.

Davvero esiste una forma di tutela per i cittadini, per i lavoratori, ma sfuggiva assolutamente e Rufus quali fossero le forme in cui questa tutela si potesse rivelare per i deboli, gli onesti, e non per i protetti, per i già garantiti in ogni specie di diritto.

Sono i privilegi di chi vive nella rete sociale, per essa e con essa.

Le classi che gli erano state date a Marina erano spaventosamente chiassose.
Ogni alunno aveva sul banco un telefonino che montava e smontava continuamente, aggiungendo pezzi e togliendoli.
Lavorare era eroico, ai confini della realtà.
Eppure si affezionò a quelle classi, a quegli alunni.
Porte e serrande erano sfasciate, gli arredi fatiscenti.
Dalle finestre d’una classe si vedeva l’Argentario e l’isola del Giglio.
Nei giorni di maestrale vedeva la sua terra di elezione.
Il regno di Argo.

Il pomeriggio c’era sempre qualche corso di aggiornamento nella sede centrale, in piazza De Maria.
Una bella piazza, ariosa, dove il giovedi facevano il mercato.

Fu un anno assai intenso, persino faticoso.
Non c’era assolutamente nulla di certo né di stabilito.
Tutto era soggetto a continuo aggiornamento, a formazione continua.

C’era un gruppo di professoresse che deteneva saldamente il potere in pugno.
Tutto dipendeva da queste sacerdotesse che come vestali, ma solo pro forma, suppongo, amministravano appunti e materiale cartaceo, penne e cartelle, introducevano le discussioni, presentavano i superesperti e decretavano l’ammissione o meno d’un individuo nel gruppo sociale. E rimbrottavano, anche, gli intraprendenti che ne insidiassero il ‘potere didattico’.

Rufus era una specie di Enea in mare aperto, di Ulisse a casa sua.
Rischiava il naufragio o il linciaggio.

Di fronte a lui solo la disavventura, se non si fosse comportato da estraneo più che rispettoso.

E così fece. Quasi sempre, e mai comunque uscì fuori dal seminato in modo grave.

Quando l’anno scolastico ebbe termine, fu trasferito da Orbetello all’Istituto Agrario sempre a Grosseto, e dovette lasciare Aggiornopoli, il caro Alberghiero.

All’Agrario si trovò subito proiettato indietro nel tempo in una specie di preistoria felice che ignorava persino l’uso della pietra.

Quella era l’era della terra nuda e cruda.

Non si sentiva parlare che di ettari, di terre, di potatura, di ulivi e di olio, e tutti parlavano dei propri ettari, del proprio olio e dei propri trattori.

Si sentiva una specie di Giovanni Senza Terra.

Mai si era vergognato tanto di essere così poco cafonesco da non poter vantare anche lui un po’ di terra, una tradizione da latifondista, una certa praticaccia di boschi e di macchie.

Un tempo la sua famiglia aveva posseduto terre e boschi, ma lontano, tanto lontano nel tempo e nello spazio.

Aveva consegnato al preside dei dischetti con programmi in html contenenti un poemetto sull’ulivo, scritto da alunni del sostegno e messo da lui in versi endecasillabi, ed un grammatica italiana.

Non solo non riusciva ad avere notizie dei floppy, ma i docenti che avrebbero dovuto usarli per inserirli nel sito della scuola menavano il can per l’aia, ciurlavano per il manico, e come se non bastasse riferivano al dirigente di sue presunte e per nulla affatto dimostrabili scontrosità, poveri bambinelli indifesi.

Un gruppo di Tyson insidiati da un ciclistello scrittore di grammatiche.

Si fece animo e tirò avanti.
Passarono i mesi.
Non legava con docenti e classi.

Il preside della scuola gli consigliò con suo grande stupore, oltrepassando i suoi poteri, di fare domanda di trasferimento, perché pensava che non si sarebbe formata la prima classe l’anno successivo.

La cosa gli parve molto strana, ma poi capì.

Si reseva conto che l’insegnamento non esiste, esiste solo l’apprendimento più o meno guidato, e quindi sarebbe stato poco disonorevole per lui rinunciare per sempre all’idea di voler essere s tutti i costi un insegnante scolastico.

Avrebbe, sì, continuato ad insegnare, ma in un nuovo senso, nel senso che sarebbe stato un facilitatore dell’apprendimento e, visto che non era possibile operare in questo senso nelle scuole italiane, lo avrebbe fatto in qualsiasi sede, ove fosse stato possibile o necessario.

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Dall’Agrario fu trasferito al Commerciale.
Vi passava accanto con Argo durante le passeggiate mattutine.

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Arrivò il periodo di Natale.
La scuola si spopolò.

Dopo le feste fu accompagnato in biblioteca.
Era un tipo di lavoro che aveva fatto tante volte, a Massa Marittima, a Manciano, Grosseto e a Orbetello, nel Ginnasio liceo.

Non perdeva occasione per apostrofare in modo pittoresco Rufus, che ascoltava con estrema pazienza, conscio della posizione di debolezza che doveva ricoprire e della necessità di non rispondere alle continue provocazioni e, spesso, alle provocazioni plateali.

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Rufus era abituato ad un tipo di letteratura umanistica, di tutt’altro tipo.
C’erano anche volumi di narrativa, enciclopedie e collana, ma non erano state rinnovate da molto tempo.

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Riuscì a far compilare alle docenti di lettere una serie di elenchi di volumi di narrativa da sottoporre all’attenzione del preside e del consiglio d’istituto per un eventuale acquisto.

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I volumi erano disposti in scaffali distribuiti in un ampio vano rettangolare, in parte lungo le pareti, in parte a pettine, nella parete di fondo.
C’era anche una folta raccolta di gazzette ufficiali e pubblicazioni simili.

***

I mesi passati con il collega, in qualche modo furono utili per recuperare un insieme di valori affettivi che nel mare delle odissee scolastiche Rufus aveva smarrito, e di qyuesto doveva essere grato soltanto a lui, che usandolo come assistente in realtà lo aveva assistito ed era stato assistito.


Per tutta la vita aveva lavorato, vissuto con la praesentia absens degli Autori quasi come con amici, chiamandoli per nome, e usando … il presente.

A scuola e a casa non parlava che di Socrate, di Cristo, di Platone, di Seneca.

Lavorava con, per e grazie ai morti, in effetti.

E li considerava i compagni delle sue notti, come se fossero vivi e in qualche modo presenti.

Poteva portarli nel cuore, parlare con loro.

Conosceva nelle loro opere il loro pensiero.

Lo avevano sempre protetto nei momenti difficili, gli avevano insegnato le loro idee, comunicato i loro sogni.

Sapevano il suo nome, conoscevano le sue debolezze e la sua forza.

Argos conosce questa abitudine, e l’aveva accettata.


Quando lo sente abbaiare è perché un demone si è intromesso, e lui lo scaccia per proteggerlo.

E’ possente, forte.

E’ la speranza vivente.


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Roseti, giovedì 24 marzo 2011

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auktor:

Gennaro di Jacovo


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